La classe dirigente secondo Mattioli, il banchiere che dialogava con Togliatti

La figura dello storico presidente della Comit raccontata da Marino Biondi
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“Se dovessimo dare una definizione sintetica e anche molto semplice di cosa significhi applicarsi alla teoria di una classe dirigente di una comunità nazionale, essa potrebbe all’incirca svolgersi nelle seguenti parole: l’arte di far stare insieme un popolo. Creare una logica di sistema, che transiti per molte, moltissime teste. Portate a pensare un bene comune, un fine condiviso, un interesse non di parte. In democrazia, per sapere cosa essa sia e come si possa definire, andiamo a lezione da Giovanni Sartori, al suo aureo libretto, La democrazia in trenta lezioni (a cura di Lorenza Foschini, Milano, Oscar Mondadori, 2008), e alla Lezione 3, Realismo e idealismo.

Due sono le proposizioni. Una:‘Il realismo è guardare alla democrazia come realmente è. La tradizione realistica risale a Niccolò Machiavelli’. E la seconda che ci avvicina alla dimensione di utopia: ‘Il razionalismo politico, invece, non accetta la realtà così com’è: semmai la costruisce deduttivamente. E man mano – prima nelle utopie, quindi dall’illuminismo in poi –  raffigura una società ideale o altrimenti sospinta da ideali. Ed è il razionalismo a stabilire che senza ideali non ci può essere democrazia’. A partire da queste ottiche, due sono le tipologie di democrazia: le democrazie empirico-pragmatiche e le democrazie di ragione. Quella che aveva in mente Mattioli, di cui qui si discorre, era una democrazia di ragione”.

Lo dice, paradossalmente proprio nei giorni appena passati e coincidenti con elezioni, come queste ultime di giugno, che più rissose non si potrebbero concepire, un noto professore come Marino Biondi, già docente di Letteratura italiana nel Dipartimento di Lettere e Filosofia dell’Università di Firenze presentando al pubblico fiorentino il 30 maggio scorso al  Teatro Niccolini, il volume “Sulla formazione della classe dirigente, l’ultimo progetto di Raffaele Mattioli”, curato da Francesca Pino ed edito da Aragno (Torino, 2023). E le parole di Biondi sembrano appartenere a un mondo assai diverso da quello odierno mentre descrivono una classe dirigente non costituita, come sottolinea lui, da competenze divise a compartimenti stagni ma di un insieme che potremmo definire rinascimentale in cui si assommino le competenze più disparate: un eclettismo illuminato, sì che l’economista vada a braccetto con i saperi del letterato, dello storico, e via con i titoli intrecciati di una ideale biblioteca. “Ma – questo il punto – che sappia agire, pur nelle differenze, unitariamente, in nome dell’interesse superiore del Paese”, spiega il professore.

 Alla luce dell’oggi, viene da pensare se sia sogno, utopia o fantasiosa speranza. No. È una realtà. Una realtà teorica che rileggiamo nella storia non remotissima dell’Italia postbellica. Una realtà, ma la realtà di un progetto, di una teoria, di una visione. E in un altro tempo, in anni lontani, è vero, ma neanche preistorici. Biondi non parla per una invenzione sua ma per argomentare l’analisi del volume presentato e del personaggio che stava dietro quel disegno, che lo ispirava e lo muoveva. Protagonista assoluto di quelle pagine, è il banchiere Raffaele Mattioli (1895-1973). I tempi sono quelli del secondo dopoguerra in un’Italia distrutta da una guerra catastrofica. Rasa al suolo, ma non piegata nella volontà di rimettersi in piedi. È la singolare e eccezionale esperienza della ricostruzione, che segna l’epoca, e di cui Biondi parla, additandone con convinzione “l’eccezionalità positiva”.

Mattioli era il presidente della Comit, la Banca Commerciale italiana, allora il più grande istituto di credito, che poi nel 2001 si fuse con Banca Intesa. La sua grandezza, avverte Biondi,  “non era solo ravvisabile nella mera potenza finanziaria attinente alle funzioni di un istituto di credito, ma era un valore aggiunto derivante da un prestigio di ordine culturale, un facsimile di influsso egemonico sul circostante, raro in Italia nel mondo dell’economia, tradizionalmente separato, scisso dalla cultura. Come tale, il banchiere, abilissimo nelle pubbliche relazioni e a suo modo un seducente grand commis (si leggano alcune voci biografiche intrise d’agiografia), era uno degli uomini più prestigiosi del paese, godendo sì di quella ‘potenza effettuale’, che è il potere tout court (non gli era né ignoto né estraneo il realismo di Machiavelli), ma anche di un’altra forma di potere, o di influenza o di effettuale incidenza su mentalità e costumi, che era nella fattispecie un mecenatismo tutt’altro che sprovvisto di mezzi, e con riconosciute finalità a valenza strategica sull’ evoluzione politico-sociale dell’intera nazione, rinata come Repubblica costituzionale”.

