Recentemente il presidente lituano Gitanas Nausėda ha annunciato che “il nuovo contingente di truppe statunitensi è già in viaggio verso la Lituaniia”. Il numero esatto di truppe nella nuova rotazione “non è ancora stato confermato, ma non sarà inferiore a quello precedente”. Dal 2019 in Lituania sono di stanza fino a 1.000 soldati statunitensi. Insieme a molti altri fatti, questo è un sintomo della situazione di tensione nell’area degli negli Stati Baltici. Secondo la tesi di molti paesi occidentali, un attacco russo sarebbe più vicino di quanto si creda.
Non una vera offensiva in larga scala come quella all’Ucraina, ma azioni limitate: una maggiore attività di droni e un’invasione su piccola scala, un’incursione limitata. Con l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022 e le successive frizioni geopolitiche, i governi di Riga, Tallinn e Vilnius hanno intensificato le misure di sicurezza e limitato l’uso della lingua russa nello spazio pubblico, nei media e nell’istruzione, alimentando la diffidenza e le preoccupazioni di Mosca.
L’allarme su un attacco russo alla Nato ormai prossimo non è condiviso nei Paesi baltici. Fonti di intelligence si sono mostrate caute riguardo alla prospettiva di un’invasione o di un’altra grave escalation, citando le risorse di Mosca già fortemente impegnate in Ucraina e avvertendo che enfatizzare l’ipotesi di un attacco potrebbe giocare a favore del Cremlino. “Non riscontriamo segnali di un attacco imminente”, ha detto al giornale Normunds Mezviets, direttore generale del servizio di sicurezza statale lettone in un’intervista nella sede dell’agenzia a Riga. Ha ammesso l’esistenza di indizi secondo cui Mosca starebbe preparando azioni più incisive in Europa. “Resta da capire se abbiano piani diretti e concreti o se la questione si collochi nel contesto dei loro tentativi di diffondere paura e incertezza nelle società occidentali”, ha spiegato.
Dopo che per anni hanno criticato l’Europa per il suo atteggiamento accomodante verso la Russia, i politici della regione si trovano ora nella posizione di dover invitare alcuni leader occidentali a moderare i toni.
Il segretario generale del ministero degli Esteri estone, Jonatan Vseviov, ha criticato il panico diffuso sui social “riguardo a un possibile attacco. Se ci fossero motivi per temere un attacco, state certi che lo comunicheremmo chiaramente. Fino ad allora: mantenete la calma, andate avanti e sostenete l’Ucraina”, ha scritto Normunds Mezviets, direttore del servizio di sicurezza della Lettonia.
Queste valutazioni tranquillizzanti sono credibili anche perché la Russia non è forte militarmente, come molti in Occidente vogliono far credere. Basti riflettere sul fatto che in oltre quattro anni non è riuscita a sconfiggere l’Ucraina, che nella guerra ha perso centinaia di migliaia di militari, oltre il doppio degli ucraini, e che centinaia di migliaia di giovani hanno lasciato il Paese per non andare a combattere i(questo è accaduto anche in Ucraina: oltre 5,7 milioni di cittadini ucraini sono fuggiti all’estero a causa dell’invasione russa.).
L’insistenza sulla supposta minaccia russa anche ai paesi della Nato ha comunque un obiettivo preciso, far digerire alla popolazione la crescita delle spese militari. L’impegno preso con la NATO di destinare il 5 per cento del PIL alla difesa richiederà un grosso sforzo economico.
Secondo la NATO, nel 2024 l’Italia ha speso 32 miliardi di euro in difesa. Un punto di PIL italiano vale circa 21 miliardi di euro. Per arrivare al 5 per cento il governo dovrebbe più che triplicare la spesa, portandola a circa 105 miliardi l’anno, oltre 70 miliardi in più. Cifre imponenti. Difficile farle digerire agli italiani.
Queste note sulla situazione politico/militare nell’area dei Paesi baltici fanno riemergere ricordi di un tempo lontano. Ero in buoni rapporti con il Professor Juras Pozela, Presidente dell’Accademia della Scienze lituana. Lo avevo anche invitato con la famiglia e ospitato a casa mia, e l’invito è stato ricambiato.
