Aveva lo sguardo fisso a Nicea, dove in maggio si terrà la celebrazione dei 1700 anni del primo Concilio Ecumenico (325) della Chiesa indivisa, dove fu stesa la prima versione del Credo che – con le successive integrazioni – tutte le Chiese storiche della Cristianità ancora professano al di là delle differenze e divisioni che fanno scandalo. Il Vescovo di Roma Francesco non ci sarà, ma resta per tutti l’obiettivo che si era dato: rendere permanente la coincidenza che quest’anno aveva, solo pochi giorni fa, consentito di “fare la Pasqua” nello stesso giorno, in Oriente e Occidente.
E’ – questo dell’ecumenismo pratico, in cammino – solo uno degli aspetti di un pontificato che in 12 anni ha intaccato e smontato “certezze” secolari e avviato processi che sarà difficile rovesciare e annullare. Impossibile ripercorrere tutto nello spazio di un articolo, ma si può agevolmente procedere per ricordi e punti fermi.
Abbiamo sentito pronunciare dal Papa venuto “quasi dalla fine del mondo” immagini potenti, come la chiesa ospedale da campo; abbiamo conosciuto l’esistenza di una guerra mondiale a pezzi al di là della nostra “distrazione”. A chi ha criticato Bergoglio per mancanza di profondità filosofica o teologica, basterebbe ricordare la sua insistenza sulla convinzione che la realtà è superiore all’idea, intuizione che gli veniva dalla esperienza nelle favelas di Buenos Aires dove non si parte dal predicare la “famiglia modello”, ma dove è consigliabile ascoltare e comprendere la fatica del vivere quotidiano “in qualunque situazione”. Quando gli si chiedeva una immagine della perfezione spiegava con un sorriso che la sua preferenza non andava alla sfera, che ha tutti i raggi uguali, ma al poliedro, che ha tante facce diverse…
Durante il Conclave che avrebbe portato alla sua elezione stupì e conquistò i confratelli con una interpretazione diversa del racconto dell’Apocalisse (cap. 3) laddove Gesù bussa alla porta e aspetta che qualcuno apra: in effetti, disse, Gesù bussa dall’interno e chiede di non rimanere “dentro” ma di andare nel mondo. Tutto il suo magistero è stato segnato da questa volontà di uscire. E poi, la genialità della scelta del nome, Francesco, nome impegnativo che annunciava una volontà piena del gesuita di accogliere il progetto del frate di “restaurare” una Chiesa diroccata e in ritardo sulla storia.
Si potrebbero ricordare le sue encicliche, la prima Gaudium Fidei (a quattro mani con il predecessore Ratzinger), le due di tenore francescano, dalla ispirazione ecologica integrale di Laudato Si’ alla riscoperta del comune destino dell’umanità in Fratelli Tutti, fino alla più recente riproposizione della centralità del cuore nel raddrizzare le relazioni umane in Dilexit Nos.
Oppure si potrebbe parlare dei suoi viaggi, ben 47 in 66 Paesi, sottolineando alcune tappe inevitabili ma creativamente reinventate, come quello a Gerusalemme-Israele-Palestina (con sosta in preghiera davanti al Muro Occidentale e al Muro di separazione), o quello negli Stati Uniti con sosta nientemeno che a Cuba; e che dire di quello in Mongolia dove vive un “piccolo gregge” di 1200 cattolici?
Ancora, si potrebbe parlare del suo impegno per la pace, apparso ormai evidente anche alle pietre. Ha fatto compiere un salto immenso alla posizione ufficiale della Chiesa su questi temi, accogliendo in pieno la prospettiva della non-violenza finora tenuta al sicuro in circoli minoritari e come tema di convegni. Ma non basta, perché il discorso negli ultimi anni si è radicalizzato e chiarito ancora maggiormente quando Bergoglio ha tenuto distinto il tema della autodifesa di un popolo rispetto alla follia della corsa al riarmo, che arricchisce i mercanti e depriva tanti esseri umani dell’essenziale per vivere. L’ultimo messaggio per la Giornata della Pace del 1° gennaio puntava su un programma politico assolutamente rivoluzionario: condono del debito internazionale, taglio delle spese militari, abolizione della pena di morte. A proposito di quest’ultimo tema, preso atto che perfino San Giovanni Paolo II aveva trovato difficoltà a intervenire sui canonisti per limitare l’uso della pena capitale, decise di intervenire d’autorità facendo prevalere il Vangelo sul Codice e abolendola con un tratto di penna.
Potremmo parlare della lotta senza quartiere agli abusi sessuali, alla “dimissione forzata” di cardinali da lui giudicati indegni, delle nomine di donne in posizioni apicali della Curia, di accoglienza nella Chiesa di tutti coloro che sono considerati diversi e degli scartati del mondo. i migranti, i carcerati, i bambini senza sorriso…
E poi c’è il capitolo geniale della convocazione di un Sinodo sulla Sinodalità, per “declericalizzare” la Chiesa, con la decisione di innestare sul vecchio Sinodo dei Vescovi di Paolo VI una rappresentanza piena del Popolo di Dio con religiosi e laici, uomini e donne con diritto di intervento e di voto. Un meccanismo che i contestatori delle sue riforme non riusciranno più a fermare, come si è visto recentemente nel Sinodo della Chiesa in Italia, con la perentoria richiesta della base di riscrivere il documento da discutere in autunno.
Si è parlato di solitudine del profeta, e probabilmente è vero (basti riguardare le immagini della sua malinconica e forte presenza in una piazza San Pietro vuota, ai tempi del Covid). Ha seminato e non ha fatto in tempo a vivere il raccolto. Eppure di Francesco rimangono la capacità di guardare negli occhi le persone, di riversare nei cuori di tanti la Parola, rimangono il suo esempio di zelo infaticabile e la sua umanità tenera e ruvida a un tempo.
Anche il suo Testamento parla di radicalità evangelica, con il suo tratto “minimale” nel dettare le richieste per la sepoltura e il riferimento ai due fari che hanno illuminato la sua azione e che toccherà al successore (insieme all’intera Chiesa) portare avanti: la pace nel mondo e la fratellanza fra i popoli.
Miserando atque eligendo è stato il suo motto sin da quando era arcivescovo di Buenos Aires: una frase che si riferisce alla chiamata di Matteo da parte di Gesù (il quale “ebbe misericordia di lui e lo scelse”), così come l’episodio evangelico è ripreso in una omelia dell’anglo-sassone San Beda il Venerabile (VII secolo). La tradizione della Chiesa indivisa ancora una volta fa da trampolino per i tempi difficili del 21mo secolo.