Paradisi fiscali, due parolette che fanno subito venire in mente paesi tropicali e paesaggi esotici. Sbagliato, ci ricorda la Cgia Mestre, il cui Ufficio Studi ha prodotto una nota molto interessante sul tema dell’evasione fiscale. Sbagliatissimo, perché, secondo uno studio recente del World Inequality Lab, i primi quattro paradisi fiscali al mondo sono il Principato di Monaco, il Granducato del Lussemburgo, il Liechtenstein e le Channel Islands. neanche queste esotiche o chissà dove: si trovano nel Canale della Manica. Per arrivare all’esotismo, bisogna andare alle Barbados, al quinto posto della black list.
Se la nota della Cgia Mestre ricorda dove si trovano i maggiori paradisi fiscali, dà anche conto delle caratteristiche che deve avere un Paese per essere definito tale. Secondo la definizione OCSE del 1998, redatta in occasione della pubblicazione del rapporto “Harmful Tax Competition – An Emerging Global Issue”, ecco quando ci si trova in presenza di un Paese – paradiso fiscale: quando si rileva l’assenza di meccanismi di scambio delle informazioni fiscali tra il Paese in oggetto e gli altri Stati, finalizzato a garantire la potestà impositiva di questi ultimi e a combattere i fenomeni di evasione ed elusione fiscale internazionale; si riscontra la sostanziale mancanza di imposte sui redditi delle imprese costituite nei propri territori; l’assenza, all’interno dei rispettivi ordinamenti giuridici, dell’obbligo per le società ivi costituite di svolgere un’effettiva attività d’impresa nei relativi territori; poca trasparenza del sistema legislativo e amministrativo, che consente a determinati soggetti di beneficiare di privilegi in termini di ridotta tassazione dei redditi.
Ma quanti sono i super ricchi e le multinazionali che preferiscono evitare di pagare le tasse nel nostro Paese e si danno alla fuga fiscale nei Paesi del paradiso? Intanto, dall’Italia le mete preferite sono Montecarlo e Lussemburgo, e ciò comprende sia persone fisiche che società. Nel Principato di Monaco, come sottolinea l’Ufficio studi della Cgia veneta, troviamo circa 8mila compatrioti che hanno trasferito la loro residenza Del resto, godono di tasse zero sul reddito e sugli immobili. Le banche sembrano preferire il Lussenburgo: ne troviamo almeno sei italiane e, come emerge dalla nota, “una cinquantina di fondi d’investimento, vari istituti assicurativi e molte multinazionali italiane e straniere che operano nel nostro territorio”. Una stima dell’ammanco che ciò produce all’erario italiano? Comprendendo i paradisi fiscali di tutto il mondo, all’erario italiano mancano circa 10 miliardi di euro. All’anno.
“La sottrazione di gettito per l’erario italiano è di circa 10 miliardi si euro, in larga misura frutto dell’ elusione dei super ricchi – commenta il professor Alessandro Volpi, economista e storico, docente dell’Università di Pisa – In Italia, nel 2024, c’erano 73 miliardari, 8 in più del 2023, che hanno un patrimonio complessivo di 301 miliardi di euro, ben 86 miliardi in più dell’anno passato, quando, appunto, il loro patrimonio era di 215 miliardi di euro. E’ evidente che una simile concentrazione di ricchezza renda auspicabile un’imposta patrimoniale che serva a rendere il nostro sistema fiscale più equo e progressivo”.
Ma l’imposta patrimoniale non è semplice da applicare. “Si tratta di un’operazione complessa perché molti di questi miliardari pagano gran parte delle imposte – molto poche – fuori dall’Italia. L’italiano più ricco, Giovanni Ferrero, con un patrimonio di 42 miliardi di euro, è a capo di una holding che ha sede in Lussemburgo. Il secondo più ricco, Andrea Pignataro, deve la sua fortuna alla Ion Group, che ha sede fiscale in Irlanda. Il quarto, dopo Giorgio Armani, è Giancarlo Devasini, direttore finanziario e principale azionista di Tether, che ha sede fiscale ad Hong Kong. L’elenco dei miliardari che utilizzano sedi e residenze fiscali in luoghi ameni sul piano della tassazione potrebbe continuare. In altre parole i super ricchi italiani si sono già organizzati da tempo contro le imposte, anche quelle “ordinarie”, senza scomodare le patrimoniali. Dunque, se non si introduce una normativa stringente in materia di sedi fiscali, la pur auspicabile introduzione della patrimoniale rischia di essere un’arma spuntata”.
