L’ apparente dissolvenza del nucleare in Italia

Grandi aziende lavorano all’estero e l’Università continua a formare ingegneri

Il nucleare è davvero completamente scomparso dal Bel Paese? A ben vedere la risposta è no! E per comprendere i motivi della ermetica risposta occorre ancora una volta fare ricorso alla storia.

Nonostante gli esiti dellle consultazioni popolari di fine anni Ottanta, nei primi anni del nuovo millennio, ENEL cominciò a reinvestire nella tecnologia connessa al nucleare. In questa scelta giocarono un ruolo anche l’abrogazione, nel 2004, di uno dei tre referendum del 1987 (proprio quello che gli impediva di partecipare alla costruzione del nucleare all’estero) e un parallelo aumento generalizzato dei costi dei combustibili fossili. Questi motivi modificarono considerevolmente il quadro italiano e le società operanti nel settore energetico ripresero gli investimenti nel nucleare. Non si trattava però solo di azioni isolate (come l’accordo di ENEL per la costruzione di nuovi reattori in Slovacchia) ma anche di una nuova apertura della politica al nucleare.

Silvio Berlusconi e i Governi da lui presieduti furono, infatti, grandi sostenitori del nucleare tanto che il ritorno al nucleare era uno degli impegni della campagna elettorale di Forza Italia, sin dal 1994. Gli esiti politici degli esecutivi Berlusconi I e III rallentarono in più tempi i piani di ripresa del nucleare ma non li annullarono. Fu così, che nel febbraio 2008, con il ritorno al governo di Forza Italia, i tecnici dell’esecutivo (Berlusconi IV) ritennero che, dopo 22 anni, il responso referendario si poteva considerare ormai “storicizzato” e il Parlamento era perfettamente legittimato a riprendere in mano la questione, per via del mutato contesto economico e tecnologico. Il referendum aveva la forza di una legge ordinaria e, come tale, poteva essere superata da un successivo intervento delle Camere. Per raggiungere questo scopo, il Governo aveva predisposto un piano energetico che puntava a un mix composto da: 50% gas, petrolio, carbone pulito; 25% nucleare; 25% fonti rinnovabili. L’energia nucleare era, nella visione politica forzista uno dei modi più puliti, economici e sicuri per disporre di elettricità su larga scala.

Nel febbraio 2009 era siglato un accordo con il Governo francese, presieduto da Nicolas Sarkozy, per la produzione di energia nucleare e il patto accompagnato da due memorandum tra i gruppi elettrici ENEL ed Électricité de France (EDF). L’idea era di costruire a medio termine quattro reattori nel territorio italiano. Una decisione doverosa, la definì il Cavaliere: “Dobbiamo svegliarci dal nostro sonno, adeguarci, perché il futuro è nell’energia rinnovabile e nel nucleare. Collaboreremo alla realizzazione di altre centrali nucleari in Francia e in altri paesi e affronteremo la costruzione di centrali nucleari in Italia, con al nostro fianco la Francia che ci ha messo a disposizione il suo know how, ciò che ci consentirà di risparmiare diversi anni e iniziare la costruzione delle centrali in un tempo assolutamente contenuto. […] Il no all’atomo ha comportato per l’Italia un costo del 30% in più dell’energia nel confronto con i partner europei ed una perdita di competitività. La Francia con le centrali ultrasicure produce l’85 % del proprio fabbisogno con un costo dell’energia anche del 50% in meno rispetto agli altri Paesi”.

Fu istituita l’Agenzia per la sicurezza nucleare, l’Autorità italiana per la regolamentazione tecnica, il controllo e l’autorizzazione ai fini della sicurezza (compresa la protezione dalle radiazioni) di tutte le fasi legate alla realizzazione e gestione delle centrali elettronucleari e alla gestione delle scorie radioattive.

Nonostante gli obiettivi ambiziosi del Governo, nel 2010 l’Italia dei Valori, partito politico fondato dall’ex magistrato Antonio Di Pietro, si faceva promotore di un nuovo referendum sul nucleare, questa volta incentrato sulla costituzionalità o meno di una legge che permetteva di ignorare eventuali istanze regionali in materia di identificazione dei nuovi siti nucleari. Dopo aver dato il proprio assenso, la Corte costituzionale decideva di fissare la data del referendum al 12-13 giugno 2011. Il quesito proponeva l’abrogazione delle norme (decreto legge 25 giugno 2008, n. 112, introdotte dal governo Berlusconi IV) che consentivano – sia pure all’esito di ulteriori evidenze scientifiche sui profili relativi alla sicurezza nucleare e tenendo conto dello sviluppo tecnologico in tale settore – di adottare una strategia energetica nazionale che non escludesse espressamente la produzione nel territorio nazionale di energia elettrica nucleare.

