Nel corso del suo discorso di insediamento, il neopresidente degli Stati Uniti ad un certo punto ha formulato un’esortazione ai suoi sostenitori e al mondo: “Drill baby drill”. Si riferiva allo sfruttamento dello shale gas mediante il fracking in barba a qualsiasi preoccupazione ambientalista: trivellate pure dove vi pare. Oggi gli Stati Uniti sono il maggiore produttore di gas naturale al mondo: nel 2023 hanno esportato complessivamente 116 miliardi di mc di gas, di cui il 60% verso l’Europa. Il tema del gas è particolarmente caldo almeno da quando la Russia ha invaso l’Ucraina nel 2022. Da quel momento l’emergenza energetica è divenuto una delle priorità negli scenari globali. Tre anni più tardi l’inizio del conflitto, a partire dal gennaio di quest’anno, il metano russo, non essendo stato rinnovato il permesso di transito, non attraversa più il territorio ucraino per rifornire i paesi dell’Unione Europea. In questo modo si estingue del tutto il già ridotto canale che faceva giungere metano che proveniva da Mosca: tanto per avere un’idea del flusso di gas fornito agli europei, nel 2023 erano passati attraverso l’Ucraina 14.65 miliardi di mc, l’Italia al momento dello scoppio della guerra l’Italia acquistava da Gazprom, l’azienda energetica di Stato russa, 29 miliardi di mc cioè il 40% dei consumi nazionali. Per paesi come il nostro il problema non è di poco conto e non si tratta di un tema riservato agli specialisti quanto viceversa una preoccupazione che entra quotidianamente nelle case di tutti noi.
Soffrendo storicamente una forte carenza energetica, nel nostro paese ci siamo dovuti attrezzare, puntando sulla diversificazione degli approvvigionamenti di gas, ribaltando sostanzialmente la provenienza dei flussi da nord a sud; e sui rigassificatori. Per quanto concerne il primo punto, da una parte abbiamo beneficiato della Trans-Adriatic Pipeline (Tap), gasdotto completato tra il 2021 e il 2022 che attraversa l’Adriatico e sbarca in Puglia; così come abbiamo incrementato i flussi di gas giunto via gasdotto dall’Algeria. Abbiamo anche aumentato significativamente le importazioni di Gas Naturale Liquefatto (GNL) soprattutto da Qatar e Stati Uniti. Il GNL, ritenuto probabilmente a ragione una risorsa imprescindibile su scala globale e soprattutto per quelle potenze come l’Italia che rischiano di subire carenze e aumenti di prezzo nel rifornimento energetico in qualsiasi momento, viene trasportato via nave.
Detto in estrema sintesi, i paesi produttori trasformano il gas dalla forma aeriforme a quella liquida riducendone considerevolmente il volume, lo caricano su apposite navi cisterna e lo esportano in giro per il mondo. All’arrivo il gas liquido ha bisogno di tornare alla forma originaria e lo fa grazie al lavoro dei rigassificatori, che lo immettono nella rete nazionale. Il GNL può essere anche stoccato in forma liquida presso i centri di consumo. Tutto questo avviene grazie a processi complessi e delicati, ma utilizzando delle tecnologie oggi sostanzialmente consolidate. Le previsioni degli esperti puntano il dito su probabili diminuzioni di flussi via gasdotto nel mondo, mentre indicano nel GNL una prospettiva sempre più cruciale. I gasdotti, preziosi veicoli di trasporto del gas, stanno diventando dei bersagli bellici e come tali esposti a interruzioni potenzialmente letali: il recente caso dell’attacco al gasdotto Nord Stream rappresenta una vicenda paradigmatica da questo punto di vista.
In questo quadro che si sta velocemente imponendo, il ruolo strategico dei rigassificatori è sempre più centrale. Il vantaggio che consentono di ottenere non è legato solo alla trasformazione fisica del gas, ma si riferisce anche alla sicurezza e alla flessibilità dell’approvvigionamento che sono in grado di offrire. L’Italia al momento conta quattro rigassificatori funzionanti e fra breve un quinto entrerà in servizio nella prossima primavera. I rigassificatori funzionano da valvola di sicurezza di primaria importanza in grado di fronteggiare i bisogni energetici: non riducono la dipendenza, ma garantiscono minori rischi nell’approvvigionamento e un miglioramento delle condizioni di stoccaggio, aumentando la flessibilità e consentendo una distribuzione più efficiente e adeguata alle variazioni della domanda. Inoltre va anche considerata la relativa maggiore facilità del trasporto via mare del gas rispetto alla realizzazione di nuovi gasdotti soprattutto per ai tempi di costruzione. Non si può nascondere comunque il fatto che la soluzione rigassificatori è in linea di massima più cara di quella che comprende l’uso dei gasdotti. Un altro aspetto da tenere in considerazione sono i tempi lunghi e la farragine regolatoria, problemi che portano l’attenzione sulla necessità di semplificare e velocizzare le procedure volte a rilasciare le autorizzazioni e la stessa governance degli impianti. Anche in altri grandi paesi europei la tendenza a rafforzare il sistema dei rigassificatori è analoga in un’ottica di crescente integrazione tecnica all’interno dell’Unione Europea.
