L’industria globale delle supply chain fra stabilizzazione e recessione

Le catene di approvvigionamento alle prese con sfide senza precedenti

Supply chain, ovvero catene di approvvigionamento, ovvero quel processo che un prodotto o un servizio seguono per arrivare sul mercato. Un meccanismo com’è noto molto delicato, che ha mostrato le sue fragilità intrinseche in particolare nel periodo del Covid ma anche ultimamente, negli sviluppi della guerra russo-ucraina. Ad ora, partendo dalla prospettiva di relazioni e rapporti con filiere europee e del sud est asiatico, si ha sì la netta sensazione che la domanda di scambi commerciali in tutta la rete si sia rafforzata, in particolare per quanto riguarda gli scambi secondari, con una stabilizzazione delle filiere rispetto al terribile triennio Covid,ma che tuttavia permangano forti sobbalzi.

I consumatori stanno ricevendo segnali contrastanti sullo stato delle loro economie e le debolezze derivanti dalla combinazione di scorte elevate, soprattutto nel Nord Europa, e la scarsa fiducia nella domanda, pesano ancora molto. Mi trovo in questi giorni in Cina, esattamente per la ventesima volta in oltre 20 anni, gli ultimi tre e mezzo dei quali bloccati da uno stop-pandemia e letteralmente micidiali per noi produttori-distributori: due anni fa la bolletta energetica dell’industria italiana, a solo titolo d’esempio, è passata da 20 a 100 miliardi di euro e non è ancora finita. In termini di prospettiva diciamo che ci siamo trovati sbalzati in quella che è sembrata veramente una tempesta perfetta: usciti da una pandemia con tanti interrogativi, nel pieno di una guerra e di trasformazioni geopolitiche che hanno segnato ripercussioni immediate sul campo energetico, economico, industriale e sociale vediamo un lento (e ancora travagliato) ristabilizzarsi delle catene di approvvigionamento mondiali. Quadro che come noto è reso ancora più complesso dalle tensioni internazionali causate dalla guerra in Ucraina, dal peso dello shock energetico, del debito mondiale e di una inflazione durissima da domare, elementi che ovunque continuano a prefigurare il concreto rischio di una depressione mondiale, proprio mentre arrivano venti di guerra e immagini atroci dal Medio Oriente, sull’orlo di una nuova catastrofe umanitaria.

Gli studi Ocse, organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, stanno fotografando un rimbalzo economico degli Stati Uniti ma anche un grande rallentamento della Cina che da motore dell’economia globale si sta trasformando in fattore di rischio (anche finanziario), mentre vediamo la Germania in recessione, uno dei principali mercati export per l’Italia, e in generale una crescita globale che resta debole per via dell’impatto della stretta monetaria e del calo della fiducia di imprese e consumatori. Anche in Toscana, dove si stava facendo bene, meglio della media nazionale, registrando secondo i dati IRPET durante il 2022 un trend di crescita superiore al 4% e un periodo di robusta crescita della manifattura, è ora in atto un marcato indebolimento di consumi e del commercio internazionale, soprattutto nella filiera industriale.

Se il tema del credito non viene adeguatamente attenzionato dall’attuale governo, anche rispolverando le buone misure impostate dal precedente governo con l’associazione bancaria italiana e le associazioni di categoria (vedi strumenti Sace su moratorie debiti), l’aumento dei tassi di riferimento si riverbererà drammaticamente sul canale del credito più caro e meno accessibile, frenando ulteriormente gli investimenti delle imprese e i consumi delle famiglie: i tassi pagati dalle PMI, per scendere nel concreto, hanno già subito un forte aumento passando da circa l’ 1,50% a qualcosa come 5%. Un vero e proprio salasso. Non è un caso se il numero delle crisi di imprese è in aumento in Italia: +15 nel primo semestre 2023.

Si tratta di un tema enorme, che questo governo sembra inspiegabilmente sottovalutare, come sembra sottovalutare molti altri temi importanti, non ultimo quello della salvaguardia del sistema del backstop bancario europeo tramite ratifica del Mes, anche in riferimento alle recenti crisi della Sylicon Valley Bank o del Credit Swisse. Da imprenditore ritengo che le banche e una sana concorrenza bancaria rappresentino la spina dorsale di un paese produttivo come il nostro, e del resto anche in presenza della pandemia le banche europee e italiane hanno complessivamente continuato a rafforzare il patrimonio e ridurre i crediti deteriorati, che non sono esplosi grazie alla presenza di un circuito di sicurezza europea, che si chiama Basilea I , II, III, e che oggi rende i nostri risparmi più sicuri. Ecco perché non possiamo permetterci un isolamento o una diffidenza dei partners europei e dei mercati internazionali su temi così importanti, in un momento in cui uno dei ritardi principali è proprio quello relativo alla trasmissione delle variazioni nei prezzi internazionali dell’energia ai prezzi al consumo, che continuano a rimanere alti. Se il livello di questi tassi di interesse dovesse salire troppo nell’eurozona, che è un’unione monetaria non un paese federale come per esempio gli Stati Uniti, potrebbe determinare rischi di frammentazione e instabilità finanziaria già visti, non occorre ricordare la crisi dei sub prime del 2008.

