Chi è un regista? La domanda è complessa, la risposta è semplice. Senza mediazioni o equivoci. “Il regista è uno che dà l’esempio, che arriva in teatro per primo e se ne va per ultimo: la regia me l’hanno insegnata i miei attori”. Parola di Eugenio Barba, 90 anni portati con invidiabile leggerezza e disinvolta coerenza. Uno che il teatro lo fa da una vita, da quando giovanissimo abbandonò la natia Puglia (lui di Gallipoli) per avventurarsi verso il Nord Europa, interrompendo quella che doveva essere una carriera militare.
Della sua vita, del suo lavoro, della sua carriera, delle sue esperienze, delle sue avventure esistenziali e professionali, della sua ricerca, indomita e disciplinata fino alla sofferenza, di una pratica che mette l’attore direttamente in relazione con la propria ricerca interiore, ospite di Materia Prima numero 13, il festival curato da Murmuris, è stato entusiasmante narratore nel corso della presentazione, presso la libreria Ornitorinco di via di Camaldoli in Oltrarno, di “Le mie vite nel Terzo Teatro.
“Differenza, mestiere, rivolta”, autobiografia curata da Lluís Masgrau per le Edizioni di Pagina. Autobiografia che ricostruisce con completezza una missione creativa vissuta come mestiere, ma anche come alternativa, sovversione, ribellione. Per un 19enne del Sud d’Italia, in una clima ancora da dopoguerra in attesa del boom economico, è un salto nel buio. “A Oslo, non capivo una parola, mi divido fra l’apprendistato di un’officina che lavorava la latta per le grondaie, ancora non c’era la plastica, e gli studi serali per diventate saldatore. Nel 1956 mi imbarco come marinaio su navi dirette in Oriente. Tornato a terra mi iscrivo all’università nel corso di laurea in storia delle religioni ma è il viaggio a Opole, in Polonia, a mutare il carattere di un mestiere, quello del teatro, fino ad allora vissuto come un’aspirazione rivoluzionaria di stampo brechtiano”.
Galeotta fu la scoperta di Jerzy Grotowski e del suo Teatr-Laboratorium. “All’epoca nessuno, al di fuori della Polonia, conosceva Grotowski. La Polonia non era ancora una nazione. Tutti suoi intellettuali vivevano all’estero. L’ho seguito per tre anni, dal 1961 al 1964, contavo su una borsa di studio dell’Unesco, ma solo in veste di testimone. L’idea di un laboratorio come di un luogo appartato di creazione artistica e di formazione, ricordo che il teatro di Opole era così piccolo che prendeva il nome dalle tredici fila di poltrone che lo costituivano, un luogo cioè svincolato dai processi economico burocratici dello spettacolo, diviene una prospettiva di vita, radicalizzata da motivazioni di indipendenza e dalla necessità di creare nuove relazioni fra gli attori e con il pubblico. Grotowski per me è stato un maestro nel senso che è con lui che ho imparato a scrivere, con lui ho vissuto esperienze irripetibili, un maestro che mi ha insegnato che quello che è impossibile può diventare possibile. Ma forse più che un maestro lo chiamerei un fratello maggiore”. Ancora, sollecitato dalle domande del pubblico che affollava la libreria, Barba è categorico: “Il teatro non è l’attore, il teatro è lo spettatore, una persona che ha fiducia nel mio impegno, che mi regala qualche ora della sua vita. Non sono le buone idee che fanno cambiare le persone, l’unica cosa che le fa cambiare è l’esempio”. Siamo al punto di svolta.
L’interrogativo diventa: perché fare teatro? Il libro esplora la complessità di una scelta, il suo divenire, il suo affermarsi come “modello” di una vocazione teatrale a suo modo rivoluzionaria, animata e alimentata da una disciplina che esige l’assoluta consapevolezza, da parte dell’attore, del suo comportamento scenico, quella lucidità, “che rivela la dimensione di sovversione e la portata etica di questa esperienza”. E così dopo Opole e Grotowsk, Barba fonda nel 1964, prima a Oslo per poi trasferirsi a Holstebro, remoto borgo dello Jutland, in Danimarca (“30mila abitanti, tutti devoti conservatori, ostili a qualsiasi forma di divertimento, non c’era un teatro, ci accampammo in una ex fattoria, il sindaco Kaj Nielsen ci riconosce la statuto di teatro cittadino, promettendogli che non avremmo fatto spettacolo tutte le sere, concentrandoci su iniziative legata alla pedagogia , al lavoro nelle scuoleala produzione di elaborati filmici”) l’Odin Teatret, nella totale mancanza di mezzi e di finanziamenti, dove riunisce un gruppo di giovani, dove oltre allo spettacolo diventa centrale il training, una autodisciplina che fa dell’attore una sorta di iniziando monacale al quale si chiede la disponibilità di sacrificio per dedicarsi alla propria crescita individuale. “Bisogna chiedere il massimo dagli attori, la stanchezza che avvertono al termine delle prove è uno dei fattori di crescita più importanti. Se non faccio training per un giorno, solo la mia coscienza lo sa; se non lo faccio per tre giorni, solo i miei compagni lo notano; se non lo faccio per una settimana, tutti gli spettatori lo vedono”.
L’Odin diventa l’Odin, l’avamposto del Teatro Povero, il simbolo del Terzo Teatro, e Barba diventa il suo profeta: “Dire cos’è il Teatro Povero è molto semplice: è una strategia di comportamento e di recitazione che obbliga gli attori a usare solo quello che hanno messo o che trovano sulla scena, anche niente, dall’inizio alla fine della rappresentazione: una nuova cultura in cui gruppi di artisti, spesso autodidatti, coltivano un’etica professionale ma anche sociale e civile, modificando la geografia culturale dei luoghi in cui operano”. L’Odin porta in giro per il mondo le sue tecniche di trasmissione, i seminari e i corsi didattici dell’Odin diventano mitici, una via della seta che cattura miriadi di teatranti o aspiranti tali. Barba compie 90 anni e l’Odin ne fa 62. Il tempo non si è fermato.
Cosa significa fare teatro oltre il confine della rappresentazione? Barba non sale in cattedra ma declina il suo credo che lo ha distinto in tutti gli anni della sua carriera, con affabilità e dolcezza: “Nel lavoro è naturale che tecnica ed estetica siano le conseguenze di un’attitudine etica determinata e l’equilibrio fra energia interna e azione del corpo, in una dialettica di opposte reazioni, che non tiene conto solo del ritmo o della perfezione di un dato esercizio, ma riguarda lo stato di affinità tra gli attori in scena e tra questi e il pubblico”. Non si finirebbe mai di ascoltare Eugenio Barba. Un volto antico dove si mescola la storia (e la cultura, non solo teatrale) del Novecento, un solco dove si mescolano lingue e nazionalità diverse.
In foto Eugenio Barba
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