Perché gli Stati Uniti non possono permettersi una crisi finanziaria del Giappone

Gli interventi di luglio volti ad arrestare il declino dello yen

La crisi politico-militare degli Stati Uniti nello scontro da loro iniziato nei confronti dell’Iran il 28 febbraio, su sollecitazione di Israele, sta confluendo nella crisi, vecchia di oltre trent’anni, del Giappone.

Il 30 e il 31 luglio scorso vi sono stati due interventi volti ad arrestare il declino dello yen: quello della banca centrale nipponica pari a 85 miliardi di dollari e quello della Federal Reserve di un ammontare (non dichiarato) stimato tra i 5 e i 10 miliardi di dollari; tuttavia in realtà l’intera somma di 90- 95 miliardi di dollari, proveniva dalla Federal Reserve. Quest’ultima ha usato un canale di liquidità in suo possesso, chiamato FIMA Repo Facility che ha permesso di generare 85 miliardi di dollari per il Giappone, ricevendo come garanzia un equivalente ammontare di buoni del Tesoro USA di proprietà della banca centrale del Giappone. Con tale trucco, gli USA hanno evitato che la banca centrale nipponica intervenisse vendendo buoni del Tesoro statunitensi. Qualora la banca centrale del Giappone (BOJ) fosse intervenuta, tramite la vendita di 85 miliardi di dollari in buoni USA, il prezzo di mercato di questi sarebbe sceso alquanto, comportando una svalutazione del dollaro ed un aumento dei saggi di interesse statunitensi.

Arriviamo quindi ai due pilastri della politica monetaria e fiscale del governo statunitense: A) evitare la svalutazione del dollaro; B) evitare l’aumento del saggio di interesse in un’economia in cui la produzione è un elemento ancillare alla finanza.

La svalutazione della moneta USA impatterebbe negativamente sulle entità economiche che detengono cospicue attività denominate in dollari. Inoltre la svalutazione espone l’insieme dell’economia all’inflazione importata, specialmente nell’attuale fase bellica caratterizzata dalla chiusura dello stretto di Hormuz e dal blocco da parte di Ansar Allah yemenita della parte meridionale del Mar Rosso, effettuato nei confronti dei navigli provenienti dai (e diretto ai) porti dell’Arabia Saudita. Il secondo pilastro cioè l’evitare ulteriori aumenti del saggio di interesse che avrebbero come effetto principale quello di mettere in crisi la bolla speculativa in corso a Wall Street; in special modo la componente afferente all’intelligenza artificiale e allo sviluppo dei cosiddetti data centers, i quali, nelle dimensioni in cui vengono costruiti negli USA, non sono una necessità strutturale per lo sviluppo di questa tecnologia, ma uno strumento legato all’economia finanziaria.

L’esigenza di non alterare l’attuale dinamica espansiva della bolla speculativa è anche il motivo per cui l’intervento della Fed è avvenuto evitando di vendere dollari per acquistare yen, bensì usando euro a sua disposizione all’insaputa della BCE. In tal modo la Federal Reserve ha aggirato il rischio di una possibile svalutazione del dollaro a seguito di una così massiccia operazione. Resta da spiegare perché Washington consideri vitale il salvataggio del Giappone, quando furono proprio gli USA a metterlo k.o. tra il 1985 e il 1995.

Durante la prima metà degli anni 80 gli Stati Uniti perseguirono una politica monetaria di alti tassi di interesse, formalmente volta a combattere l’inflazione causata dall’aumento del prezzo del greggio di oltre il 160% causato dalla rivoluzione islamica in Iran e dalla guerra scatenata dall’Iraq contro Teheran, con l’appoggio di Washington e dell’Urss. Contemporaneamente, gli USA praticavano una politica di forte espansione della spesa pubblica, diretta prevalentemente verso il complesso militar-industriale nel contesto di quella che fu allora definita come “la seconda guerra fredda”, lanciata dal presidente Ronald Reagan. Gli alti saggi di interesse USA ebbero due effetti: una forte rivalutazione del dollaro, che stimolò le esportazioni verso gli Stati Uniti, ed un accelerato afflusso di capitali negli USA per approfittare dei rendimenti generati dagli elevati saggi di interesse. Parallelamente, l’espansione provocata dalla spesa militare di Reagan rafforzò ulteriormente ls crescita delle esportazioni verso gli Stati Uniti. In questo quadro i paesi dell’allora CEE beneficiarono sì dell’incremento delle esportazioni verso gli USA, ma rimasero fortemente penalizzati dal lato della fuga dei capitali, che non si fermò neanche quando gli europei innalzarono i loro tassi di interesse.

