In Ungheria Orban cerca di vincere a colpi di falsi creati dall’IA

In Italia bocciata la Pdl contro le manipolazioni delle campagne elettorali

È stata brutta, sporca e cattiva la campagna elettorale orchestrata da Viktor Orban per vincere le elezioni di domenica 12 aprile in Ungheria. Il confronto è risultato pesantemente taroccato da contenuti falsi e spesso scioccanti creati con l’intelligenza artificiale. L’endorsement di Trump e del suo fido Vance, inviato a Budapest per sostenerne a gran voce la rielezione, non tranquillizza Viktor Orban, che pare confidare più nell’uso massiccio di contenuti virali falsi che nella spinta della Casa Bianca.

Per la prima volta da 16 anni a questa parte il leader nazionalista rischia di perdere contro Peter Magjar, sostenitore di una reale integrazione europea. Quello ormai imminente è dunque un voto di speranza per le sorti dell’Unione Europea ma anche di forte rischio per la democrazia. Perché Orban sta disseminando gli ultimi giorni di campagna elettorale di falsità create con l’intelligenza artificiale, che stanno diffondendo menzogne nei confronti dell’avversario, ma anche di Zelensky, secondo una strategia che punta a screditare l’Ucraina a tutto vantaggio della Russia di Putin. È un altro capitolo della democrazia insidiata dalla tecnologia, che vede ormai le destre costantemente impegnate sotto tutte le latitudini, a spargere deep fake grazie all’elaborazione algoritmica.

Un’arma destabilizzante contro cui in Italia, non più tardi di qualche settimana fa, si era tentato di mettere un argine. Ma la maggioranza di centrodestra ha voluto respingere la proposta di legge presentata dal Pd, finalizzata a prevenire l’alterazione o la manipolazione delle campagne elettorali e referendarie attraverso la diffusione di contenuti ingannevoli prodotti mediante sistemi di intelligenza artificiale. Il fine ultimo dei firmatari, tra cui Anna Ascani Vicepresidente della Camera e Simona Bonafè, Vicepresidente del Gruppo Pd, era quello di garantire la trasparenza e la correttezza del processo democratico: deepfake e notizie manipolate sono infatti mine vaganti bipartisan per ogni democrazia. Possono disorientare gli elettori e quindi alterare gli equilibri politici.

Ma dopo un anno di confronto, la proposta di legge è stata respinta dalle forze di Governo. Come se la maggioranza di centrodestra che governa anche in Italia, non voglia avere freni nell’utilizzo dell’intelligenza artificiale in campagna elettorale. Anche se, a onore del vero, il rischio di fake riguarda tutti gli schieramenti. Ne sa qualcosa Giovanni Donzelli, tra gli esponenti di punta di Fratelli d’Italia, vittima di un deep fake che conteneva dichiarazioni mai fatte dopo l’esplosione dell’auto di Sigfrido Ranucci.

La proposta numero 2212, che è ormai un’occasione persa di trasparenza democratica, era sostenuta anche da AVS, +Europa e Movimento Cinque Stelle. Il testo conteneva 5 articoli, il primo dei quali, recependo il regolamento Ue 2024/900 relativo alla trasparenza e al targeting della pubblicità politica, dettava le finalità della disciplina che vuole contrastare sia la creazione, sia la diffusione di contenuti ingannevoli. Il secondo recava modifiche alla legge 212/1956 che contiene la disciplina della propaganda elettorale, aggiungendovi otto articoli specifici. L’articolo 3 individuava nell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (Agcom) il soggetto competente per vigilare sull’applicazione del regolamento Ue 2024/900 e di tutte le norme che da questo susseguono. Il quarto articolo demandava futuri regolamenti all’Agcom mediante i quali disciplinare le modalità di attuazione delle disposizioni della legge 2212.

Tutto questo fa ormai parte delle scarne cronache parlamentari. Ma basta alzare lo sguardo verso ciò che sta mettendo in atto Orban grazie all’IA, per capire che sarebbe stato molto più saggio inserire nelle normative delle campagne elettorali lo scudo che era stato proposto dal Pd. Tra i contenuti volgari che cercano di far breccia nella campagna elettorale ungherese, si scopre un video appostato su Tik Tok in cui Volodymyr Zelensky seduto su un gabinetto d’oro, conta il suo denaro, sniffa cocaina e impartisce ordini a un soldato ungherese. Chiaro l’intento subliminale a favore di Putin.

