Firenze – In queste settimane, a Firenze, è stato inaugurato il Centro di giustizia riparativa: una delle novità più rilevanti introdotte dalla riforma Cartabia, eppure ancora largamente sottovalutata. Si potrebbe dire: finalmente. A gestirlo sarà l’associazione Aleteia, con un’équipe iniziale di sei mediatori. Non mi soffermo qui a spiegare cosa sia la restorative justice — ne ho scritto e parlato più volte su Thedotcultura. Mi interessa piuttosto un dettaglio apparentemente marginale: il Centro si trova in via del Giardino della Bizzarria. Un nome curioso, quasi eccentrico, per una strada anonima del quartiere di Novoli, non lontana dal Palazzo di giustizia. Ed è proprio su questo nome che vale la pena soffermarsi.
Novoli, oggi parte del Quartiere 5 — la cosiddetta “Firenze Nuova” — deve il suo nome al latino locus novus, attestato già nel Medioevo e ricordato da Emanuele Repetti nel suo Dizionario dei luoghi della Toscana. Tra i luoghi più suggestivi e meno noti della zona vi è proprio il Giardino della Bizzarria, che dà ancora il nome a una via: una traversa di via Torre degli Agli. Di quel giardino resta traccia nell’area oggi occupata dall’ex orto botanico della famiglia Panciatichi, poi inglobato nella Caserma del Genio Infrastrutture (Villa Carobbi). Un luogo che meriterebbe, senza troppe esitazioni, di essere restituito alla città.
Il Giardino nasce come spazio dedicato agli esperimenti botanici e alla coltivazione di rarità. Tra queste, spicca la celebre “pianta della Bizzarria”: un ibrido straordinario, nato nel Seicento, che combina in sé limone, cedro e arancio amaro. La sua origine risale agli esperimenti del giardiniere di Ferdinando Panciatichi, attorno al 1644. Questa pianta singolare — una sorta di anomalia vivente — produceva sullo stesso ramo frutti di forme diverse, come se la natura si fosse concessa una licenza poetica. Dopo essere stata dimenticata, fu riscoperta nel Novecento dal direttore del Giardino mediceo di Villa di Castello e ripiantata sia nel Giardino di Boboli sia nell’Orto botanico di Firenze.
Già nel 1655 Francesco Redi, in una lettera al Granduca, descriveva con stupore questo prodigio: un frutto “composto”, in cui un limone racchiude un’arancia che a sua volta contiene un piccolo cedro. Un oggetto naturale che sembra smentire le categorie, mescolare i confini, tenere insieme ciò che normalmente è separato.
Ecco allora che la “bizzarria” della giustizia riparativa trova, quasi per ironia toponomastica, la sua collocazione più appropriata. Perché anche il procedimento di mediazione è, in fondo, un frutto composito: tiene insieme il mediatore, la vittima e l’autore del reato. Tre elementi distinti, spesso inconciliabili, chiamati però a coesistere in uno spazio comune, a costruire — se possibile — un senso condiviso.
Bizzarro? Forse. Ma, come certe invenzioni della natura, anche questa potrebbe rivelarsi meno strana di quanto sembri — e molto più necessaria.