Povertà alimentare, i dati sono spaventosi anche in Italia: 5,7 milioni di persone che vivono in povertà assoluta, il 9,8% della popolazione italiana, non hanno accesso a un’alimentazione adeguata; quasi 6 milioni di persone che non possono permettersi una dieta sana ed equilibrata, mentre circa 800milioni di individui si trovano in insicurezza alimentare grave o moderata, dove per insicurezza alimentare si intende, secondo la definizione della FAO, “la condizione in cui le persone non hanno accesso fisico, sociale ed economico a quantità sufficienti di cibo sicuro, nutriente e adeguato alle proprie necessità e preferenze alimentari per condurre una vita attiva e sana”.
“La povertà alimentare in Italia nel 2025 è un fenomeno non solo rilevante ma anche, in parte, destinato a crescere – spiega Laura Grandi, presidente di Federconsumatori Toscana a margine del convegno organizzato da Federconsumatori Toscana, Spi Cgil e Unicoop Toscana – che, pur essendo strettamente legato alla povertà economica generale, ha caratteristiche proprie, che riguardano non solo la quantità, ma anche la qualità del cibo, e l’accesso a una dieta equilibrata”. Un problema che si stenta a credere tocchi l’Italia, e, all’interno della comunità nazionale, gli italiani, dal momento che tradizionalmente viene attribuito ai cittadini immigrati e di origine straniera. Ebbene non è così. Come sottolinea Grandi evidenziando i dati provenienti da Istat, Caritas, Eurostat, Federconsumatori stessa, “se elaboriamo i numeri, emerge che circa 1 italiano su 10 ha problemi concreti nell’accesso al cibo. Se guardiamo il problema dal punto di vista dei nuclei famigliari, in Italia ci sono 4,2 milioni di famiglie che mostrano segnali di deprivazione alimentare , 2,9 milioni non possono permettersi pasti proteici regolari ( carne o pesce ogni due giorni) , mentrel’11% delle famiglie, circa 3 milioni, non riescono a sostenere una dieta sana”. Il che significa che non si tratta solo di un problema quantitativo, ma anche di accedere stabilmente al cibo, un cibo sano, nutriente, adeguato.
Se questo è il quadro, sarebbe interessante comprenderne le cause. Infatti, ogni tentativo di arginare il problema ad oggi si è rivelato, nel migliore dei casi, un palliativo. Secondo i dati, una delle misure più efficaci in questo senso era stato il famoso Reddito di Cittadinanza, una misura che, a somiglianza di quanto avviene nella stragrande maggioranza dei Paesi europei, era riuscita a rintuzzare i picchi più severi del problema. Una misura che, come nel resto d’Europa, si basava su di un principio di universalismo selettivo, nel senso che tutte le famiglie con reddito insufficiente potevano accedere a un sostegno monetario senza che occorressero altre caratteristiche. Sistema sostituito, com’è noto, dall’Adi, acronimo di assegno di inclusione, che viene attribuito, oltre che in presenza dei requisiti monetari, patrimoniali e di residenza (questi ultimi allentati dalla riforma governativa), anche e solo se nel nucleo famigliare c’è un minore, un disabile, o un componente di età non inferiore ai 60 anni, o inserito nel programmi di cura e assistenza dei servizi socio-sanitari locali. Una svolta che è stata pagata severamente, dal punto di vista della povertà alimentare, dal momento che, come si evince dai dati dell’Inps del 2024, tra gennaio e giugno 2024 le famiglie che hanno ottenuto l’Adi sono state 698 mila, per un totale di 1,68 milioni di persone. Tante? Certo, ma non se confrontiamo i dati con quelli dei percettori di Reddito di Cittadinanza, o RdC: infatti, al confronto fra i percettori di AdI del mese di maggio 2024 (si tratta di 625 mila famiglie), con quelli RdC di un anno prima (maggio 2023) questi ultimi ammontavano a poco più di un milione. La riduzione dei nuclei beneficiari è quindi pari a -37,6%.
Cosa c’entrano questi dati con a povertà alimentare? In realtà, sono molto importanti, perché mettono nero su bianco il fatto che il meccanismo del reddito di cittadinanza, con la sua universalità legata “solo” alla povertà reddituale, si è rivelato una delle poche dighe capace di contenere l’immediata povertà alimentare che è conseguenza diretta della povertà economica, come direbbe monsieur Lapalisse. Insomma, se l’RdC ha tutelato il diritto al cibo, l’ADI ha tutelato quello di morire di fame, con la bellissima aggiunta dell’occupabilità. Tutto ciò riconduce al problema principale: come mai anche in quella parte di mondo dove la produzione e reperibilità di alimenti è così alta da produrre addirittura spreco alimentare, non si riesce a sconfiggere l’insicurezza alimentare?