Dal commento di Biondi si evince che non era solo il banchiere a configurare la personalità di Mattioli, a motivare anche certe sue ambizioni di leadership, che però – va detto – non maturarono compiutamente, o meglio anche se maturarono, non si esplicarono. Dopo essere vissuto in una specie di resistente apnea durante il Ventennio, silente e pragmatico direttore centrale e amministratore delegato della Comit ma con sentimenti naturalmente antifascisti, appena tornato alla libera politica nel partito d’azione, poté mettere a frutto nell’Italia democratica il suo pensiero in merito alla formazione di una classe dirigente cui si potessero affidare consapevolmente le sorti di una nuova Italia. Lo fece non tanto tramite un’azione isolata ma formando, insieme ai collaboratori di disparate competenze, economiche, letterarie, storiche, il tutto comunque ad alto tasso di cultura e di scienza, un ceto politico e culturale di alto livello. “Un progetto cui lavorò appassionatamente, ma rimasto sulla carta”. E ce ne siamo accorti.

Piuttosto che soffermarsi sulla meno nobile realtà odierna, Biondi preferisce raccontare il buon esempio, standosene al libro di Francesca Pino, biografa di Mattioli ed ex archivista di Banca Intesa San Paolo: “Un libro – sottolinea  – che quella Camelot banchiera ha saputo descrivere a più voci, un volume tutt’altro che semplice e destinato a fruitori di fascia alta e acclarate competenze tra economia e politica economica, classici della letteratura, storia e storiografia, storia d’Italia”. Tuttavia il professore spiega che questo melting pot di volontà e culture, pensato e solo parzialmente attuato dal banchiere nel dopoguerra, si sia arenato anche di fronte al fatto che “tramite le elezioni cui stiamo assistendo in questi anni, via via i dirigenti si trovano chiusi dentro il proprio serraglio di appartenenza. Ora di destra ma quando, quando e se si verificherà, tornerà al potere, anche la sinistra si ritroverà con la sua propria classe dirigente”. Ovvero delle caratterizzazioni definite, separate e spesso tra loro in lotta. Invece Mattioli lavorava perché nessuna classe dirigente fosse divisa, lavorasse l’una contro l’altra armata e perché non si ritrovasse attrezzata solo per la lotta politica. “Aveva in mente – spiega Biondi – una classe politica costruita con il meglio del meglio dell’esistente nel segno dell’unità, evitando così il logoramento tipico della lotta politica sulle parole, spesso, e le piccole questioni”.     

C’è n’è abbastanza per vedere la differenza tra il sogno del banchiere lungimirante e strategico, e gli esiti odierni della politica politicante. Mattioli stesso, come lo si desume dalle parole di Biondi a commento del libro,  riassumeva in se stesso le differenze e le armonizzava, proprio come pensava che la classe dirigente nel suo insieme dovesse fare e come il professore indica essere un esempio positivo antitetico alla contrapposizione per fazioni. “Il banchiere era espressione dell’alta borghesia milanese, antifascista e progressivo, aveva a suo modo, come poteva fare nella sua posizione, collaborato con la Resistenza ed era uscito dall’esperienza di quegli anni, con il progetto di conciliare le pulsioni diverse in nome di un progresso cui concorressero le diverse forze, il bene del paese al centro di tutto e fulcro dell’azione politica – spiega Biondi – In nome di questa speranza, si spendeva per l’acculturazione di un popolo che doveva, nella sua visione ideale, essere formato, istruito”.

 Ma ecco la sorpresa. Siccome a tal fine non si poteva lavorare da soli, e contro, o solo contro, l’avversario della borghesia diventava l’interlocutore di Mattioli, convinto che anche  lo scontro frontale del 1948 potesse essere superato. Perché il banchiere collaborava con Palmiro Togliatti.  “I due personaggi – rileva Biondi – che vicendevolmente si stimavano, potevano dirsi entro certi limiti anche amici. In nome di una finalità condivisa. Il capo comunista e il banchiere lombardo, con studio davanti alla Scala di Milano. Abbiamo cominciato da una definizione sartoriana di democrazia di ragione, e in essa ritroviamo il borghese Mattioli, assolutamente non convenzionale nelle sue teorie e prese di posizione, capace di ragionare in altro modo rispetto ai canoni della finanza come politica, e dell’istituzione bancaria come strumento e vettore di direzione (classe dirigente). L’economia, non da sola, ma in linea con una tradizione di cultura (l’umanesimo di Mattioli, coltissimo bibliofilo, lettore, editore), esperienza mista e convergente di saperi pratici (l’economia politica) e saperi, storici, letterari, filosofici. E il senso della prassi, sostenuta da quella cultura come fondamento identitario”.

