“Paga o ti profilo”, mossa di Meta contro le regole Ue sulla privacy

La scadenza per scegliere l’una o l’altra opzione è il 1° gennaio 2025

“Pay or consent”. E cioè: o paghi un abbonamento o continui a consentire il trattamento dei tuoi dati personali ai fini dell’inserimento di inserzioni pubblicitarie nel tuo profilo. È la politica di Meta, l’azienda che controlla Facebook e Instagram (oltre a Whatsapp), che in questi giorni si sta traducendo in un lungo messaggio pubblicato sui profili degli utenti. La scadenza per rendere nota l’adesione all’una o all’altra delle opzioni è indicata nel 1° gennaio 2025. Nel messaggio non appare il costo dell’abbonamento, ma già lo scorso anno c’era stata un’anticipazione della modalità “pay or consent” e veniva indicato il prezzo di 9,99 euro da personal computer e di 12,99 da smartphone, per via delle commissioni sulle app di pagamento.

Si legge nel messaggio, come motivazione della scelta a cui viene sottoposto l’utente di Facebook: “Stiamo aggiornando le Condizioni d’uso di Meta. Questi aggiornamenti entreranno in vigore il 1° gennaio 2025. Meta crea tecnologie e servizi che consentono agli utenti di connettersi fra di loro, creare community e far crescere aziende. I nostri prodotti consentono all’utente di connettersi con amici e community e di ricevere inserzioni e contenuti personalizzati che, a nostro avviso, potrebbero essere pertinenti per l’utente e per i suoi interessi. Se l’utente usa i nostri prodotti gratuitamente con le inserzioni – ecco il punto chiave del messaggio -non chiediamo all’utente un pagamento per l’utilizzo dei nostri prodotti e servizi coperti dalle presenti condizioni. Tuttavia, riceviamo una remunerazione da parte di aziende, organizzazioni e altri soggetti per mostrare agli utenti inserzioni relative ai loro prodotti e servizi. Mostriamo all’utente le inserzioni che riteniamo rilevanti e usiamo le informazioni personali dell’utente per aiutare a determinare quali inserzioni mostrare. L’utente può anche decidere di attivare l’abbonamento per usare i prodotti senza inserzioni”.

Quindi, Meta passa ad elencare i pregi del proprio social, motivando anche tutti i vantaggi – ovviamente secondo la mission aziendale – della profilazione: “L’esperienza su Facebook è unica per ogni utente e diversa da quella di chiunque altro: da post, storie, eventi, inserzioni, e altri contenuti visualizzati nel feed di Facebook o nella piattaforma video fino alle Pagine Facebook seguite e alle altre funzioni che potrebbero essere usate. Ad esempio, sfruttiamo le informazioni riguardanti le connessioni effettuate dall’utente, le scelte e impostazioni adottate e ciò che l’utente condivide e fa all’interno e all’esterno dei nostri prodotti per personalizzare l’esperienza dell’utente. Aiutiamo l’utente a trovare e a connettersi con persone, gruppi, aziende, organizzazioni e altri soggetti di suo interesse attraverso i Prodotti di Meta che usa e (se l’utente decide di interagire con persone su prodotti di terzi) prodotti di terzi. Usiamo i dati in nostro possesso – continua Meta – per offrire suggerimenti all’utente, ad esempio gruppi a cui unirsi, eventi a cui partecipare, Pagine Facebook da seguire o a cui mandare un messaggio, programmi da guardare e persone con cui l’utente potrebbe voler stringere amicizia. I legami più forti migliorano le community e crediamo che i nostri prodotti siano più utili quando consentono alle persone di connettersi con altre persone, gruppi e organizzazioni di loro interesse. Desideriamo che i contenuti e i suggerimenti mostrati su Facebook siano interessanti e utili per l’utente. Per aiutare l’utente a scoprire prodotti e servizi che potrebbero interessargli, mostriamo offerte e altri contenuti sponsorizzati o commerciali che consentono all’utente di scoprire contenuti, prodotti e servizi offerti da diverse aziende e organizzazioni che usano Facebook e altri prodotti di Meta”.

