La Cina e l’ipotesi di una ormai prossima crisi di sovrapproduzione, le strategie della Federal Reserve per neutralizzare l’ombra dell’immane debito pubblico americano, l’Europa ridotta suo malgrado a utile, seppure non quanto si vorrebbe, strumento per tamponare la crisi del dollaro; di tutto ciò parliamo con l’economista e storico Alessandro Volpi, docente all’Università di Pisa.
“Confesso che resto meravigliato, rispetto ai vari articoli che sono stati diffusi in tema di crisi di sovrapproduzione per quanto riguarda la Cina. Il Paese orientale esporta grosso modo per mille miliardi di dollari, per cui ha un avanzo commerciale importante (quasi 1.200 miliardi di dollari, dato 2025, ndr); si tratta senz’altro di un Paese che ha bisogno del commercio estero e con una capacità produttiva particolarmente elevata. Ciò potrebbe fare pensare che esista un rischio di saturazione del mercato internazionale e di capacità di gestire la propria macchina produttiva rispetto a una eventuale crisi, magari davanti a un mercato interno non ancora maturo. Tutto questo è un rischio ipotizzabile, ma, lasciatemelo dire, poco credibile. Per quanto riguarda la prima questione, ovvero la saturazione del mercato internazionale, la Cina ha intanto ancora parecchi mercati a cui potrà sicuramente arrivare; non mi riferisco al mercato europeo, dove la controversia è in atto da tempo e la Cina ha un avanzo commerciale dell’ordine di oltre 300mila miliardi di euro, quanto piuttosto a tutto il mondo. Il sistema di interrelazioni che si sta intensificando fra Cina, Russia, per certi versi il Brasile, l’India, quindi all’interno dei Brics, all’interno di alcune aree come il Sud Est asiatico, i rapporti che sta intessendo con alcune parti dell’America Latina e del continente africano, non fanno pensare che fra pochi anni ci possa essere una saturazione. Anche perché aggiungerei un elemento, ovvero che i cinesi hanno una formidabile capacità produttiva ma anche di innovazione tecnologica”.
In che senso?
“Nel senso che sostituiscono merce con merce, ovvero non producono sempre le stesse cose, in modo che una volta saturato il mercato con quel tipo di bene, esaurirebbero la loro possibilità di esportazione. Mi sembra evidente che sia una economia fra le più innovative; peraltro, ha tutta la partita dell’Intelligenza Artificiale da gestirsi. Quindi, aspettarsi una crisi di sovrapproduzione, mi sembra sottovalutare la rete geografica di relazioni che il Dragone ha, una bilancia commerciale sempre attiva con 114 Paesi del mondo dove può modificare la natura delle merci che intende esportare, specializzandosi ulteriormente in alcuni ambiti e cambiando tipologia delle merci. Ma c’è anche un altro importante elemento che non è detto che sia sempre un vantaggio, ma per ora lo è, ovvero che bene o male la Cina ha una politica di pianificazione economica”.
Questo cosa comporta?
“Significa che la Cina non ha un sistema produttivo dove, come spesso accade in Europa, ogni impresa segue una propria dinamica, come abbiamo visto, ad esempio, nell’automotive. La Cina mette in atto azioni di programmazione straordinarie, peraltro, è un dato di questi giorni, le auto cinesi stanno aumentando la crescita delle vendite in Europa mentre Volkswagen dichiara di dover chiudere un ulteriore stabilimento che ha previsto di portare a esaurimento. Quindi la pianificazione aiuta a modulare il tipo di prodotti da mettere in produzione. Inoltre, la Cina sta mettendo in atto un grande sforzo di cambiamento del mercato interno . A quanto mi sembra di capire, al di là di varie ipotesi e opinioni, la Cina sta dimostrando una promettente capacità di trasformazione e alimentazione dei consumi interni, tanto che, fra le indicazioni di programmazione volute dal Partito Comunista c’è anche l’idea di legare la creazione di un sistema finanziario per piccoli risparmiatori a forme di credito al consumo che poi servono per alimentare la domanda interna, fino a determinare la crisi di alcuni settori avanzati del mercato europeo come, ad esempio, pensando all’Italia, quello della moda”.
Qual è il meccanismo?
“In Cina si sta sostituendo o si è sostituita con prodotti propri una fascia di moda direi medio-alta che prima era completamente importata, rivolta ai nuovi consumatori cinesi. Ciò dimostra che la Cina va presa con le molle e che non possiamo analizzarla come una delle economie cui siamo abituati. Del resto se dieci anni fa ci avessero detto che la Cina trasformava qualcosa come 500milioni di contadini in operai, avremmo detto che non sarebbe stato possibile, alla luce del fatto che la Rivoluzione industriale in Europa è durata 150 anni, trasformando meno di 200milioni di persone da contadini in operai”.
Qualcuno ha agitato anche lo spettro del debito pubblico cinese come un altro elemento spia di una crisi che “arriverà”. Che ne pensa?
“In realtà, il debito pubblico cinese ufficiale è relativamente contenuto: esiste l’incognita del cosiddetto “debito ombra” che è il debito del complesso delle amministrazioni locali cinesi; tuttavia, la Cina ha una capacità di risparmio che è molto alta. Le principali 4 banche cinesi, che peraltro per valore di attivi sono le principali del mondo, gestiscono ad oggi qualcosa come 20-25mila miliardi di dollari di risparmio. A quanto vedo, siamo davanti a un Paese che ha certamente problemi di demografia, di dimensioni, in rapidissima trasformazione, ma che sta dimostrando di essere ad oggi una realtà veramente competitiva che non credo possa cessare o ridimensionare improvvisamente l’attività di esportazione”.