Secondo Mattioli, come osserva Biondi si possa evincere dal libro su di lui,  i  progressi di una politica non formale, accoppiata alla finanza e al credito, dovevano poggiare su una cultura come sistema Italia, dunque su investimenti pubblici per una scuola diffusa, radicata, funzionante, “seria”e per una grande università: in vista di una formazione, attraverso borse di studio,  di una classe dirigente portatrice non solo di competenze specifiche ma anche di cultura e storia secondo la  storiografia liberale di Benedetto Croce che era, per il banchiere bibliofilo, un  punto di riferimento etico e culturale.  E siccome, continua il professore,  “in un paese c’è bisogno di una classe di comando perché si può essere democratici quanto si vuole ma poi il popolo ha bisogno di chi, pur in accordo con il medesimo, abbia il potere di decidere e se ne prenda la responsabilità, ecco che questa classe, secondo il banchiere, doveva essere formata anche dal punto di vista culturale e del bene generale del paese.Intendiamoci, non che Mattioli fosse l’anima bella che pensasse di conciliare tutto e tutti, ma voleva l’unità sostanziale di una classe dirigente alta”.

Tanto ci credeva il banchiere a questa unità sostanziale, già a partire dalla personale inedita collaborazione con Togliatti, da proporre al segretario del Pci un programma comune tramite una lettera ufficiale, un documento cui collaborarono anche Giovanni Malagodi e Franco Rodano, in vista di una possibile candidatura del banchiere alle elezioni dl 1948 nel Fronte popolare. “Ipotesi che cadde all’ultimo istante – racconta Biondi – perché si ritenne che Mattioli dovesse presidiare la sua area specifica, tecnica – da dove veniva la sua forza effettiva, la sua autorità anche politica – senza essere messo a rischio con una candidatura all’interno di una lista di sinistra, e in un momento di massima conflittualità”.

E oggi? “Oggi, nessuno può negare che la classe dirigente, o meglio i metodi con cui si è formata ed è salita al potere, siano talmente remoti dal disegno utopico di Mattioli, dagli ambienti di quel progetto” come dice Biondi, che lo stesso confronto decade. “La conflittualità – spiega –  non solo è forte, ma è la tendenza che sviluppa che  porta più che al bipolarismo, che sarebbe anche fisiologico in democrazia, a una sorta di manicheismo. Bene e male, bianco e nero. Molti i risentimenti politici, più dei sentimenti o degli ideali”. Come è successo? Tante le ragioni, secondo Biondi, “a cominciare dalla natura della destra italiana, estranea, ostile ai modelli che abbiamo esemplificato in queste righe, da Benedetto Croce e il suo Istituto di Studi storici che Mattioli ereditò presiedendolo e finanziandolo. E, ancora, le comunità ‘sottili’, le élites”.  

Dopodiché , gioca  la complessità oggettiva del quadro sociale che la democrazia italiana, come quelle straniere, devono affrontare in questo passaggio d’epoca fra i più critici, nonché pericolosi, che la storia ricordi, e che mette a rischio la stessa tenuta delle democrazie, sottolinea Biondi aggiungendo che, per di più, “lo  storico conflitto destra-sinistra da noi è risultato più forte, duraturo e nevralgico che in altri paesi, proprio perché la democrazia italiana è nata da una guerra civile, a difficile e lenta risoluzione. Un’autentica pacificazione fra le parti in lotta di quella guerra in Italia non c’è stata”.  Altro motivo della lontananza attuale dal progetto di Mattioli, “il fatto che allora ci fossero, e contassero, i partiti e che oggi non ci siano più.  Ma solo schieramenti personalizzati. A quei tempi Mattioli aveva alle spalle la borghesia progressiva e progressista. Togliatti un partito più strutturato perfino della Dc. Il leader Pci aveva in mano un potere assoluto, pure Mattioli che di potere ne aveva meno poteva agire sulla sua parte, punta di diamante di una borghesia che però nel complesso non era tanto avanzata come lui era”. 

La cultura fu un altro terreno di intesa fra Mattioli e Togliatti che Biondi definisce “animale e intellettuale politico se mai ce ne furono, capace al contempo di rare finezze e brutali repressioni di dissenso” . Allora, continua “ Mattioli si sentiva autorizzato a proporre a Togliatti di collaborare su un comune progetto di cultura che esercitasse un ruolo di formazione di una classe dirigente per il consolidamento, unitario, armonico, del Paese uscito lacerato dalla guerra. Oggi, non solo non ci sono più i partiti ma anche la cultura troppo spesso si riduce a immagine, exploit mediatici, iniziative festivaliere e premiali. Molta facciata, e spettacoli a iosa. Speriamo shakesperianamente che non sia tanto rumore per nulla”.  

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