L’11 marzo 2011 a Fukushima in Giappone, a causa di un terremoto e del conseguente maremoto, quattro esplosioni distruggevano la centrale nucleare. Tutte le Tv del mondo seguivano la tragedia alimentando la diffidenza verso l’energia atomica. Per quanto l’opinione pubblica e politica in materia di energia nucleare in Italia fosse mutata con il nuovo millennio, il colpo fu durissimo.

Il Belgio chiudeva temporaneamente due impianti dopo la scoperta di crepe nel nocciolo dei reattori; la Germania ne spegneva otto e decideva di smantellare tutti gli impianti rimasti entro il 2022 (cosa ancora in fieri). I governanti di numerosi Stati furono costretti ad abbandonare il nucleare per fare fronte al panico causato da quella catastrofe.

Ancora una volta il nucleare era al centro del dibattito sulla sua sicurezza. Ciononostante rimaneva immutato il patto di partecipazione al 12,5% della nostra ENEL per la costruzione direttamente in Francia (con relativi diritti di prelievo e vendita dell’energia prodotta) dei nuovi reattori che avrebbero cominciato a debuttare con l’impianto in costruzione a Flamanville, sulle coste della Normandia. Una joint energetica a tutto campo che veniva «pienamente riconfermata» insieme alla società Sviluppo Nucleare Italia (SNI) creata per le operazioni da condurre in Italia da ENEL ed EDF.

Inevitabili, e in qualche modo scontate, le accesissime reazioni degli “antinuclearisti”, che attraversavano i partiti politici di opposizione e le associazioni ambientaliste. Italia dei valori si fece promotrice della campagna elettorale affidata al Comitato “vota SI per fermare il nucleare”. Per evitare la consultazione furono approvati dal Governo due decreti legge, uno per una “moratoria sul nucleare”, il secondo per uno stop in attesa “nuove evidenze scientifiche” sulla sicurezza delle centrali. In altri termini, i decreti concedevano comunque al governo di tornare eventualmente in seguito sulla questione dell’uso dell’energia nucleare in Italia una volta acquisite: “nuove evidenze scientifiche mediante il supporto dell’Agenzia per la sicurezza nucleare, sui profili relativi alla sicurezza, tenendo conto dello sviluppo tecnologico e delle decisioni che saranno assunte a livello di Unione europea“, attraverso l’adozione, entro un anno, di una “strategia energetica nazionale” che non nominava né escludeva, quindi, l’eventuale ricorso all’energia nucleare stessa. I due decreti, però, non fecero altro che alimentare il partito del sì.

Il 12 e 13 giugno del 2011 con 27 milioni di voti, gli elettori si esprimevano per fermare i piani nucleari del governo, bocciando per la seconda volta il nucleare nel nostro Paese. L’Italia prendeva così atto nuovamente della necessità di prendere in considerazione, una volta e per tutte, l’introduzione di fonti di energia rinnovabile: quali l’eolica, geotermica e fotovoltaico, che, tra l’altro il nostro Paese produce in enorme quantità.

L’abbandono del nucleare da parte dell’Italia fu irreversibile. Le conseguenze del referendum condussero (da parte del Governo Monti) all’abolizione, nell’autunno del 2011, dell’Agenzia per la sicurezza nucleare mentre ENEL acquisì la piena proprietà di Sviluppo Nucleare, rilevando da EDF il suo 50% e decise di disinvestire nel giro di pochi anni, questa volta senza esserne obbligata, praticamente tutte le risorse impiegate.

Ciò nonostante,  il vincolo del nostro Paese con il nucleare continua a resistere tutt’oggi, anche se non produciamo più elettricità dalle centrali. Sebbene negli ultimi anni la volontà popolare abbia contrastato l’utilizzo diretto dell’energia nucleare, ciò non ha determinato un’uscita totale dall’Italia da questo settore, né sembra precluderne inevitabilmente un ruolo decisivo (per quanto, per il momento, indiretto) negli anni a venire.

Due sono i principali canali che continuano a collegarci a questo compartimento energetico.

