It was the best of times, it was the worst of times, it was the age of wisdom, it was the age of foolishness, it was the epoch of belief, it was the epoch of incredulity, it was the season of Light, it was the season of Darkness, it was the spring of hope, it was the winter of despair.
Charles Dickens, A Tale of Two Cities, 1859
Era il tempo migliore e il tempo peggiore, la stagione della saggezza e la stagione della follia, l’epoca della fede e l’epoca dell’incredulità, il periodo della luce e il periodo delle tenebre, la primavera della speranza e l’inverno della disperazione.
Charles Dickens , Le due città, 1859
Se una mattina di primavera scendessi dal treno che ti ha portato nel cuore del regno dell’arte e della bellezza, dove da giovane hai soggiornato e studiato, vagheggiando i ricordi di luoghi e di giorni memorabili che ti hanno accompagnato per tutto questo tempo, un senso di straniamento ti pervaderebbe corpo e mente fin dal momento che ti trovassi travolto dal fiume dei passeggeri che con i loro trolley sciamano lungo il marciapiedi in un tripudio di lingue e di dialetti.
Le stazioni, come sappiamo, sono spazi anonimi, luoghi di passaggio privi di identità, in cui partenze e arrivi sono scanditi da voci meccaniche che ripetono ossessivamente orari, provenienze e destinazioni. Luoghi separati, non diversi dalle attuali periferie urbane, che non aiutano ad introdurre il visitatore in quella comunità di genti, di strade e di edifici che si presta ad essere vissuta. Ancor di più per il viaggiatore che sul filo della memoria si alimenta di attese coltivate soprattutto nel proprio immaginario.
Certo, non sono più gli anni di quella gioventù spensierata che si ritrovava al finire del giorno sul sagrato della chiesa, davanti al Rettorato, o sotto le logge dell’Accademia, al centro di quel triangolo virtuoso fatto di aule universitarie, di biblioteche e di musei, dove si incontravano le nascenti avanguardie della cultura artistica e architettonica, dove si potevano incrociare il promettente regista, il noto semiologo o lo scrittore di incipiente successo.
Sono lontani i giorni delle scorribande urbane, dei cortei di protesta o delle nottate nei cabaret e nelle nuove discoteche che furoreggiavano in tutta la città. Non si va più alla mensa sotto il Cenacolo di Andrea del Castagno o nelle “buche” a risparmio.
Prima ancora di avventurarti per le trame metropolitane l’impulso dei ricordi ti indurrebbe forse ad un percorso della nostalgia tra le vie e le piazze che si dispiegherebbero nella tua mente come una mappa del tesoro, soffermandoti su ciò che le definisce: i palazzi civici, che racchiudevano e racchiudono gli intrighi del potere, le residenze nobiliari e le dimore granducali, che raccontano i fasti di un epoca gloriosa, i parchi e i giardini segreti, dove si ricordano ancora le feste del calendimaggio, i caseggiati multiformi dei sobborghi, abitati una volta da un popolo di artigiani ingegnosi, i templi e i monasteri, i chiostri ombrosi e gli orti monacali, i loggiati e le corti, le gallerie, i seminari, le accademie, le scuole e gli istituti militari, i belvederi, le cupole e i campanili, capisaldi di una geometria urbana memorabile, le case-torri, sopravvissute alle contese sanguinose di famiglie egemoni, le basiliche e le badie, i lungo fiume.
Un magico inviluppo di masse e di volumi, ma non per coloro che ora vi risiedono.
Dove sono finiti gli artefici di quella cultura materiale che ha segnato la storia di generazioni sagaci e operose. Dove sono le botteghe dei maestri stipettai, degli orefici e degli argentieri, dei miniaturisti, ricurvi sui banchi di legno in quelle celle conventuali là oltre il fiume; dove i laboratori dei restauratori e dei rilegatori tra le mura e i vicoli del borgo, gli atelier degli scultori e degli scalpellini là sulla collina, gli opifici dei tessitori, dei cardatori e dei tintori.
Le logge del mercato nuovo non ospitano più quei raffinati cabaré a smalto e oro che laboriosi intagliatori e fini decoratori esponevano sotto le volte cinquecentesche.
Non ci sono più gli amici, i compagni di studi, i commilitoni del servizio di leva. Ci sono però i luoghi dove i segni di pietra e di terracotta di una grande civiltà sono più perenni del bronzo.
Ecco allora quello che fu il collegio dei Chierici regolari di San Paolo, ai piedi del colle di settentrione, con il suo viale di cipressi, i suoi androni scuri, le aule severe, le sale di studio, il refettorio, i dormitori animati, le teche di storia naturale, le collezioni scientifiche, dove ti sei formato passando le stagioni migliori della tua vita.