Il Giappone invece capitalizzò molto sul successo delle proprie esportazioni creando, in America, il mito del Japan n.1. Fatto sta che la politica della Fed di alti tassi di interesse e dollaro forte, diede luogo ad un’opposizione sia interna agli USA sia in Europa, con il Giappone che si apprestava a fare buon viso ad un gioco che stava per diventare cattivo. Alla fine, il 22 settembre del 1985, in una riunione presso l’albergo Plaza a New York, cinque Paesi, USA, Giappone, Germania federale e Regno Unito oltre alla Francia, firmarono un accordo in cui gli USA si impegnavano a ridurre il valore del dollaro, del tasso di interesse e il livello del deficit di bilancio.

Dal canto loro Giappone e Germania promisero di stimolare la domanda interna. Le decisioni prese al Plaza portarono ad una rapida svalutazione del dollaro e al raddoppio in due anni del valore dello yen rispetto alla moneta statunitense. L’aumento dello yen continuò fino al mese di aprile del 1995 quando, con il Giappone allo stremo delle forze, gli USA si attivarono per risollevare il valore del dollaro nei confronti della moneta nipponica la quale dai 250 yen per dollaro del gennaio del 1985, quindi prima del Plaza, agli 80 yen per dollaro nell’aprile del 1995. La decade 1980-1995 fu fatale per il Giappone e i vari tentativi di risollevarlo non furono che dei palliativi, dei quali solo due si rivelarono cruciali come febloclisi per mantenere in vita il paziente.

I due palliativi furono il deficit di bilancio nella spesa pubblica e bassissimi tassi di interesse, cosa che perdura ancora oggi. Il deficit del bilancio pubblico non ebbe effetti di rilancio keynesiano. Aiutò invece a mantenere l’economia a galla,  o piuttosto a gestire l’innalzamento della linea di galleggiamento fino a quasi il ponte principale. Il meccanismo funzionava grazie ai bassissimi tassi di interesse praticati apposta dalla Bank of Japan, che dal 2000 al 2025 hanno teso verso un tasso zero. Fu così che il Giappone arrivò ad accumulare un debito pubblico lordo molto elevato, pari al 204% ad oggi, mentre era del 258% nel 2020 e del 240% per gran parte della decade 2010-2019 . La possibilità di sostenere un tale debito è da ascrivere ai saggi di interesse prossimi allo zero.

La finanziarizzazione dell’economia mondiale comportò, soprattutto dai primi anni di questo secolo in poi, la ricerca parossistica di opportunità speculative. Il Giappone costituì un ottimo e fertile terreno. Mentre il governo e la banca centrale riuscivano a sostenere il debito grazie ai tassi praticati dalla Bank of Japan, un divario crescente si andava creando fra i tassi europei e degli USA nei confronti di quelli nipponici, ovviamente a favore dei primi due. Ecco quindi che si forma il cosiddetto yen carry trade.  Gli speculatori, in maggioranza banche, società finanziarie, fondi di investimento e perfino banche centrali, contraggono dei grossi prestiti denominati in yen su cui pagano un interesse infimo. Le stesse entità cambiano le somme prese in prestito in dollari, con cui fanno baldoria a Wall Street, Londra e via dicendo. Il gioco si basa sulla certezza che, grazie alla politica monetaria della Bank of Japan, il divario nei saggi di interesse permanga. La baldoria avviene prevalentemente a Wall Street, dove si fabbricano schemi finanziari – senza obiettivi produttivi – di ogni tipo. Oggi il grande gioco è quello dell’IA e dei data centers. Al gioco partecipano anche società nipponiche, che usufruiscono di prestiti in yen a tassi vicini allo zero. Il Giappone è quindi un grosso trasmettitore di fondi agli USA, alimentando la bolla speculativa di Wall Street. Pertanto gli USA hanno bisogno della macchina finanziaria nipponica.