Il messaggio si addentra in particolari ulteriori per circa 40,000 battute, fino al punto cruciale: “L’utente può scegliere di usare i nostri prodotti gratuitamente con le inserzioni o di attivare l’abbonamento per usarli senza inserzioni. Se sceglie di usarli gratuitamente con le inserzioni, ci autorizza a mostrare inserzioni che le aziende e le organizzazioni ci pagano per la promozione all’interno o all’esterno dei Prodotti di Meta. Se sceglie di attivare l’abbonamento per usare i nostri prodotti senza inserzioni, non vedrà inserzioni e noi non useremo i suoi dati per le inserzioni. Le informazioni relative a tariffa, valuta e periodo di pagamento per l’abbonamento senza inserzioni verranno fornite prima del completamento dell’acquisto”. In fondo è riportata anche questa postilla: “Le presenti condizioni disciplinano l’uso di prodotti e funzioni di Intelligenza Artificiale generativa di Meta”.

Pare una semplice operazione di business, ma in realtà dietro a questa mossa di Facebook c’è molto di più: l’ennesimo braccio di ferro con l’Unione Europea della società di Menlo Park. Vero è che fin dall’aprile 2018, nel corso della deposizione davanti al Congresso americano sul caso Cambridge Analytica, Mark Zuckerberg, fondatore di Facebook e amministratore delegato di Meta, aveva fatto intendere di essere pronto a venir meno al dogma della gratuità di Facebook, cardine della sua linea aziendale fin dall’inizio. Anche se, aveva sottolineato: “esisterà sempre una versione free di Facebook”.

Ma il lancio dell’operazione “pay or consent” in Europa, è in realtà la risposta di Meta ai rilievi dell’Unione Europea che ha ritenuto non sufficienti le condizioni di servizio con cui Facebook richiede agli utenti il permesso di mostrare, sui loro profili, gli annunci pubblicitari personalizzati in base alla profilazione della loro attività online. Il nodo del contendere è ancora una volta il Gdpr, il Regolamento per il trattamento dei dati personali dell’Unione Europea, che Zuckerberg, da un po’ di tempo ha messo nel mirino. Singolarmente, perché il 30 marzo 2019, in un’editoriale pubblicato dal Washington Post in cui tendeva la mano agli Stati per una regolamentazione della Rete, lo stesso Zuck promuoveva a pieni voti il GDPR europeo.

Scriveva così: “Un’efficace protezione della privacy e dei dati necessita di un quadro normativo mondiale. I cittadini di tutto il mondo hanno chiesto una regolamentazione globale della privacy in linea con il Regolamento generale sulla protezione dei dati dell’Unione europea, e io sono d’accordo. Credo – ribadiva Zuckerberg – che sarebbe un bene per Internet se più Paesi adottassero una normativa come il GDPR come quadro comune. La nuova normativa sulla privacy negli Stati Uniti e nel resto del mondo dovrebbe basarsi sulle protezioni fornite dal GDPR. Dovrebbe tutelare il diritto dell’utente a scegliere come utilizzare le proprie informazioni, consentendo al contempo alle aziende di utilizzarle per scopi di sicurezza e per fornire servizi”.

Cinque anni dopo, invece, Meta è arrivata addirittura a citare in giudizio davanti alla Corte Generale il Consiglio europeo dei garanti della privacy (European data protection board, Edpb). Viene contestato, in particolare, un vizio di forma: non aver convocato in audizione i dirigenti di Meta prima di formulare i rilievi nel parere inviato alla Commissione Europea, che così recitava: “Non sarà possibile per le grandi piattaforme online rispettare i requisiti per un consenso valido ai sensi del GDPR, se pongono agli utenti solo una scelta binaria tra acconsentire al trattamento dei dati personali per finalità di pubblicità comportamentale o pagare una tariffa. I dati personali non sono beni da scambiare”.

Il parere è ovviamente formulato in senso generale: riguarda tutte le grandi piattaforme online, ma in una nota esplicativa si cita Meta. E questo è il cavillo al quale si sono aggrappati i legali dell’azienda di Zuckerberg per avanzare la citazione in giudizio dell’Edpb. Nell’attesa del pronunciamento, l’Unione Europea resta ferma sulla propria convinzione che l’opzione “paga o ti profilo” sia inopportuna: Meta va avanti per la propria strada e gli utenti di Facebook stanno ricevendo il messaggio che alla scadenza del 1° gennaio 2025 non propone opzioni mediate, ma un’alternativa secca: “pay or consent”.

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