Un cerimonioso receptionist ti accoglierebbe ora nella hall di un luogo sontuoso, circondato dallo sfarzo e dalla ricchezza smisurata di un ceto elitario, inseguito da una schiera di camerieri, cuochi, baristi, valletti, interpreti, concierge, autisti, dove ti potrai aggirare tra salotti, sale da pranzo, suites, residenze presidenziali, e presenziare al banchetto che si terrà nella cappella sconsacrata per ospiti multinazionali, arroganti e ingordi, pellegrini nel culto dell’arte culinaria locale.
Ecco allora quella che fu la scuola di sanità militare sulla collina di mezzogiorno, dove prestasti servizio di leva, in quel labirinto di spazi chiusi e aperti, fatti di chiostri, cortili, terrazzamenti, uno dei tanti conventi che punteggiavano la città e che conservavano ancora le tracce di un antico splendore. Dove si trovano ancora gli affreschi de ‘L’ultima cena’, di Bicci di Lorenzo e ‘Le nozze di Cana‘, della scuola di Cosimo Rosselli.
Un devastante cantiere, popolato di gru e di silos ti impedirebbe ora di percorrere quegli itinerari che dalla adunata per l’alzabandiera portavano alle aule di insegnamento per giungere poi alla mensa e alla libera uscita pomeridiana.
Un cantiere che, a lavori ultimati, rivelerà, per la ridondanza e la fastosità degli spazi, la magnificenza degli allestimenti, l’opulenza degli arredi, la profusione di ornamenti, il rango sociale cui saranno inevitabilmente rivolti e l’ostentazione del vanto che ospiti privilegiati assicureranno con la loro assidua frequentazione.
Ecco allora quello che fu il luogo del tuo primo impiego di lavoro, quel palazzo nobiliare nel cuore della città storica, nei pressi del vecchio mercato. Quante volte avrai attraversato la corte con i busti degli imperatori romani del Giambologna; quante volte ti sarai soffermato ad ammirare le Storie di Ulisse e di Ercole dell’Allori; quante volte nell’ufficio del Presidente ti sarai distratto davanti alla visione della grande cupola.
Quegli uffici, quel salone affollato da ansiosi clienti, quella sequenza di spazi di rappresentanza al piano nobile, quegli affacci sulla città ti accoglierebbero ora come parte di un resort sofisticato, fatto di tessuti veneziani, boiserie di raso, tende di lino, soffitti lignei, pareti a stucco e oro, pavimenti pregiati, arazzi e busti marmorei: un soggiorno opulento, che associa sfoggio di regalità ad una ristretta cerchia di facoltosi magnati e insaziabili forestieri.
Fermati! Non vedi che quella città che vorresti rivivere non esiste più! Non c’è più l’ospedale militare dove subisti quel breve ricovero, non c’è più la scuola di applicazione della sanità militare nell’antico convento delle suore domenicane, non c’è più l’ostello che ti ospitava sulla collina, non c’è più il vecchio teatro comunale che frequentavi da appassionato melomane, non c’è più il cinema di quartiere dove ti imboscavi con la fidanzata di turno.
Un’altra città scopriresti, tra sorpresa e sdegno. Una città di falsi ospizi per viziati rampolli d’oltre oceano, una città di resort lussuosi per clientele multinazionali, una città di residenze principesche per sultani, califfi, emiri, sceicchi.
Una città fatta di luci e di specchi, scintillio e rappresentazione, ma anche una città di abitanti invisibili che si spostano da una suite ad un’altra, da un atelier di moda ad una enoteca esclusiva, da un castello dei dintorni ad una visita riservata ai musei cittadini, celati dentro minivan o limousine dai cristalli oscurati.
Che cosa resta allora? Ti chiederai.
Resta lo spirito della città: il suo patrimonio di storia e di cultura. Un patrimonio indisponibile che nessun potere, nessun conto bancario, potrà mai sottrarre ai suoi legittimi eredi.
Ma prima di attardarti nelle file che stazionano davanti ai grandi musei, prima di perderti nelle liste di attesa delle grandi mostre internazionali, recati nella più antica chiesa della città. Quella chiesa sorta su secolari stratificazioni di primitivi luoghi di culto, là presso il fiume, e soffermati davanti al dipinto di Jacopo Carucci, il Trasporto di Cristo, ovvero la Deposizione.
Un sussulto emotivo ti trascinerà nel turbine di smarrimento e di sgomento cui la Vergine si abbandona in un fluttuare di corpi e di volti, dove anche il corpo di Cristo, reclinato in un torpore estatico, si libra come in assenza di peso, in un caleidoscopio di colori luminosi, tersi, che sovrasta la materia e nutre lo spirito.
Forse allora quel soffio vitale che ti avvolgerà, ti aiuterà ad immaginare un’altra città, un’altra civiltà urbana e, chissà, una nuova dimensione dell’esistenza.