L’Italia e i “volenterosi”: alla fine Giorgia riprende la scena

Grazie al Vaticano, Roma diventa uno snodo diplomatico di richiamo mondiale

Il ‘ponte’ transatlantico cui lavora da mesi la presidente del Consiglio Giorgia Meloni implode sulla sponda di Bruxelles e vacilla su quella di Washington, dove accorrono altri pontieri, i cosiddetti ‘volenterosi’. Con un colpo a sorpresa che l’ha rilanciata nel giorno dell’insediamento di Papa Leone XIV.

Nel nome dell’Ucraina, l’Europa dei paesi fondatori, Francia e Germania con in più la Polonia di Tusk e l’Inghilterra di Starmer, che vive una nuova stagione di protagonismo europeo, si è ripresa la scena sul fronte occidentale. Dopo l’irrilevanza cui Donald Trump sembrava voler relegare Bruxelles, dopo i ‘maltrattamenti’ sui dazi, il quadro sta cambiando. Come se quell’immagine potente di Trump e Zelenskij uno di fronte all’altro su due semplici sedie nell’immensità della basilica di San Pietro, avesse riconnesso tutti, trasferendo alla storia le altre immagini del presidente dell’Ucraina sbeffeggiato alla Casa Bianca, con l’Europa stordita e muta. Ora ci si parla, provando ad intendersi ed accordarsi per arrivare a chiudere il conflitto con la Russia, che avvelena L’Europa. Non ci stanno riuscendo, Putin non sembra volerne sapere al momento ma, grazie a quegli europei volenterosi si è aperto un ampio e inedito fronte diplomatico che interloquisce regolarmente con Trump. E Giorgia Meloni sembra perdere quel primo piano che le aveva riservato il tycoon quando, per prima, fu ricevuta con tutti gli onori alla Casa Bianca.

La questione che ha spaccato il fronte europeo e anche quello interno italiano è la partita delle armi e della difesa dei confini, più minacciati senza l’ombrello americano, oltre alla scelta di andare in soccorso all’Ucraina a sua volta abbandonata da Trump. In attesa di mettere in piedi la fantomatica difesa europea, i volenterosi Francia, Inghilterra e soprattutto Germania, che su questo ha infranto la sua storica resistenza a non produrre debito, hanno programmato un piano di ‘riarmo’ nazionale e ipotizzato di mandare contingenti in Ucraina. L’Italia non se lo può permettere, non solo economicamente, Meloni deve dar conto anche al suo alleato e vicepremier Matteo Salvini che – pacifista a modo suo, in funzione antieuropea – di riarmo non ne vuole nemmeno sentire parlare.  Di più,  Meloni non vuole procedere in antagonismo all’amico e alleato Trump e, nel nome dell’Occidente che deve riunire le due sponde dell’Atlantico, non ha mai sostenuto le iniziative dei volenterosi dismettendo il suo equilibrismo a favore di Washington e riconnettendosi con i più affini paesi sovranisti. Fermo restando sempre l’appoggio convinto a Kiev.

Il quadro è però cambiato ulteriormente, con le imprevedibili ‘giravolte’ del presidente Trump che, non riuscendo, come aveva promesso, a far finire la guerra in Ucraina in 24 ore, comincia a capire che Putin è un osso duro e conviene allargare il tavolo dei negoziati. Ed eccoci all’oggi con i volenterosi che si attivano sulla diplomazia della pace, la questione delle armi ormai in secondo piano.

Così Meloni ha perso il pendolo rimanendo ai margini.  Isolata, defilata o con strategie diverse? Ancora non è chiara la sua posizione, i fatti dicono che in due riunioni importanti lei ha marcato distanza.  La prima volta non andando a Kiev e limitandosi ad un collegamento da remoto, mentre Donald Trump, già agganciato dai volenterosi, si era messo in contatto telefonico per delineare insieme una prima bozza di accordo da proporre a Putin. Ottengono solo l’apertura del tavolo a Istanbul, poi fallito e diventato il ‘vertice delle sedie vuote’, ma comunque era stato un inizio.