Di debito pubblico in debito pubblico, accanto alla Cina ecco il Giappone. Debito pubblico alle stelle, yen salvato con euro sonanti (senza avvertire gli europei) dagli Usa protettori e padroni dell’economia nipponica. Ed ecco che emerge senz’altro che i protettori del Giappone hanno essi stessi un debito pubblico esorbitante e per alcuni sempre meno sostenibile. Che ne pensa?
“Ritengo che la vicenda giapponese, che è molto importante, sia davvero la testimonianza che in questo momento, se c’è qualcosa che deve preoccupare il mondo finanziario ed economico globale, sono proprio gli USA. Gli Stati Uniti hanno un debito che è davvero ormai oltre i limiti della sostenibilità. Del resto, le voci che si sono levate per lanciare l’allarme sul debito americano sono ormai tantissime, tra cui ultimamente Ray Dalio, uno dei simboli del sogno americano applicato alla finanza, fondatore del più grande hedge fund del mondo, che ha invitato a comprare oro, come James Dimon di JP Morgan, che dal cuore dell’impero del dollaro americano ha lanciato l’allarme sul debito statunitense che pur rendendo quasi il 5% sui decennali, non copre, neppure con questi rendimenti, dal rischio di perdita di valore dei titoli; o, ancora, a luglio, Roubini. La vicenda giapponese è la prova della fondatezza di questo allarme: il Giappone è senz’altro un Paese fortemente indebitato, dove però il debito era fondamentalmente un debito domestico, cioè comprato da istituzioni finanziarie giapponesi. Ma la premier Sanae Takaichi ha deciso di aumentare la spesa pubblica per avviare, fra l’altro, un’opera di riarmo in funzione anti cinese. Tuttavia, aumentare sensibilmente la mole del debito in un Paese che ha già un debito pari al 250% del Pil non è banale. Inoltre il Giappone sta scontando anche una situazione particolare, ovvero un costo dell’energia particolarmente alto per le note vicende, dal momento che è un Paese che importa quasi totalmente la propria energia e dipende moltissimo da Hormuz. Questi due fattori hanno determinato una forte tensione sullo yen che ha iniziato a scendere. A questo punto, in modo assolutamente inusuale, il Tesoro degli Stati Uniti e la Federal Reserve hanno deciso di intervenire sul mercato comprando yen in euro. Hanno deciso di farlo, per la paura che il Giappone, di fronte a un indebolimento della propria valuta e disponendo ancora di una fetta consistente del debito americano, circa mille miliardi di dollari, mettesse in vendita i titoli del debito pubblico americano per comprare yen, con una conseguenza ovviamente negativa per il debito americano. Per ostacolare questo tipo di operazione, Federale Reserve e Tesoro americano hanno messo in piedi questa operazione, ovvero vendere euro per comprare yen. L’operazione è stata fatta senza minimamente preoccuparsi di dirlo né alla Banca Centrale europea né ai governi dell’Eurozona, che si sono trovati di fronte alla possibilità molto concreta che l’euro si indebolisse”.
Ma ciò non è successo. Perché?
“E’ interessante notare che nonostante una manovra così chiaramente aggressiva nei confronti dell’euro, la valuta europea non è crollata, ma ha assorbito il colpo. Ciò tuttavia tende a confermare la difficoltà in cui si trova il dollaro in questo momento, dal momento che neppure la vendita massiccia di euro per rafforzare lo yen è servita a rafforzare il dollaro rispetto all’euro. Ormai è chiaro che la montagna di debito che hanno gli Stati Uniti è davvero ingestibile. Aggiungerei un dato non banale: non c’è solo il debito federale degli USA, per fare un conto reale bisognerebbe metterci dentro anche il debito dei singoli stati, che non è compreso in quello federale e, infine, il debito privato. Si stima che si arriverebbe una cifra grossomodo non lontana dai 100mila miliardi di debito. I dati del debito complessivo, pubblico e privato, a livello mondiale, usciti a metà agosto, ammontano a 350mila miliardi di dollari; il che significa che gli Stati Uniti detengono circa un terzo del debito mondiale. Ciò significa che bisogna trovare il modo di finanziarlo. In realtà, è sempre più difficile finanziarlo, tant’è vero che quando si sente uno scricchiolio come nel caso dello yen, con conseguente ipotesi di vendita dei titoli americani o magari rialzo dei tassi di interesse giapponesi, gli americani sono intervenuti mettendo a repentaglio la moneta europea. Che peraltro ha tenuto non tanto per la propria forza intrinseca, ma per la debolezza del dollaro. Il quadro mi sembra decisamente preoccupante. Parliamo pure di Cina: se decidesse domani di abbandonare almeno in parte le transazioni in dollari, cosa succederebbe? Se decidesse di accentuare la richiesta, ad ora molto contenuta, di farsi pagare le proprie merci in valuta cinese, invece che in dollari, cosa succederebbe? E’ davvero difficile che gli USA trovino, come hanno fatto finora, le risorse finanziarie per sostenere questa bolla, in giro per il mondo; loro, del resto, queste risorse non le hanno più, per continuare a finanziare questa montagna di debito o per evitare che si svaluti”.