“Riassumendo in tre punti il problema – dice il professor Gavino Maciocco, docente di sanità pubblica dell’Ateneo fiorentino, che si occupa di salute globale – partiamo dal primo tipo di povertà alimentare , che è quella quantitativa, ovvero la mancanza di cibo tout court. Pensiamo a cosa sta succedendo nel mondo: guerre, siccità, carestie, cambiamenti climatici, pensiamo al genocidio di Gaza, alle migliaia di bambini e adulti affamati, a cui non giungono ormai da tantissimo tempo le dosi minime di cibo per sopravvivere. Le conseguenze a lungo termine saranno terribili, perché il livello di denutrizione provocherà, insieme a altre condizioni ambientali drammatiche, come vivere nelle tende mentre attorno, si scatenano uragani, tempeste di sabbia e altri disastri ambientali (non ultimo il problema dell’acqua e dell’inquinamento del suolo, ndr), una ricaduta sanitaria inimmaginabile già nel medio termine”. Come la guerra nel Sudan, “che sta procedendo nell’indifferenza generale, in una contrapposizione feroce per la gestione del petrolio, mentre milioni di persone in fuga dalle loro case diventeranno profughi, rifugiati, dove il problema della fame sta diventando una delle questioni centrali”. Una situazione globale in cui, in seguito alla perdita di efficacia di ogni regola di diritto internazionale, “stiamo assistendo da parte degli Usa al ritiro di ogni sovvenzione e aiuto alle varie organizzazioni multilaterali, dall’Oms all’Unhcr. Ciò produce livelli inimmaginabili di mancanza di cibo, cui non si fa fronte con nessuna organizzazione perché ormai queste organizzazioni hanno fondi limitatissimi ed è sempre più difficile intervenire in zone di guerra”.
Secondo elemento, la povertà qualitativa. “Si riassume nel fatto che le persone hanno cibo, ma è qualitativamente scadente, come indica la definizione cibo-spazzatura, mutuata dall’espressione junkfood. Un cibo economico, riempito di sale e zucchero, di poco costo, che soddisfa la sensazione di fame ma comporta, a medio e lungo termine, l’insorgenza di malattie come l’obesità, il diabete, ecc.”. Ma tutto ciò non avviene a caso, sottolinea il professor Maciocco, dal momento che esiste una spinta industriale forte per favorire “la diffusione di questo tipo di cibo in tutto il mondo. Basti pensare che ormai, nelle grandi città africane, il livello di obesità e ipertensione causa dell’ictus, si allinea a quello che troviamo nelle città occidentali. Quindi, paesi africani che già soffrono delle malattie tipiche locali, le malattie infettive, tubercolosi, malaria, Aids, si trovano a far fronte anche a malattie croniche con livelli di risorse sanitarie che sono mille volte inferiori a quelle occidentali”.
La terza parte, è quella della povertà alimentare congiunta a quella della povertà assistenziale. In altre parole, la questione riguarda in buona sostanza gli anziani. “Registriamo una crescita di anziani soli, poveri, con scarse relazioni, che faticano a fare la spesa e a volte anche a mangiare, magari perché non ne hanno più voglia – spiega Maciocco – in questo caso emerge un problema di organizzazione socio-sanitaria in rapido declino, che quindi non è in grado di garantire agli anziani, soli, quei diritti fondamentali riconosciuti dalla Costituzione a tutte le prrsone”.
“Qui ritroviamo un altro elemento di carattere politico – continua il professore – dal momento che gli anziani, spesso lasciati senza reti di sostegno, rischiano di finire in Rsa. Sappiamo che esiste un grande, enorme mercato a favore delle Rsa. I livelli assistenziali che si ritrovano nelle Rsa sono assolutamente scadenti, con personale sottopagato e poco qualificato. Assistiamo continuamente a persone con l’Alzheimer che non vengono alimentate, perché non c’è nessuno che le imbocchi regolarmente a pranzo e a cena”. Anche questo, dice Maciocco, non è un caso, in quanto esiste una linea politica “che tende a favorire l’espansione degli investimenti nelle Rsa, e non fa nulla per dare alternative, che pure esistono, di vita degli anziani che si possa sviluppare all’interno di strutture dove gli anziani possano vivere insieme in una situazione di co-housing, in cui possano vivere in mini appartamenti che hanno alcuni servizi comuni, come la mensa, la lavanderia, la biblioteca, la palestra”.
Sogni? Non proprio. “A venti chilometri da Firenze esiste il Centro sociale di Lastra a Signa, un classico esempio di co-housing, 55 mini appartamenti per coppie e singoli, che garantiscono agli anziani anche con disabilità il soddisfacimento delle esigenze essenziali dell’essere umano”. Ovvero, cibo, casa, relazioni, sanità. Il problema è forse il costo?
“Esiste una legge, la legge 33 del 2023, approvata dal governo Draghi, che avrebbe dovuto fare un grosso investimento sulla Long Term Care, che richiedeva un investimento di alcuni miliardi per garantire il soddisfacimento di alcuni diritti . L’attuale governo l’ha dirottata su un binario morto e non se ne parla più”.
Tirando le fila, “i problemi di carattere alimentare – dice il professor Maciocco – sono strettamente intrecciati a problemi di carattere politico. D’altra parte, siamo di fronte a una enorme crescita delle disuguaglianze economiche, alimentari, che richiederebbero un intervento politico, al di là delle azioni del terzo settore, degli enti locali, delle Asl, diretto alla questione centrale, ovvero alla redistribuzione del reddito nella nostra società. Se il 10% della popolazione più ricca si mangia il 50% del reddito nazionale, dobbiamo necessariamente pensare a una redistribuzione del reddito che non può non tenere conto, da esempio, di un’evasione fiscale di 100 miliardi all’anno, del fatto che è necessario tassare i redditi più alti in modo molto più deciso di quanto non avvenga, ecc. Se non riusciamo a recuperare fondi dal reddito nazionale, sarà difficile, rispondendo alla domanda principale, ovvero come fanno società opulente come la nostra a non sconfiggere il problema della povertà alimentare, riuscire ad affrontare in maniera strutturale ed efficace tutte le criticità elencate col nome di povertà”.