A Tirana la seconda e più clamorosa assenza di Meloni all’incontro, reso noto dall’Eliseo, nella stessa formazione: Emmanuel Macron, Friedrich Merz, Keir Starmer, Donald Tusk e Volodymyr Zelensky. E ancora una volta Donald Trump, collegato. Qua Meloni non viene proprio invitata e non ne sapeva niente a quanto sembra. L’incontro avviene dopo la sessione plenaria del summit della Comunità Politica Europea (Cpe), al suo sesto vertice. E’ un forum intergovernativo formato dai 27 paesi dell’Unione e altri 20 Stati fra cui la Turchia. La Cpe la volle il presidente Macron e fu istituita nel 2022, dopo l’invasione russa dell’Ucraina, come luogo di confronto informale. Il classico consesso in cui si fanno bei discorsi, basti pensare al titolo di questa edizione albanese, ‘Una nuova Europa in un mondo nuovo: unità, cooperazione, azione comune’. Ma sono quelle grandi occasioni in cui, più che i discorsi ufficiali, contano i retroscena, la diplomazia informale. E così è successo a Tirana, dove la foto dei volenterosi riuniti ‘a margine’ è stata la notizia più importante prodotta dal summit e soprattutto è stata la spina nel fianco della presidente Giorgia Meloni. Eppure, al suo arrivo era stata ricevuta addirittura in ginocchio dal presidente albanese Edi Rama. Eppure il suo discorso alla sessione plenaria era stato inclusivo – con il ripetuto invito ad allargare l’Ue ai Balcani occidentali – e alto, un inno all’Europa, “la civiltà che costruisce la pace dove altri seminano distruzione”. Non basta, non è bastato nemmeno invocare la pace e ribadire la vicinanza all’Ucraina, di questo vertice di Tirana resterà lo ‘schiaffo’ dei volenterosi all’Italia.

Il risentimento della premier è stato evidente quando ha invocato la coerenza per giustificare la sua assenza al vertice: “Si parlava di invio di truppe e noi siamo contrari”. Ma, a stretto giro, ecco Emmanuel Macron: “C’è un errore di interpretazione, si è parlato di cessate il fuoco”. E, sferzante: “Guardiamoci dal divulgare false informazioni, ce ne sono a sufficienza di quelle russe”. Nessuna reazione a caldo dalla premier, ci pensa il suo sottosegretario Giovanbattista Fazzolari, attaccando direttamente il format dei volenterosi “che indebolisce la Ue e mina l’unità occidentale”. Il ministro degli Esteri Antonio Antonio Tajani si limita a una generica petizione di principio: “Nessun isolamento, siamo protagonisti e continueremo ad esserlo”. L’unico diretto è il ministro della Difesa Guido Crosetto: “Ogni tanto Macron fa delle battute che tra leader potrebbero risparmiarsi. Sono delle frecciatine che nascono più da posizioni politiche e da considerazioni interne, di ricaduta interna. Non era un vertice programmato e quindi non era vertice dove era necessaria la partecipazione”.

Si scatenano invece le opposizioni stigmatizzando la figuraccia dell’Italia retrocessa che si è fatta sostituire dalla Polonia. “È scesa dalla locomotiva europea ed è stata scavalcata nel rapporto privilegiato con gli Stati Uniti. In una parola, irrilevante”, dice Davide Faraone, vicepresidente di Italia Viva. E il presidente dei senatori del Pd Francesco Boccia: “Ancora una volta il nostro paese, tra i fondatori dell’Unione europea, viene umiliato grazie alle ambiguità di questa destra. Siamo di fronte ad un governo che vuole solo farsi fotografare con Trump ma totalmente incapace di avere un ruolo nello scacchiere diplomatico internazionale”.