Con il sostegno delle destre estreme europee, dei troll russi e della Casa Bianca, Orban sta martellando i suoi concittadini con manifesti e video sparsi sui social che ripetono un unico mantra: l’Ucraina sta effettuando sabotaggi a delicate infrastrutture ungheresi, preparando un attacco militare contro l’Ungheria. Ovviamente l’Ucraina ha ben altro a cui pensare, ma Orban si pone come unico argine contro il tandem Zelensky-Von der Lyen.

E in questa campagna mistificatoria il leader ungherese è completamente spalleggiato dalla Casa Bianca. Sottolinea Anne Applebaum su The Atlantic: “Quella in Ungheria è la prima campagna politica post-realtà. Non c’è molto sui problemi reali dell’Ungheria stessa, e questo non è un caso. Negli ultimi anni i partiti politici in tutto il mondo hanno prodotto campagne surreali, comiche, complottiste, persino campagne basate sulla birra. Ma in qualsiasi elenco di elezioni strane, le parlamentari ungheresi del 2026 si distingueranno. Per vincere, Orbán deve infondere la paura nell’Ucraina. Ciò significa condurre una guerra cognitiva su una scala mai vista prima. Le emozioni sono alte perché la posta in gioco è alta. Se riuscirà, traccerà ancora una volta una strada che altri seguiranno. Se perderà, un’epoca finirà”.

Ecco perché, a pochi giorni da elezioni in Europa così contaminate dalle applicazioni truffaldine dell’intelligenza artificiale, l’Italia avrebbe potuto dare un segnale importante, approvando quella proposta di legge che era a tutela di tutti, e soprattutto della democrazia. Lo ha fatto il Governatore della California, con la promulgazione di tre leggi per arginare la diffusione di contenuti manipolati e ingannevoli realizzati grazie all’IA. Anche dal mondo accademico giungono appelli alla politica.

L’iniziativa Global Policy Brief on AI è un’iniziativa congiunta di IVADO, il principale consorzio canadese di ricerca e mobilitazione delle conoscenze sull’IA dell’Università di Montréal, e della iniziativa IA + Société, dell’Università di Ottawa, con l’obiettivo di fornire ai responsabili politici delle linee guida basate su dati concreti per affrontare le principali sfide globali attuali in materia di IA. Per questa prima edizione, i professori Catherine Régis e Florian Martin-Bariteau hanno riunito un gruppo di esperti di IA da tutto il mondo per sviluppare una guida politica orientata all’azione a livello globale sull’impatto dell’IA sulla democrazia e sull’integrità elettorale. Nel documento, scritto con il supporto di Réjean Roy, direttore della Mobilitazione della conoscenza dell’IVADO, si legge: ” Raccomandiamo quattro azioni: i governi dovrebbero aggiornare le norme elettorali per proibire contenuti ingannevoli generati dall’IA; i partiti politici dovrebbero adottare un codice di condotta con linee guida chiare sull’uso politico responsabile dell’IA; le autorità elettorali dovrebbero istituire team indipendenti per prevenire e rispondere ai disagi causati dall’IA; a livello internazionale, i governi dovrebbero istituire dei fiduciari elettorali internazionali per l’IA e protocolli per affrontare le interferenze transfrontaliere”.

Illustrando la proposta di legge poi bocciata, Anna Ascani ha ricordato un altro precedente eclatante: “Il 6 dicembre 2024 un’importante istituzione democratica quale la Corte costituzionale rumena ha annullato il primo turno delle elezioni presidenziali ritenendo che vi fosse stata una manipolazione del voto e una distorsione delle pari opportunità tra concorrenti elettorali, quale conseguenza di un uso non trasparente, e in violazione della legislazione elettorale rumena, delle tecnologie digitali e dell’IA nello svolgimento della campagna elettorale. Quello che dunque la Corte costituzionale rumena ha sanzionato, per la prima volta in un Paese europeo, è stato l’alto grado di manipolazione dell’informazione diffusa da una piattaforma social, fino al punto di aver alterato la libera espressione del suffragio dei cittadini.

Con l’AI Act, l’UE ha introdotto regole rigorose che obbligano a segnalare i contenuti generati o manipolati dall’IA (come i deepfake) in contesti politici, per garantire trasparenza durante le elezioni. Anche in Brasile si sono varate norme contro l’uso di deep fake in campagna elettorale. Ma nessun precedente ha convinto le forze politiche che sostengono il Governo Meloni. Il sì alla proposta di legge sarebbe stato un importante segnale di garanzia, che di fronte alla potenza dell’intelligenza artificiale generativa avrebbe potuto quanto meno rappresentare una forma di deterrenza. Uno scudo di fronte alle trame destabilizzanti di chi, come Viktor Orban, usa la tecnologia digitale come una enorme clava, tanto rozza nei contenuti quanto raffinata nella costruzione algoritmica.

In foto Viktor Orban

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