Moda: trionfa il second hand e torna la semplice arte del rammendare

L’idea dello IED scuola di design per creare una nuova coscienza ambientale

“”Mend in Public Day – Riparare è un atto rivoluzionario”. Questo il titolo dell’appuntamento dato al pubblico, nel suo campus diffuso di Firenze, dallo IED (l’ Istituto europeo del design con sedi sparse in Italia e in varie parti del globo). Lo scorso aprile, in occasione della  Fashion Revolution Week, l’iniziativa globale nata dopo l’immane tragedia nel 2013 in Bangladesh del crollo del Rana Plaza, la fabbrica tessile che, crollando, uccise 1.134 persone e ne ferì circa 2.515: la più grande tragedia industriale e dello sfruttamento consumistico della contemporaneità .

 Lo IED è un indiscusso luogo di formazione all’avanguardia per il design, compreso il fashion design, eppure la novità è che in quell’occasione non ha presentato al pubblico iniziative di nuove tecnologie e creatività quanto piuttosto una serie di stupefacenti tavoli imbanditi di fili, aghi, forbici, ditali. Signori qui si rammenda, ha detto l’Istituto dei nuovi talenti, compresi quelli modaioli. Sottolineando che non si trattava di un romantico ricordo dei tempi passati, ma di una rivoluzione per un futuro più consapevole, che ripudia l’ubriacatura dell’usa e getta a favore dell’economia circolare e vuole aderire a una nuova coscienza ambientale che contrasta un’ industria del fast fashion responsabile del 10% di gas serra e del 20% di inquinamento dell’acqua. Ovvero un impegno a vivere, e anche a vestirsi,  senza sprecare risorse né soffocare il mondo di stracci. 

 All’appuntamento si sono presentati gli studenti con i loro rammendi già fatti, fantasiosi o semplicemente riparatori, e il pubblico è stato invitato a portare i propri oggetti da rammendare per imparare, o comunque per rattoppare insieme. Un ritrovo del rammendare che potrebbe lasciare a bocca aperta. Una vera rivoluzione, secondo lo IED che comunque è un’istituzione abituata ad annusare le tendenze e agire di conseguenza o anticiparle appena spunti il vento. E il vento dice che un modo di vestirsi sta cambiando. Nella rivoluzione all’orizzonte della nuova generazione di una moda altrimenti sempre più in crisi, si sta sempre più affermando una tendenza già inventata dai giovani e già in atto. Quella del second hand, la moda degli abiti usati che sempre più si diffonde e che unisce risparmio economico di fronte a prezzi saliti a stelle ingiustificabili, stile personale e coscienza ambientale. 

 Abiti di seconda mano che non è esattamente la stessa cosa della passione per il vintage già scattata da qualche tempo. Il vintage può anche non essere stato mai usato, è più importante che porti con sé una grande firma della moda. Il second hand, invece, ha il suo punto di forza, non nella firma, ma nell’essere stato indossato prima da qualcun altro: regalando così sicurezza, nonchalance, la tanto desiderata diversità, con in più l’orgoglio di salvare il pianeta e apparire alla moda pur rifiutando la medesima. Le previsioni del successo del mercato dell’usato dicono che arriverà a 360 miliardi di dollari entro il 2030, come spiega uno studio di Bcg e Vestiaire Collective, riportato dal Sole24Ore. Sarà più veloce della moda in difficoltà. 

Per reindossare però bisogna non buttare ma riparare e per riparare si rammenda. Fino a adesso si è detto rammendare senza ricordarsi quasi più cosa voleva dire. Al massimo per rimpiangere, di fronte a un abito molto amato e malamente strappato, la realtà che “non esistono più le rammendatrici” . Ma, chiuso lì , si volta pagina. Il rammendo è solo un eco del passato di donne costrette un tempo a cavarsi gli occhi pur di rattoppare di tutto. Vari anni fa sembrava un’operazione naturale riparare abiti, calzini, camicie, lenzuoli, tovaglie, berretti, biancheria intima. Gli uomini, da parte loro, più virilmente accomodavano gli arnesi per lavorare, i danni in casa, mobili, accessori. Tutto  doveva continuare a essere usato finché non si consumava del tutto. Era il mondo della scarsità. Poi è venuto quello dell’abbondanza con conseguente usa e getta, la frenesia sia del comprare che del buttare. Se qualcosa si guasta, si butta e si compra nuovo. 

 Alt, però. The Times They Are A-Changin’, cantava Bob Dylan. I tempi cambiano, così adesso iniziamo a voltare di nuovo pagina. Mend in Public Day, rivendica lo IED, non  è un tornare indietro ma una nuova presa di coscienza e posizione. Oggi l’aria è cambiata e, mentre la crisi attanaglia la moda, trionfa il second hand e torna la semplice arte del rammendare. Non più , come nei tempi passati, un gesto naturale ed umile. Ma un’arte da reimparare con puntigliosità non solo perché utile di fronte alla crisi economica che non potrà che avanzare anche se la guerra finisse immediatamente  perché il danno è fatto, ma anche come orgogliosa dichiarazione di consapevolezza ambientale per contribuire a far sì che, se anche non fosse per la guerra, il pianeta non  rischi di andare a gambe all’aria ad opera di smog e climate change. Un piccolo gesto per non consumare risorse, non produrre sostanze inquinanti e stracci che altrimenti  si trovano in un grande dilemma: venire recuperati o soffocare il mondo.

 “Una giornata in cui si porta in pubblico il gesto della riparazione degli abiti, trasformandolo in un atto collettivo di consapevolezza e responsabilità. Rammendare abiti è l’arte di riparare tessuti usurati o danneggiati, allungando la vita dei capi in modo sostenibile. Strumenti essenziali sono aghi, filati adatti, forbici, spilli e un ditale. Riparare significa resistere alla logica della fast fashion, che spinge a comprare sempre di nuovo anziché prendersi cura di ciò che si possiede già. È un gesto semplice e concreto che valorizza la creatività, riduce i rifiuti e prolunga la vita dei capi. Un rammendo ben eseguito, che sia invisibile o decorativo, non solo ripara ma personalizza il capo, promuovendo uno stile di vita consapevole”, conclude lo IED a proposito di “Mend In Public Day – Riparare è un atto rivoluzionario”, organizzata da Cecilia Frajoli Gualdi, docente di History and Theory of Mending presso il corso di laurea in Textile Design – Eco-Threads: Materials and Circularity, in collaborazione con Dress the Change, associazione impegnata nella promozione della moda etica e sostenibile.

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