Di rigassificatori ce ne sono di più tipi. Quelli onshore si trovano sulla terra di solito in un’area portuale o in complessi petroliferi o chimici costieri. Viceversa quelli offshore sono costruiti in mare aperto, ad un limite massimo di 12 miglia marine dalla costa, e non richiedono la presenza di porti di grandi dimensioni. I secondi sono decisamente più costosi ed esigono tempi di progettazione e di realizzazione più lunghi. La tecnologia maggiormente innovativa oggi è considerata quella della nave rigassificatrice, Offshore Regasification Gateway, capace di diminuire significativamente il costo dell’impianto. Strutture di questo tipo vengono trainate dal cantiere dove vengono costruite e adagiate sul fondo utilizzando una zavorra. In tal modo la struttura appare come una piccola isola artificiale, alla quale attraccano le navi metaniere per scaricare il gas.
I rigassificatori esistenti sulla penisola hanno età e tipologie diverse. Il più anziano si trova a Panigaglia nelle vicinanze di Spezia costruito nel 1971 ed appartiene alla prima categoria; gli altri invece – Rovigo, Livorno e Piombino – tutti alla seconda. Nel complesso il loro contributo a coprire il fabbisogno energetica dell’Italia è decisivo. Il maggiore è il terminale GNL Adriatic, che si trova al largo di Porto Viro, in provincia di Rovigo; l’impianto, che in pratica è un’isola artificiale, è in grado di rigassificare fino a 11 miliardi di mc annui. È l’unico rigassificatore a capitale privato in Italia.
Forti polemiche hanno caratterizzato l’introduzione delle due navi rigassificatrici toscane, la prima al largo della costa tra Livorno e Pisa e la seconda all’altezza di Piombino, costituendo in tal modo una vicenda tipica di opposizione da parte della popolazione nei riguardi di infrastrutture ritenute pericolose e nocive. Il caso di Piombino, in particolare, ha occupato le pagine dei giornali in tempi recenti, per la ribellione popolare sollevata, fino alla sua definizione: la nave resterà solo tre anni, nei piani della Regione Toscana, per essere poi trasferita in Liguria. Destavano grandi preoccupazioni sia la realizzazione di 9 km di metanodotto dal rigassificatore alla centrale di smistamento, dall’impatto ambientale ritenuto inaccettabile, sia le dimensioni stesse del porto di Piombino e la contiguità dell’abitato, dove è stata ancorata la nave rigassificatrice. La contestazione ha avuto un’eco ampia anche a livello nazionale. A favore si è schierata la Regione Toscana e in particolare il suo presidente e commissario per il rigassificatore, Eugenio Giani, il quale in prima persona si è speso molto per la risoluzione della vertenza sulla base di un indubbio vantaggio energetico apportato dalla nuova rigassificatrice. Secondo la prassi in voga in questi casi, l’autorità pubblica ha promesso compensi alla popolazione riluttante ad accettare la nave: opere infrastrutturali e benefici economici come la riduzione di almeno il 50% delle bollette per cittadini e imprese del territorio. Nel corso dell’acceso dibattito spesso le posizioni ufficiali dei partiti sono state sconfessate da esponenti degli stessi partiti a livello locale, anche sull’onda di campagne elettorali amministrative. Nei fatti non si è trattato semplicemente della reazione di una singola parte politica contro un’altra, ma della popolazione unita contro il progetto.
In aprile è prevista l’entrata in servizio di un altro rigassificatore nel mare Adriatico al largo di Ravenna; la nave BW Singapore ha una capacità di rigassificazione di 5 miliardi di mc all’anno. Il progetto prevede anche la realizzazione di una diga frangiflutti, che le permetterà di operare a pieno regime anche in caso di condizioni meteoreologiche avverse. Con l’entrata in esercizio della nuova nave, la capacità di rigassificazione complessiva dell’Italia salirà a 28 miliardi di mc all’anno, pari a circa il 45% della domanda italiana di gas nel 2023, cifra corrispondente all’importazione di gas naturale dalla Russia nel 2021.