Milano, ovvero la città in questo momento sotto i riflettori per quanto riguarda gentrificazione, riqualificazione, rigenerazione. Al di là delle vicende e delle eventuali responsabilità dei suoi amministratori, di cui si sta occupando la magistratura, è il valore generale che sta prendendo la discussione che ci interessa. Perché, al di là delle responsabilità dei singoli o delle giunte, sembra di intravedere un filo rosso che lega le città italiane, da Firenze a Lecce, da Bologna a Torino a Palermo, da Napoli a Roma. Ci siamo rivolti al professore Agostino Petrillo, architetto e filosofo, professore associato al Politecnico di Milano, PhD in Sociologia.
Lei ha recentemente parlato in un suo articolo, di “disastro dell’edilizia milanese”. Ma non è sempre stata, Milano, il modello della “rigenerazione urbana”?
“Per la verità ho parlato di disastro dell’urbanistica milanese, intendendo l’incapacità non solo di pianificare lo sviluppo della città, ma anche di contrastare i processi speculativi con strumenti che pure esistono. La resa dell’urbanistica ha permesso di affermarsi in maniera incontrastata alle forze della speculazione. Pensare di gestire una metropoli come Milano con le furberie delle SCIA mentre i grandi capitali internazionali si avventavano sulla città in cerca di facile valorizzazione, è stato sicuramente un errore. Non si è trattato solo di una faccenda locale, di “cattiva politica”, ma di un processo di classica finanziarizzazione del capitale edilizio, ben noto e già descritto anche da David Harvey. In questo ha risieduto in buona parte il ‘modello Milano’, anche se la finanziarizzazione della città fisica da sola non è stata sufficiente, e c’è stato bisogno di continue iniezioni di eventi e mega-eventi per proseguire la traiettoria di crescita desiderata. Il modello Milano, se realmente è esistito qualcosa che può andare sotto questo nome, è stato dunque un mix di Grandi Eventi e speculazione immobiliare. Per quanto riguarda la rigenerazione urbana poi va ricordato che è qualcosa di molto diverso da quel che è stato fatto nel capoluogo lombardo: quando i teorici e i legislatori che si sono occupati del tema l’hanno concepita, a partire dal Regno Unito dove ha mosso i primi passi, fino alle diverse nostre legislazioni regionali, avevano pensato a una rinnovamento urbano che fosse anche sociale e culturale, che contemplasse nel suo progetto anche il coinvolgimento degli abitanti e la loro conservazione nei luoghi interessati dai processi di trasformazione. Ci si è invece nel nostro paese spesso trovati di fronte al tradimento del concetto a favore di una speculazione sommaria che ha comportato fenomeni di gentrification e di espulsione e allontanamento verso le periferie di chi viveva nelle aree interessate. Come si diceva nei paesi anglofoni il “renewal” dei quartieri si è per lo più tradotto in “removal” degli abitanti… e nella loro sostituzione da parte di ceti medio-alti”.
Qual è stato a suo parere il punto di non ritorno per quanto riguarda la situazione?
“Penso che le scelte in direzione del modello prima descritto siano state fatte nel dopo-Expo, dopo il 2015, anche se alcuni processi erano già attivi, sia pure in formato ridotto sotto la giunta Pisapia. Ma quella era ancora un’epoca in cui la città era alla ricerca, sia pure confusa, di nuove vie e nuove identità. La responsabilità principale di Sala è stata quella di avere avviato Milano proprio su di un percorso come quello descritto, redditizio (per pochi), ma sostanzialmente sbagliato come direzione, al di là di quelli che sono stati gli espedienti tecnici più o meno leciti utilizzati per raggiungere i suoi obiettivi. L’idea errata, nata certo da una situazione di oggettiva difficoltà della città, è stata quella di scommettere principalmente sull’immobiliare. A scapito dello sviluppo dei settori avanzati. La situazione poi si è aggravata negli anni pandemici, quando lo slogan di Sala “Milano non si ferma” è diventato realtà con il precipitare sulla città di parte dei giganteschi capitali accumulati dalle piattaforme della logistica e della comunicazione durante la pandemia, che sono andati ad aggiungersi ai Fondi Sovrani che già stavano comprando tutto quello che pareva valesse la pena di essere acquistato. Le piattaforme investendo i profitti nel mattone cercavano certezze che le borse non potevano dare. Ma l’effetto combinato di queste presenze è stato micidiale, tanto da fare affermare Manfredi Catella, il “re degli immobiliaristi” milanesi, ora coinvolto nello scandalo, in una intervista di qualche anno fa al “Sole 24 Ore” che: “a Milano: c’è troppa speculazione”…Non si trattava certo di lacrime di coccodrillo, quanto piuttosto della chiara visione da parte di un uomo intelligente ed esperto del settore del fatto che al tavolo da poker della speculazione immobiliare milanese si erano seduti giocatori con disponibilità ben più grandi delle sue…
Sembra di capire che per lei lo “sviluppo” di Milano sia costato il sacrificio, oltre delle classi povere che in realtà erano già state allontanate, anche della media borghesia cittadina. Chi ha vinto la partita e qual era la posta?