Dal canto suo il Giappone è passato da una situazione in cui la rivalutazione dello yen causava danni irreparabili, ad una in cui la svalutazione può far esplodere il meccanismo finanziario che ha permesso a Tokyo di mantenere la nave sopra la linea di galleggiamento. Il Giappone, a partire dalla rivalutazione del 1985-95, ha progressivamente perso sia diversità, sia densità produttiva che esportazioni nette. Mediamente, dal 2011 la bilancia commerciale giapponese è deficitaria. Ciò significa che, pur avendo una crescita molto bassa, il paese importa più di quanto esporti con le importazioni che provengono, in misura notevole, dalle produzioni delle filiali estere delle multinazionali giapponesi. Espressione dello sfilacciamento industriale del Paese.

Invece il conto della bilancia dei pagamenti corrente, che include la bilancia commerciale, quella dei servizi e quella afferente al rimpatrio dei guadagni, profitti e vendite ottenuti dalle multinazionali nipponiche all’estero, è attivo in modo sostanziale. Dato che la bilancia commerciale è passiva, come anche la componente dei servizi, il ragguardevole surplus dell’insieme della bilancia dei pagamenti correnti proviene interamente dall’afflusso di rendite e profitti che le società giapponesi rimpatriano dalle loro attività all’estero. Questo surplus viene speso dalla Bank of Japan in gran parte per acquistare buoni del Tesoro statunitensi. Abbiamo quindi il quadretto seguente: da un lato della strada  vi è la banca giapponese “Nihon” disposta ad erogare prestiti yen a tasso quasi zero; dall’altro lato, vi è la banca americana “Devour” che offre buoni del Tesoro al 5% annuo e pacchetti azionari dai rendimenti più rischiosi del 10 e anche 15%, il cui valore può aumentare in base all’andamento degli indici della borsa di New York. Sugli indici si possono costruire dei prodotti derivati proposti dalla banca “Devour” ai clienti che hanno contratto prestiti in yen. Pensiamo ad esempio che 100.000 dollari collocati nel 2009 in un prodotto derivato, abbinato all’indice del Dow Jones, oggi varrebbero 800.000 $.

Cosa può accadere nel caso di una svalutazione dello yen rispetto al dollaro? I soggetti, in primis quelli esteri, che hanno contratto dei debiti in yen, vedranno l’onere ridursi in termini di dollari, e ne saranno contenti. Tali soggetti possono essere indotti ad ampliare l’indebitamento in yen allargando la dimensione del carry trade, sempre che il divario nei tassi di interesse permanga. Diverso sarà l’atteggiamento delle autorità monetarie e dei governi, rispettivamente degli Stati Uniti e del Giappone. Per il secondo, la svalutazione nelle circostanze odierne è un segnale di pericolo immediato: vulnerabilità all’inflazione e conseguente aumento dei saggi di interesse per combatterla. 

Il Giappone non si trova più nella situazione di un tempo, in cui un calo dello yen comportava rapidamente un rilancio delle esportazioni. Oggi una tale reattività è altamente improbabile, in quanto le multinazionali nipponiche già producono all’estero la maggioranza dei beni giapponesi classici. Ad esempio, nel 1990 circa il 15% della produzione di motoveicoli effettuata da tutte le società automobilistiche giapponesi proveniva da stabilimenti ubicati all’estero. Nel 2025 la componente prodotta all’estero era di oltre il 66%. Ancora più impressionante è stata la dinamica produttiva dei motocicli, in cui Giappone era e rimane il leader assoluto. La novità consiste che alla vigilia dell’Endaka nel 1984 (Endaka definisce la decade della grande rivalutazione dello yen), l’insieme delle aziende nipponiche producevano quattro milioni di motocicli di cui quasi nulla all’estero. Nel 2025 solo 640.000 unità sono state fabbricate in patria contro i 28 milioni di moto che le stesse aziende giapponesi hanno fabbricato in impianti esteri.