Meloni aspetta il giorno dopo per riprendersi la scena. L’assist è il bilaterale più importante di una giornata piena di incontri. A Palazzo Chigi attendono il nuovo cancelliere tedesco Friedrich Merz ed è l’occasione per cercare di chiudere le polemiche:  “ È stato un incontro molto cordiale, operativo, che credo rappresenti la smentita più efficace della presunta assenza di interesse da parte del nuovo governo tedesco nei confronti del rapporto con l’Italia”. Quanto al merito, ha sottolineato la presidente del Consiglio, “la mia convinzione è sempre la stessa: puntare a costruire un solido pilastro europeo dell’alleanza atlantica da affiancare a quello americano in un’ottica di complementarietà strategica”.

Il cancelliere tedesco risponde con la stessa cordialità ma ritorna a Macron con nettezza: “Non c’è nessuna discussione sull’invio di truppe in Ucraina, è fuori da ogni realtà politica, non c’è nessun motivo per parlarne adesso. Lavoriamo per il cessate il fuoco”. Fa di più, invita l’Italia a far parte attivamente del gruppo dei volenterosi. A Meloni non resta che correggere il tiro: “Non posso che prendere atto del fatto chel’invio di truppe non è più un tema in discussione”. E però non rinuncia ad una stilettata finale diretta a Macron con cui è noto che non corra buon sangue: “Forse è necessario, in un momento delicato come questo, abbandonare un po’ i personalismi che rischiano di minare l’unità dell’Occidente che è stata fondamentale e resta fondamentale per risolvere il conflitto in Ucraina”.

Con Volodymyr Zelensky, invece, resta l’afflato di sempre espresso nel grande abbraccio fra i due a Piazza San Pietro per l’avvio del pontificato di Leone XIV. Il Papa ha riservato al presidente ucraino il suo primo incontro importante. Due ore, al termine delle quali, compaiono su X i ringraziamenti di Zelenskij a Prevost “per le sue parole su una pace giusta”.

Non solo. Ancora una volta, grazie al Vaticano, Roma diventa uno snodo diplomatico di richiamo mondiale. Come era stato per il funerale di Papa Bergoglio, anche per l’intronizzazione di Leone XIV a San Pietro si ritrovano delegazioni da tutto il mondo e si favoriscono incontri essenziali per il complicato quadro geopolitico attuale. A Palazzo Chigi si apparecchia il trilaterale fra Giorgia Meloni, il vicepresidente americano J.D. Vance e la presidente della Commissione europea Ursula Von Der Leyen. Lo stesso Vance prima aveva visto Zelenskij a villa Taverna, residenza dell’ambasciatore americano, testimoniando il disgelo dei rapporti fra i due Stati e sancendo il passaggio a una postura americana più blanda nei confronti dell’Ucraina.

L’incontro a Palazzo Chigi è durato meno di un’ora ma è bastato a Meloni per riprendersi la scena, facendo valere quel ruolo di pontiera a cui lei ha sempre tenuto molto. Con la benedizione dello stesso Vance: “Giorgia Meloni è diventata una buona amica. Ha offerto, e io ho accettato, di essere una costruttrice di ponti tra Europa e Stati Uniti. Abbiamo qualche disaccordo, come gli amici a volte hanno, per esempio sui dazi, ma abbiamo anche molte cose su cui andiamo d’accordo”. Lei ringrazia battezzando la giornata come “una giornata perfetta, che dà lustro all’Italia”. Poi richiama il suo obiettivo di voler “rilanciare il dialogo tra Unione Europea e Stati Uniti” e si dice “orgogliosa di questo passo in avanti per l’unità dell’Occidente”.

Si unisce al coro ottimistico la presidente Von der Leyen, andando più dentro al merito delle questioni e prevedendo che “la prossima settimana sarà cruciale” per le trattative di pace. Dà infine il suo contributo al disgelo con gli alleati americani ringraziandoli “per quanto sono impegnati a far finire questa guerra”.

Zelenskij può tornare a Kiev soddisfatto, ma gli Ucraini restano al momento sotto i droni di Putin che intensifica i suoi attacchi e indice bandi per reclutare altri soldati. A parole anche lui concede qualche apertura, domani si sentirà con Trump al telefono pare. Ma il fronte di guerra offre altre immagini, ben lontane dalla diplomazia cortese che si apparecchia sui tavoli dei Palazzi romani.  

Foto da Youtube

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