“Hanno vinto i peggiori, almeno dal mio punto di vista. Ha vinto la rendita, ha vinto la sua finanziarizzazione, a scapito di un’altra Milano che avrebbe potuto essere, mentre nel giro di qualche anno è scomparsa la scena culturale milanese, sono stati chiusi centri sociali, scacciati i giovani dal centro, lasciate agonizzare le industrie creative. L’irrompere degli sceicchi e delle piattaforme ha voluto dire la rovina di un patrimonio di capacità creativa, design, moda, di cui sono rimasti solo i simulacri vuoti. Uno sradicamento violento di una componente che negli anni precedenti era stata importantissima per lo sviluppo della città e per la sua immagine internazionale.La posta in gioco era evidente: il futuro della città…”.
Ritiene che la scelta dei gruppi dirigenti milanesi abbia poco a che fare con l’estrazione politica dei “governanti”? Le chiedo questo con gli occhi alle scelte di Firenze, Torino, Napoli, Venezia, Palermo ….
“Ci sono dei tristissimi trend comuni, al di là di differenze importanti che permangono. Lo svuotamento dei centri, i processi di turistificazione, l’innalzamento dei prezzi delle case e degli affitti, il confinamento dei giovani e dei ceti inferiori nelle periferie. Il tutto è chiaramente parte di un sistema paese che ha scelto di privilegiare la rendita, che stenta a tenere il passo delle economie avanzate, da cui i giovani qualificati fuggono. L’autocannibalismo del mattone è l’ultimo espediente per far girare i quattrini, mentre poco o nulla rimane della grande industria, e ormai stentano anche piccola e media impresa. Non so dire se veramente, come sostengono alcuni, il destino dell’Italia è quello di diventare un gigantesco resort turistico per i paesi del Nord Europa, certo appare molto difficile risalire la china, e ricostruire un tessuto produttivo all’altezza dei tempi e delle sfide che propongono. La caccia affannosa a “modelli” da imitare siano stati il modello Milano, o l’altrettanto inconsistente e inutilmente celebrato “modello Genova”, mostra bene la difficoltà enorme delle amministrazioni delle grandi città italiane a trovare vie percorribili che non siano amministrazione dell’esistente e barcamenarsi navigando a vista”.
Cosa pensa accadrà in futuro?
“Non lo so. Non sono in grado di abbozzare nemmeno un pronostico. Probabilmente le cose continueranno più o meno, magari in maniera meno clamorosa, nella direzione attuale. Per cambiare orientamento occorrerebbe un sussulto della politica e della società civile, bisognerebbe dimenticare la Milano odierna, ridimensionarne gli aspetti negativi, e pensare a nuovi processi di rigenerazione, che possano essere un momento di coinvolgimento delle realtà locali, dei comitati degli abitanti, delle associazioni, in modo da non ridurli a una trattativa sempre perdente tra amministrazioni e immobiliaristi. Fare convergere più attori possibili nella trasformazione e nel recupero di parti importanti di città. Ma perché questo avvenga occorre una svolta, occorrerebbe segnare discontinuità nette rispetto alla gestione neo-liberale della città, un rinnovamento delle modalità di amministrazione, che non sia solo “governance” mirata al quattrino e partecipazionismo di facciata, ma che contempli un’apertura al sociale, la cessione verso il basso di quote di potere, una rimodulazione delle istituzioni e la fondazione di un sistema pattizio e dinamico tra istituzioni e realtà locali. Ma forse sono solo sogni”.
In foto, l’Atlante dei progetti di rigenerazione urbana di Milano. “È una mappa consultabile on line che restituisce una visione d’insieme e periodicamente aggiornata degli oltre 100 progetti di rigenerazione urbana in corso (sopra i 5000 mq. di Superficie Territoriale), degli interventi pubblici e privati più rilevanti”, come spiega il sito del Comune di Milano da cui è tratta.