Le minacce a una civiltà denunciano la crisi del sistema di valori di chi le pronuncia

La gravità delle dichiarazioni di Trump contro l’Iran prima della tregua

La parola civiltà è tra le più dense e complesse del lessico umano. Essa non indica soltanto un insieme di conquiste materiali, ma comprende valori, identità, memoria storica e forme di convivenza. Parlare di civiltà significa quindi riferirsi alla dimensione più alta dell’organizzazione umana, quella in cui una società definisce non solo ciò che è, ma anche ciò che ritiene giusto essere.

Il termine può essere inteso in modi diversi. Da un lato, civiltà è progresso: sviluppo tecnologico, infrastrutture, capacità organizzativa. Dall’altro, è un sistema di valori condivisi, come il rispetto della vita, la dignità umana e il diritto. Senza questi elementi, anche una società avanzata può perdere ciò che la rende propriamente “civile”.

Accanto a questi aspetti, la civiltà è anche continuità storica. La civiltà iraniana, erede della tradizione persiana, rappresenta un esempio significativo di questa dimensione: una realtà che attraversa secoli, trasformazioni politiche e cambiamenti religiosi senza dissolversi. Essa vive nella lingua, nella cultura e nella memoria collettiva, al di là delle forme istituzionali contingenti.

È proprio alla luce di questa complessità che assume un significato particolarmente grave la dichiarazione del presidente americano Donald Trump, secondo cui “un’intera civiltà potrebbe morire stanotte” riferendosi all’Iran. Una formulazione di questo tipo non rappresenta soltanto un’escalation retorica, ma introduce nel discorso politico l’idea stessa della distruzione di una civiltà come opzione concepibile. Il riferimento a possibili attacchi contro infrastrutture civili — ponti, centrali elettriche, reti energetiche — rafforza ulteriormente questa prospettiva, estendendo il conflitto alla dimensione della vita quotidiana.

Un simile linguaggio non può essere ridotto a provocazione. Minacciare la fine di una civiltà, o colpire deliberatamente le condizioni di vita di una popolazione, è un approccio che non può essere considerato legittimo. Si tratta di una posizione totalmente inaccettabile, perché mette in discussione i principi stessi su cui si fonda l’idea di convivenza tra comunità politiche.

Il punto centrale non riguarda la possibilità concreta di distruggere una civiltà, ma il fatto che la sua distruzione venga evocata come opzione. La storia mostra che le civiltà possono essere trasformate o indebolite, ma difficilmente cancellate: sopravvivono nelle strutture culturali e simboliche che le definiscono. Proprio per questo, l’idea di “porre fine” a una civiltà rivela una comprensione riduttiva della sua natura.

Se una civiltà non può essere facilmente annientata dall’esterno, può però entrare in crisi quando si incrina la coerenza tra i valori che afferma e le azioni che compie. Gli Stati Uniti si sono a lungo presentati come promotori di libertà, diritti e ordine internazionale. Tuttavia, alcune dinamiche recenti indicano una crescente tensione rispetto a questi principi.

Questa evoluzione si manifesta in una serie di scelte che delineano una traiettoria coerente: dall’uso dei dazi come strumento di pressione anche verso alleati tradizionali, alle minacce rivolte a partner storici, fino all’inasprimento delle politiche migratorie e all’impiego sempre più aggressivo degli strumenti di enforcement interno, con Immigration and Customs Enforcement divenuta simbolo di un approccio fondato sulla violenza più che sulle garanzie. A ciò si aggiunge il sostegno politico e militare a Israele nelle operazioni condotte nella Striscia di Gaza, che hanno alimentato un ampio dibattito internazionale sulla coerenza tra alleanze strategiche e principi umanitari.

In questo quadro, la minaccia di “porre fine” a una civiltà non appare come un episodio isolato, ma come il punto di arrivo di un percorso. Essa rende esplicita una trasformazione già in atto, in cui il linguaggio politico finisce per legittimare ciò che in precedenza sarebbe stato considerato inaccettabile.

Una civiltà può infatti perdere credibilità e coerenza ben prima di perdere potere. Non è più una prospettiva futura, ma una perdita di legittimità morale già in atto nello spazio internazionale. Più che la fine della civiltà iraniana, ciò che appare in discussione è dunque la coerenza della civiltà che pretende di poterne decretare la fine. Perché una civiltà non perde sé stessa quando viene minacciata dall’esterno, ma quando arriva a considerare accettabile ciò che nega i principi su cui si fonda.

In foto Persepoli

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