“La violenza accettata come regolatrice dei rapporti sociali”

I più colpiti sono i più fragili, dice il sociologo Vincenzo Scalia
Il sociologo e criminologo Vincenzo Scalia

Violenza sdoganata. E’ questa l’impressione che emerge dalla considerazione degli episodi che la cronaca ci offre. Dai femminicidi che continuano imperterriti ad attraversare l’Italia indipendentemente dalle regioni, segnale che non si tratta, come pure qualche volta si è detto, di un portato culturale locale, alle violenze praticate in gruppo, in particolare dalle cosiddette gang giovanili, ai coltelli in strada, fino ai rapporti fra gli Stati, in cui sembra che siano state silenziate le pur più elementari regole del diritto internazionale. A prescindere da quest’ultimo punto, che pur rimane un trasparente segnale del prevalere dell’ideologia della forza, ci siamo concentrati sui meccanismi che hanno reso normale quando non degno di plauso, l’uso della violenza. Per tentare una ricostruzione, ci siamo rivolti a Vincenzo Scalìa, docente di sociologia della devianza e criminologia all’Università di Firenze.

Qual è secondo lei il motivo per cui è avvenuto lo sdoganamento sociale della violenza?

“I motivi sono vari. Si possono mettere insieme alcune cause, il risentimento sociale legato al risentimento dei gruppi più marginali ad esempio, ma anche la mancanza di quei filtri che portano alla gestione della violenza, le cosiddette regole del disordine. Ciò che intendo è che non possiamo pensare, come ho detto più volte, che alla base dei comportamenti violenti dei gruppi giovanili o degli individui tout court, ci sia “solo” una mancanza di educazione individuale  o di autocontrollo, ma c’è anche l’impossibilità di entrare in gruppi che “insegnano” a gestire la violenza”.

Cosa intende esattamente?

“Paradossalmente, anche se mi rendo conto che si tratti di uno spunto riflessivo difficile da digerire, gli ultrà erano questo: nella loro gerarchia di relazione, c’erano i gruppi gemellati, i gruppi verso cui si nutriva indifferenza e infine i gruppi ostili. E anche in quest’ultimo caso, spesso intervenivano regole di gestione. Per fare un esempio, uno scontro Genoa-Samp rimase famoso perché la Samp perse la finale di Coppa dei Campioni  e naturalmente i tifosi genoani scesero a festeggiare in piazza. Uno dei caporioni dei gruppi della Samp andò al bar frequentato dagli ultrà del Genoa e pronunciò la famosa sfida: 500 di noi e 500 dei vostri. Risultato, rissa gigantesca con 400 feriti. Dopo questo episodio sanguinoso tuttavia, in buona sostanza costretti dal chiasso mediatico e dall’azione della polizia, strinsero un accordo per evitare di tornare sotto l’occhio del ciclone. Beninteso, rimanendo acerrimi nemici”.

Quindi lei ritiene che sia lecito in qualche modo creare delle regole al di fuori di quelle statali per gestire la violenza, in questo caso fra tifoserie?

“Non ho detto questo. Ho portato un esempio, paradossale, di ciò che succedeva in una società più attrezzata ad arginare la violenza in modo da gestirla attraverso il gruppo e in modo specifico rispetto alle situazioni. Ho fatto l’esempio estremo degli ultrà, ma, mutatis mutandis, potremmo riferirci ai partiti, agli associazionismi, all’interno di una società che era comunque più brava a gestire per esempio le code in discoteca, le file al cinema, perché c’erano regole comportamentali non scritte ma ugualmente condivise”

Cosa fa saltare questa capacità silenziosa di gestire la violenza anche quando sembra tracimare nel caos?

“il problema è una società che è transitata da uno schema collettivo, comunitario, a uno schema individuale, dove il modello lo suggerisce il mondo virtuale. Dove ognuno dà la propria interpretazione per quanto riguarda il modello comportamentale da tenere. Al massimo, fanno scuola gli influencer. E’ una società in cui i vari Cicaloni presentano i posti a rischio, dove intervengono gruppi che si formano sul principio “andiamo a picchiare gli spacciatori”. Plauso generale e like.

Le ronde nate in quasi tutte le città italiane insegnano. Ma qual è il punto?

“Il punto è che la violenza viene accettata come elemento regolatore dei rapporti sociali. Una linea, questa, che è rafforzata dalla direzione presa dalla legislazione (approvata, in fieri o semplicemente annunciata) di fonte governativa. Si vuole ampliare e rafforzare la legittima difesa; la resistenza agli sfratti si trasforma in reato penale, con punizioni che si estendono anche ai “solidali” con lo sfrattato; si offre scudo penale ai poliziotti, pur rischiando di incappare in casi come quello di Rogoredo. Insomma si tratta dell’allargamento e della benedizione del concetto primario, ovvero si accetta che la violenza venga utilizzata come regolatore dei rapporti sociali, come soluzione del conflitto. Siamo tornati a questo”.

Su chi ricade principalmente la conseguenza?

“Se è vero che in prima linea, o meglio, in prima pagina, finiscono in buona sostanza i più esposti per fragilità sociale, anagrafica, economica, di cultura, è anche vero che si tratta di una struttura di pensiero che è diventata collettiva, che abbraccia la società nella sua interezza. Diciamo che è necessario creare dei nuovi argini alla violenza”.

Cosa significa?

“Secondo me significa che è necessario ricostruire il tessuto sociale. Spesso infatti i conflitti che si intrecciano hanno più origini, a partire dal conflitto sull’utilizzo dello spazio pubblico, in cui magari azioni vandaliche si intrecciano con famiglie con i bambini in passeggino. Nel vecchio modello sociale, c’erano una serie di associazioni, ad esempio i circoli Arci, le Case del Popolo, i circoli Endas, gli SMS, che fungevano da ricettori di varie esigenze legate alle fasce di età, dove le varie generazioni si incontravano, si scambiavano e imparavano a rispettarsi. Passaggi sociali che non esistono più e che ad oggi sono affidati al computer, ai social, allo smartphone. Un problema che si invelenisce ulteriormente all’alzarsi del livello di conflitto fra autoctoni e stranieri. I brutti, sporchi e cattivi, i marginali, devono stare fra loro. Torna anche la questione del territorio: i marginali non devono stare nel centro delle nostre belle città, perché rientrano nel “degrado”. Un principio che torna in provvedimenti come il Daspo urbano, le zone rosse, che a loro volta non fanno altro che segmentare ulteriormente, spezzettare la società, alimentando una tensione diffusa che non può che sfociare in atti di violenza”.

In foto Vincenzo Scalia

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