Riporto estratti delle memorie di mia figlia Elena. “Ero stata invitata dalla famiglia del professor Pozela a passare un mese in Lituania. La loro figlia Elena aveva un paio di anni più di me. Io stavo studiando russo all’Università, dopo diversi anni di studio con Maddalena Albanese, quindi l’idea era che potessi migliorare le mie ancora scarse conoscenze. Rima, moglie di Juras, un giorno mi fece entrare in cucina e tirò fuori pentole, piatti, scodelle e bicchieri e me ne faceva ripetere il nome in russo. Me la cavavo abbastanza da sostenere conversazione semplici.
Era una famiglia bilingue. Il professor Pozela era di madrelingua lituana, così in casa si parlava sia lituano che russo. Come succede in molte famiglie della Catalogna, dove si parla sia lo spagnolo, sia il catalano. i ragazzi parlavano lituano tra di loro e con gli amici. Una lingua difficile, molto diversa dalle altre lingue indoeuropee. Leggo sulla Wikipedia che deriva direttamente dal protoindoeuropeo, con caratteristiche arcaiche.
Avevo chiesto di poter visitare delle scuole. Il sistema scolastico era diviso tra scuole in russo e scuole in lituano. Ho potuto visitare una scuola materna lituana e un liceo russo. Venivo sempre ricevuta con molti onori e molta cerimoniosa formalità. Passai una mattina in una classe del liceo, ragazzi di quindici o sedici anni. Tutte le ragazze avevano i capelli strettamente raccolti, spesso in trecce legate con un fiocco. Mi sorprese molto quando l’insegnante chiese agli studenti di recitare a memoria passaggi degli scritti di Breznev. Uno a uno si alzavano sull’attenti e ne citavano lunghe frasi, del Presidente sovietico. La visita alla scuola materna fu più interessante. Fui ricevuta in una sala grande con tutto il personale seduto in cerchio lungo le pareti. Discorso cerimonioso della direttrice , applausi… poi la direttrice si assentò un momento. Nelle aule ben attrezzate e con bimbi molto educati, c’erano libri con le vite dei dirigenti comunisti che sembravano opuscoli con le vite dei santi. Una inserviente mi disse sottovoce che faceva giornate di lavoro di 12 ore e che la paga era bassissima. La famiglia Pozela affittò una dacia nel bosco e mi invitò per il fine settimana con un gruppo di amici. Ricordo un vero banchetto, con abbondante caviale e soprattutto vodka. Ogni tanto, anzi ogni poco, un commensale si alzava in piedi e annunciava un brindisi. Allora bisognava bere la vodka “da kanzá”, fino alla fine. Nella dacia c’era una caldissima sauna dove si andava in gruppo, più di una volta nella lunga serata, uomini e donne insieme in costume da bagno. Poi si usciva nella notte e unbreve sentiero nella neve ci portava a un lago ghiacciato, dove ci si buttava nelle acque gelide in un ampio buco tagliato nel ghiaccio.
Un’esperienza bellissima, che vissi pur consapevole di trovarmi in un ambiente privilegiato. Sentivo tra i giovani che mi avevano accolta nel loro gruppo un forte sentimento di orgoglio per la lingua e il paese, anche se non avevo percepito critiche al regime sovietico.”
Oggi sappiamo che le critiche alla Russia sono pesanti e diffuse. Con l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022 e le successive frizioni geopolitiche, i governi di Riga, Tallinn e Vilnius hanno intensificato le misure di sicurezza e limitato l’uso della lingua russa nello spazio pubblico, nei media e nell’istruzione, alimentando le preoccupazioni di Mosca.
NOTA– La presenza di cittadini di etnia russa è cresciuta durante l’epoca sovietica (1944-1991), quando Mosca incoraggiava flussi migratori verso le repubbliche baltiche. Dopo il picco di circa 1,7 milioni nel 1989, la popolazione di etnia russa è scesa a circa 1 milione, con una concentrazione maggiore in Lettonia ed Estonia (dove superano il 25-30% della popolazione in alcune aree) rispetto alla Lituania. Esistono partiti politici in lingua russa che si concentrarono su temi quali la cittadinanza, lo status della lingua russa e il suo utilizzo nel sistema educativo, e l’atteggiamento nei confronti del passato sovietico.