Hormuz: il blocco dei fertilizzanti e le politiche europee sui nitrati

Il progetto MedRESOURCE trasforma i fanghi in risorse sicure per l’agricoltura

di Anna Pireddu ed Enrico Catassi

Il peggioramento prolungato della crisi internazionale legata alla guerra israelo-statunitense all’Iran rende il quadro ambientale globale ancora più incerto, e ciononostante la fragile tregua.

Molti media hanno documentato ed attentamente commentato come il crollo della navigazione di petroliere nello Stretto di Hormuz abbia prodotto effetti immediati sui rischi assicurativi e sulla continuità dei traffici. Quando energia e logistica diventano instabili, l’agricoltura è più esposta alla volatilità dei prezzi dei fertilizzanti e a possibili interruzioni di fornitura.

Problema sfaccettato. Secondo Alex Marianelli, Direttore del Global Supply Chain Support Centre del WFP con sede negli Emirati Arabi Uniti: “Quello che sta accadendo è paragonabile al COVID-19 e alla guerra in Ucraina. Si tratta di una interruzione globale della catena di approvvigionamento, non di un problema localizzato”. L’emergenza in atto costringe ad elaborare rotte alternative, e più sicure, per fornire aiuti umanitari. Aggiunge Marianelli: “ Siamo in una corsa contro il tempo per portare aiuti umanitari alle persone che sono in maggiore bisogno”. Come ad esempio l’Afghanistan, dove 4,9 milioni di madri e bambini affrontano fame e malnutrizione quotidianamente.

Recenti studi proprio dell’agenzia ONU World Food Programme stimano che 45 milioni di persone sono a rischio di carestia alimentare se il conflitto non dovesse terminare entro l’estate, e i prezzi del petrolio dovessero lievitare, per poi stagnare a lungo, al di sopra della fatidica soglia dei 100 dollari al barile. Nel qual caso il blocco dei fertilizzanti andrebbe a minacciare la resa dei raccolti dall’Africa all’America e persino in Europa ci sarebbero ricadute critiche. Ma è l’India, per la grande incidenza dei fertilizzanti sulle coltivazioni di riso, ad essere maggiormente esposta ad una drammatica carestia.

È in questo contesto che va letta la novità dell’introduzione dell’Ue, nella già esistente disciplina della Direttiva Nitrati, di una categoria specifica di fertilizzanti derivati da effluenti zootecnici trattati, i RENURE (REcovered Nitrogen from manURE). Decisione frutto della logica continuazione delle politiche introdotte a suo tempo dalla Direttiva 676/CEE, adottata nel 1991, che chiedeva agli Stati membri di individuare le acque inquinate o a rischio, designare le Zone Vulnerabili ai Nitrati (ZVN/NVZ) e applicare programmi d’azione con misure obbligatorie (stoccaggio, periodi di divieto, piani di concimazione, tecniche di distribuzione, ecc.). Oggi, il Joint Research Centre (JRC) ha contribuito a costruire la base tecnica di questa opzione regolatoria, proponendo criteri per l’uso sicuro di nutrienti recuperati.

Quando si parla di “Direttiva Nitrati” si finisce spesso per ridurre tutto a un numero: 170. Infatti, per le zone vulnerabili il limite generale per l’apporto annuo di azoto da effluenti zootecnici è 170 kg N/ha/anno. In realtà, quel numero è solo la punta dell’iceberg di una politica europea nata per un obiettivo molto concreto: proteggere le acque (falde e corsi d’acqua) dall’inquinamento da nitrati di origine agricola, potenzialmente dannoso per gli organismi viventi.

Nel tempo, alcuni Stati membri hanno ottenuto deroghe, ma sempre accompagnate da condizioni e controlli rafforzati. Il messaggio politico sottostante è che l’eventuale flessibilità è accettabile solo se non indebolisce la protezione delle acque e se è verificabile. Con il conflitto in Medio Oriente attivo il concetto dei paletti da rispettare è il vero dilemma da affrontare. In tutta la sua complessità: mantenere alti gli standard o lasciare che determinate aree particolarmente in sofferenza possano essere libere di sforare? Dibattito che si allarga alla risposta da dare allo shock energetico. E il ritorno dell’eterno dilemma: Tornare al carbone? Accettare il nucleare?

Se guardiamo ad una soluzione impattante positivamente serve un approccio lungimirante. Nel suo piccolo l’esempio è quello che ci viene da una iniziativa, finanziata dal programma Interreg NEXT MED, il progetto “Mediterranean initiative to REgenerate wastewater Sludges for Optimal Use toward a Circular Economy” ( https://www.youtube.com/watch?v=xh138hVUuFc). Che coinvolge ong e istituzioni palestinesi, giordane, tunisine e italiane. Partner dell’iniziativa sono l’Università di Cagliari e l’Enas (Ente acque della Sardegna).

L’obiettivo del progetto MedRESOURCE è appunto quello di andare a trasformare i fanghi di depurazione in risorse utili e sicure per l’agricoltura, migliorando la fertilità dei suoli, riducendo l’uso di fertilizzanti chimici e rafforzando la resilienza ai cambiamenti climatici. Operando dove la gestione dei nutrienti non è solo una questione tecnica ma anche sociale ed istituzionale.

Monther Hind, direttore della ong palestinese PWEG, capofila del progetto: “Qualcosa si muove quando gli individui iniziano a comprendere le difficoltà degli altri e a sperimentare insieme soluzioni praticabili. Cambia la mentalità. E alla fine gli effetti si estendono ben oltre il progetto stesso”.

Cooperare. Sfruttare le opportunità. Una finestra che però richiede rigore, controllo e credibilità pubblica. Anche in periodo di guerra.

Anna Pireddu Enrico Catassi

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