Il primo è il decommissioning (rectius smantellamento), termine inglese che indica il processo e la procedura di smantellamento di un impianto nucleare e che consiste nell’allontanamento del combustibile, l’accertamento del grado di contaminazione radioattiva (la cosiddetta caratterizzazione radiologica), la decontaminazione delle strutture e infine la demolizione delle stesse/di queste ultime. L’obiettivo del decommissioning è la gestione fisica ma soprattutto economica dell’intero processo in sicurezza sia per i lavoratori, che per i cittadini e l’ambiente, riportando il terreno su cui sorgeva la centrale allo stato originario, come con un prato verde (viene proprio detto green field).

Paradossalmente proprio perché siamo stati tra i primi ad abbandonare la strada del nucleare, siamo all’avanguardia in questo ambito. SOGIN, la società pubblica completamente controllata dal ministero dell’Economia, opera tuttora realizzando profitti astronomici nel decommissioning degli impianti nucleari italiani e della gestione dei rifiuti radioattivi. Proprietaria di tutti gli impianti italiani dismessi, le sue operazioni sono indirizzate a un orientamento circolare allo smantellamento di siti nucleari, che punta a riscattare materiali come ferro, calcestruzzo e rame. Oggi si sta occupando della progettazione di un deposito nazionale per i rifiuti radioattivi!

Ansaldo Nucleare S.p.A., una divisione di Ansaldo Energia, società controllata da Leonardo-Finmeccanica, opera lungo tutta la filiera offrendo i propri servizi a molti paesi esteri: realizza centrali nucleari di terza generazione raffreddate ad acqua e si occupa della gestione di rifiuti nucleari. Nonostante gli esiti dei referendum del 1987 l’Ansaldo Nucleare ha mantenuto, dunque, le sue competenze in campo nucleare lavorando per l’esportazione di centrali all’estero. Da una attenta lettura del bilancio 2019 di Ansaldo, si evince come la maggiore crescita del nucleare è attesa nei Paesi orientali come Cina, India, Russia, con la costruzione di nuovi impianti. Il rafforzamento degli standard ambientali e di sicurezza porterà a una maggiore richiesta di servizi per gli impianti esistenti, soprattutto nei paesi occidentali con impianti più vecchi.

Le competenze delle due società saranno punti strategici nel futuro dell’industria nucleare, non solo per la dismissione di vecchi impianti, ma anche per la gestione di rifiuti radioattivi di impianti operativi.

Il secondo (incredibile) canale è quello del mondo accademico. L’Italia è storicamente legata agli studi in ambito nucleare. Basti pensare alle attività di ricerca pioneristica di Enrico Fermi ed Edoardo Amaldi. Una storia che continua ancora oggi, con Atenei italiani che offrono corsi di laurea magistrale in ingegneria nucleare di alto livello, come il Politecnico di Milano, Torino, la Sapienza di Roma o l’Università di Pisa. Dagli anni ’60, le Università del nostro Paese hanno formato diverse migliaia di ingegneri nucleari. Studenti che se nel passato trovavano occupazione nel settore civile o della ricerca, oggi non hanno molto spesso uno sbocco naturale nel nostro Paese. Dopo l’uscita dal nucleare si è verificato così un esodo dei tecnici, degli ingegneri e dei fisici che lavoravano o si stavano specializzando nel campo del nucleare. La maggior parte di queste figure oramai lavora all’estero ma si è laureata (e si laurea ancora oggi) nel nostro Paese.

Sebbene a oggi, dati specifici sull’occupazione dei neolaureati in ingegneria nucleare siano difficilmente rintracciabili non esistono, quelli del corso di ingegneria nucleare del Politecnico di Milano (fermi al 2018) possono però fornire qualche indicazione. In relazione a ciò, molti brillanti laureati finiscono in aziende svizzere, francesi o del Nord Europa mentre chi rimane in Italia è spesso costretto a reinventarsi, per lo più all’interno di società di consulenza tecnologica, enti di ricerca, o consulenza aziendale. Ne consegue che se oggi decidessimo di tornare al nucleare saremmo debitori verso l’estero non solo delle centrali ma anche dei tecnici. Il Belpaese, che ha dato un decisivo contributo al nucleare pacifico si ritrova ancora una volta privo di competenze, privo di una classe tecnica,  scientifica e manageriale nel campo dell’atomo se non spedendo i propri giovani oltre frontiera e l’Italia rimane l’unica nazione appartenente al G8 che non possiede impianti nucleari.

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