La svalutazione dello yen non produce ormai alcun vantaggio significativo, però causa danni concatenati. La svalutazione produce inflazione anche in condizioni normali, per via dell’aumento del prezzo dei beni importati. Nella situazione attuale è ancora peggio: non diversamente dall’Italia, esiste una crisi salariale da almeno un quarto di secolo e il governo della signora Sanae Tanaichi non può permettersi di avallare un’ulteriore colpo ai salari reali, che tra il 2021 e il 2025 sono calati del 2%. Tanaichi deve quindi combattere l’inflazione evitando quanto più possibile di aumentare il saggio di interesse, data la dimensione del debito pubblico. La linea d’azione possibile consiste nella vendita del buoni del Tesoro statunitensi di cui la Bank of Japan è il maggiore detentore estero. Qui interviene il governo di Washington che non vuole vedere ridursi il prezzo dei propri buoni e subire il conseguente aumento dei saggi di interesse, in un quadro in cui oltre un terzo del bilancio pubblico USA è destinato al pagamento degli interessi sul debito.

Perciò il Tesoro americano interviene sul Giappone, comprando yen, aumentandone la domanda e auspicandone una rivalutazione tramite la vendita di euro, invece di usare dollari, il cui tasso di cambio avrebbe potuto cedere aumentando la pressione inflazionistica interna, già fonte di crisi politica per l’attuale presidente. Il tutto con l’obiettivo di mantenere il Giappone al suo posto, come finanziatore sia della bolla di Wall Street che del debito pubblico statunitense. Ma la manovra non sta riuscendo, soprattutto riguardo agli elevati rendimenti sui buoni a durata decennale-trentennale, su cui si basano gli interessi sui mutui, e sulle carte di credito, che gravano sulle indebitate famiglie americane. 

Per vedere meglio come si possa evolvere la situazione economica,  bisogna attendere il momento in cui i prezzi del petrolio usciranno dalla posizione in cui si trovano, per via dell’uso a man bassa da parte del governo statunitense delle riserve strategiche di greggio. Su questo, ricordiamo l’editoriale dell’Economist del 2 maggio scorso, in cui i prezzi del greggio venivano descritti come appartenenti a “Lalaland” (equivalente al Paese delle Meraviglie, NdA); vale a dire, troppo bassi rispetto alle strozzature che ne stanno caratterizzando l’offerta. Le ultime informazioni parlano di un livello di riserve pari a 40 giorni, il più basso dal 1982.

In tali circostanze,  l’annuncio trionfalistico del 27 agosto da parte del presidente statunitense Donald Trump, ovvero che il possesso americano dei giacimenti petroliferi del Venezuela stimati sui 65 miliardi di barili costituisca una sicura via dissoluzione alla crisi, è fumo negli occhi. Dal Venezuela si estraggono al massimo 1,4 milioni barili al giorno, contro un picco di 3,6 milioni nel 1998. Prima della chiusura dello stretto di Hormuz, dal Golfo Persico ne uscivano 20 milioni al giorno, inclusi derivati, Il crollo del Venezuela è dovuto principalmente alle sanzioni imposte dagli Stati Uniti, che hanno impedito l’ammodernamento degli impianti. La situazione è talmente deteriorata che il 9 gennaio di quest’anno, appena dopo il sequestro del Presidente Maduro, le maggiori compagnie petrolifere interessate hanno dichiarato in un incontro col presidente Usa che il Venezuela “is uninvestable” cioè non vi si può investire. Infatti, solo per portare la produzione a 4-5 milioni di barili al giorno, sarebbero necessari lavori per oltre 180 miliardi di dollari, e un arco di tempo di dieci-quindici anni.

Il problema non è solo di natura quantitativa. Il greggio venezuelano è molto denso, quello del bacino del fiume Orinoco a nord del Rio delle Amazzoni è quasi catrame. Pertanto il greggio venezuelano richiede un trattamento assai speciale, che per le quantità estratte finora viene effettuato dalle raffinerie americane in Texas ed in Louisiana. Inoltre dal Golfo Persico escono molti derivati non solo del petrolio, ma anche del gas, che ancora alcuni decenni orsono bruciava liberamente dai pozzi. Oggi invece viene usato tra l’altro per produrre il 40% degli ingredienti chimici che formano i fertilizzanti. Per questo la guerra scatenata da americani e israeliani contro l’Iran, nel pieno dei negoziati con gli USA, comporta sia crisi petrolifera che crisi agricolo alimentare.

In foto la Federal Reserve

In foto la sede della Fed

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