Un’altra ricaduta dell’evasione fiscale è un fenomeno ben descritto come parassitismo. In altre parole, per fare l’esempio delle multinazionali e come spiega la nota della Cgia, questi soggetti utilizzano le infrastrutture materiali nazionali, quali porti, aeroporti, strade, ferrovie, ricorrono a quelle sociali (giustizia, sanità, scuola, università), sfruttano quelle immateriali (reti informatiche), senza però contribuire con le tasse come dovrebbero. Non solo. “Spesso per insediarsi in Italia, queste holding usufruiscono di agevolazioni/incentivi pubblici e quando sono in difficoltà e devono affrontare situazioni di riorganizzazione aziendale ricorrono a piene mani alle indennità erogate dall’Inps che, molto spesso, solo in minima parte sono state compensate dai contributi versati da questi giganti industriali”, spiega Volpi. La conseguenza è l’erosione della base imponibile su cui si applicano le aliquote fiscali e quindi del gettito che finisce nelle casse dell’erario. “Risultato? – tirano le fila dall’Ufficio Studi – Le disuguaglianze aumentano e la povertà cresce; gli altri contribuenti devono pagare di più per servizi spesso insoddisfacenti. Se invece tutti pagassero ciò che devono, lo Stato incasserebbe di più e la maggior parte dei cittadini pagherebbe meno: avremmo così maggiori risorse per aiutare chi è in difficoltà e potremmo ottenere una giustizia sociale migliore”.
Del resto, i numeri parlano da soli. A renderli noti, l’Area Studi di Mediobanca, riportati dalla Cgia. Così, emerge che nel 2022 le società controllate dalle “prime 25 multinazionali del web presenti in Italia hanno fatturato ben 9,3 miliardi, ma hanno pagato all’erario solo 206 milioni di euro di imposte”. In assenza di altre statistiche in grado di dimensionare il gettito fiscale versato dall’intero universo delle multinazionali presenti in Italia, l’unica fonte aggiuntiva è la fonte Istat, che ci dice che il numero delle multinazionali estere presenti in Italia attraverso società controllate, è pari a 18.434.
Qualcosa può essere fatto e qualcosa sembra muoversi. Questo qualcosa non è la patrimoniale sostenuta da molte parti, ma la cosiddetta Global Minimum Tax, conosciuta anche con l’acronimo Gmt. Una misura che tuttavia non viene applicata in tutta l’area UE. La Gmt come misura di contrasto di paradisi fiscali europei, è partita nel 2024. Ma quanto riporterà nelle casse dello Stato italiano? Secondo le previsioni contenute nel dossier curato dal Servizio Bilancio dello Stato della Camera, il gettito previsto dalla sola applicazione dell’aliquota del 15% sulle multinazionali sarà piuttosto modesto. “Si stima che nel 2025 il nostro erario incasserà 381,3 milioni di euro, nel 2026 427,9 e nel 2027 raggiungerà i 432,5. Nel 2033, ultimo anno in cui nel documento si stimano le entrate, le stesse dovrebbero sfiorare i 500 milioni di euro”.
Tuttavia, il problema è anche l’entrata in vigore a macchia di leopardo della norma. L’anno scorso la Gmt ha interessato 19 paesi UE, mentre Spagna e Polonia l’applicheranno da quest’anno. Estonia, Lettonia, Lituania e Malta sono in regime di proroga sino al 2030. Messe in mora dalla UE Cipro e Portogallo. Tutto ciò allunga i tempi per le grandi holding presenti Europa, magari per “spostare parte degli utili in alcuni paesi membri dove la tassazione continua essere molto favorevole”.
La questione, come al solito, ha molte facce. Una sintesi chiara giunge dal professor Volpi: “Le società riconducibili alle multinazionali del web fatturano in Italia quasi 10 miliardi di euro l’anno e pagano di imposte poco più di 200 milioni: un’inezia anche se solo confrontata con il gettito complessivo dell’Ires, dell’imposta sui profitti, già magra, che produce un gettito di circa 40 miliardi di euro. Peraltro l’entrata in vigore della tanto sbandierata Minimum Global Tax porterà, forse, gli introiti a circa 400 milioni, senza generare un reale cambiamento. A questo dato ne va aggiunto un altro. Il numero degli occupati nelle multinazionali del web è, in Italia, ridottissimo per cui il nostro paese è terra di profitti per le big tech Usa, senza benefici fiscali né occupazionali. Se esistesse una politica fiscale prelevando risorse da chi fa fatturati formidabili con poco personale, la difesa dello Stato sociale sarebbe decisamente più agevole”.
A fornire i numeri alla riflessione dell’economista è la stessa nota della Cgia, che riassume in cifre il problema: “di oltre 17,6 milioni di addetti presenti nel nostro Paese, gli occupati nelle multinazionali (siano esse estere o italiane) sono 3,5 milioni, pari al 20 per cento del totale. A livello territoriale tale quota sul totale occupati regionali sale al 24,4 in Emilia Romagna, al 25,1 in Friuli Venezia Giulia, al 25,3 in Piemonte e al 27 per cento in Lombardia”.
Parliamo invece di fatturato: “Il dato annuo riferito all’intero sistema produttivo del nostro Paese è di 4.322 miliardi di euro, mentre la quota riconducibile alle big company è di 1.975 miliardi di euro. Ciò vuol dire che quasi la metà del fatturato prodotto dalle imprese private nel nostro Paese, per la precisone il 45,7%, è ascrivibile alle nostre multinazionali o a quelle estere che hanno delle società controllate che operano in Italia”. Tirando le fila, sulla base dei dati, le multinazionali, estere o italiane che siano, eludono le tasse e non offrono occupazione o meglio, la offrono a pochissime persone. La domanda, come si diceva in tempi passati, sorge spontanea: a chi va il vantaggio?