Abbiamo tuttavia ancora alcune carte da giocare. Le nostre filiere nazionali rimangono piuttosto dinamiche e ricettive, le nostre aziende hanno meno debiti rispetto a quelle francesi e tedesche, circa il 60,4% del PIL contro ad esempio il 150% delle francesi, con Belgio Olanda di poco al di sotto del 150%; inoltre hanno un indice di ritorno sugli investimenti “Roi” più alto, la nostra produttività se letta attentamente ,restituisce inoltre un quadro meno negativo di quanto viene comunemente dipinto. Ciò non significa che possiamo abbassare la guardia perché il 2022 ha intaccato, eccome, redditi e riserve disponibili e un dato è forse più significativo di altri: l’Italia si registra come ultima in Europa per prestiti alle PMI, con un credito su base annua sceso del 2,3%, a fronte di un aumento in Germania del 7,7% e in Francia del 6,2%.

Questo mentre l’industria globale delle supply chain si trova ancora in un momento critico, alle prese con le conseguenze di sfide senza precedenti e nel tentativo di ricalibrarsi per un futuro pieno di incertezze. Le vulnerabilità delle supply chain esposte negli ultimi tre anni hanno innescato una profonda rivalutazione delle strategie di sourcing e dell’adozione di nuove soluzioni, anche digitali.

La crescita prevista del PIL per il 2023 si attesta ad un modesto 1,4%, il che significa un raffreddamento rispetto alle previsioni iniziali. Sebbene il settore abbia inizialmente registrato un forte calo con l’inizio della pandemia, i successivi sforzi di ripresa e ricalibrazione hanno consentito agli importatori di tornare a livelli di scorte “normali”, affrontando l’enorme eccesso osservato nel secondo trimestre del 2022. Anche la logistica ha registrato una ripresa, tornando ai livelli pre-pandemia in termini di capacità e prezzi. Tuttavia, sebbene questi sviluppi forniscano un sollievo temporaneo, ritengo che possano mascherare vulnerabilità sottostanti che persistono, la chiusura delle fabbriche e i problemi portuali potrebbero riemergere con qualsiasi futuro shock globale. Si naviga ancora a vista tra tensioni commerciali e diversificazione.

Se le incertezze relative alle tariffe, alle guerre commerciali e alle tensioni geopolitiche rimangono inalterate, la chiave per le catene di approvvigionamento globali è esplorare strategie per gestire il problema e proteggersi da potenziali nuove interruzioni. La diversificazione della produzione in più sedi è una di queste chiavi ed è a mio avviso emersa come una soluzione praticabile, unitamente all’accessibilità del sud est asiatico. Credo che il settore, quindi, si trovi di fronte a un delicato atto di equilibrio tra mitigazione del rischio e ottimizzazione al tempo stesso dell’efficienza produttiva e logistico distributiva. La prima metà dell’anno sembra aver avuto shock e sconvolgimenti relativamente minimi rispetto a un anno fa; tuttavia, con l’avvicinarsi della stagione di picco delle vendite, temo che questo quarto trimestre rimanga a forte incognita, tra la fluttuazione della domanda dei consumatori e la capacità del settore di soddisfarla investendo sulla scorta, aree sulle quali noi stiamo investendo. Sebbene il mercato mostri segnali di maggiore stabilità, credo che la vera cartina di tornasole risieda nella sua resilienza durante i periodi critici di fluttuazioni della domanda. Di fatto , ci troviamo a un nuovo banco di prova.

Mentre un maggiore efficientamento anche attraverso la digitalizzazione si è concretizzato in una certa misura, principalmente nell’automazione dell’”ultimo miglio” logistico distributivo e nell’implementazione per l’efficienza complessiva, grazie a investimenti che hanno favorito prevalentemente queste aree, resta a mio avviso un significativo potenziale non sfruttato nel “primo miglio” delle importazioni, che comprende la ricerca e il piazzamento degli ordini fino ai centri di distribuzione. Questa è la ragione per cui ritengo che gli importatori che coglieranno questa opportunità, potranno sbloccare vantaggi di trasformazione, tra cui un approccio “go-to-market” più connesso, previsioni migliori e maggiore efficienza lungo tutta la catena di fornitura. Vedo che il settore della tecnologia continua ad affrontare sfide nel reperimento e nell’adozione delle giuste soluzioni, ma il fascino dell’ultimo miglio spesso mette in ombra il potenziale non sfruttato di crescita e di cambiamento positivo presente nel primo miglio. E’ quello dove mi trovo adesso. Le aziende come la mia devono affrontare la complessità della selezione di partner e soluzioni tecnologiche appropriate, garantendo una perfetta integrazione con i sistemi esistenti e affrontando i nuovi limiti. Superare questi ostacoli richiede impegno nella ricerca (faticosa), al tempo stesso flessibilità e una prospettiva a lungo termine. Oltre a un ritrovato patto pubblico e privato. Perché il mare è ancora molto mosso.

Foto: Hong Kong, storica porta della Cina, grande crocevia asiatico di merci e containers

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