La fine dell’era Orbán chiude un ciclo lungo sedici anni e apre una fase che, più che nuova, appare incerta. Non tanto per la forza del vincitore, Péter Magyar, che dispone di una supermaggioranza parlamentare capace di incidere profondamente sull’assetto istituzionale, quanto per la natura stessa del suo progetto politico. Le elezioni hanno consegnato all’Ungheria il Parlamento più spostato a destra dalla fine del socialismo reale: un dato che andrebbe assunto come punto di partenza, non aggirato con letture consolatorie.
Magyar non rappresenta una svolta progressista, né ha mai preteso di esserlo. La sua piattaforma è chiaramente conservatrice: restrizione dell’immigrazione, tagli fiscali, rafforzamento della difesa, incentivi alla natalità. In questo senso, il suo successo non segna un cambio di campo ideologico, ma piuttosto una redistribuzione interna alla destra ungherese. Il suo elettorato non ha votato per cambiare direzione, ma per cambiare metodo.
Ed è proprio qui che si colloca la linea di rottura con il passato più significativa. Non tra destra e sinistra, ma tra due modelli di esercizio del potere. Da un lato, il sistema costruito da Orbán, fondato sulla concentrazione delle leve istituzionali, sull’uso estensivo dello stato di emergenza e su unaprogressiva erosione dei contrappesi. Dall’altro, la promessa di Magyar di ristabilire uno spazio di legalità: adesione alla Procura Europea, indagini sulla corruzione, rimozione delle reti di influenza politica nelle istituzioni, ricostruzione di un sistema mediatico almeno formalmente indipendente.
Non è soltanto un dettaglio tecnico. È una scelta di campo che riguarda la qualità della democrazia. E tuttavia, non va idealizzata. La stessa agenda di riforme istituzionali – limite ai mandati, superamento dello stato di emergenza permanente – si inserisce in un contesto in cui il nuovo governo dispone di strumenti straordinari, a partire dalla possibilità di modificare la Costituzione senza bisogno di compromessi. La tentazione di usare il potere per ridisegnare il sistema a propria immagine non è un rischio teorico, ma una costante della politica contemporanea.
Anche sul piano internazionale, il cambio di rotta appare netto ma non privo di ambiguità. L’allontanamento dalla Russia e la normalizzazione dei rapporti con l’Unione Europea segnano una discontinuità evidente rispetto al passato recente. Tuttavia, Magyar non propone un’integrazione più profonda, ma piuttosto una relazione funzionale, pragmatica, priva di slanci federalisti. È un europeismo condizionato, che riflette più un’esigenza di stabilità economica che una visione politica.
In un paese segnato da inflazione, incertezza e paura sociale, questo equilibrio potrebbe risultare sufficiente nel breve periodo. Ma resta da capire se sarà in grado di produrre un nuovo ciclo o se si limiterà a gestire la transizione. Perché il punto, alla fine, è questo: l’Ungheria ha archiviato un sistema, ma non ha ancora trovato un modello alternativo. Il ritorno dello stato di diritto è una condizione necessaria. Non è ancora, da solo, una direzione.
In foto Péter Magyar