Un manifesto e una campagna nazionali per il diritto al lavoro e alla pace. Il manifesto si chiama “Manifesto per un diritto del lavoro della pace” , ed è stato sottoscritto da associazioni, costituzionalisti, giuristi, avvocati del lavoro, sindacalisti ed esponenti di movimenti.
A lanciarlo, l’Unione sindacale di base (USB) e il Ceing (Centro studi iniziativa giuridica). Se sembra che l’uso della forza sia ormai, nel mondo odierno,
“l’unico mezzo per la risoluzione dei conflitti”, il piano di riarmo deciso dall’UE e l’aumento delle spese militari della NATO “sono destinati a sottrarre risorse ai beni pubblici essenziali e costituiscono una condanna al precariato e allo sfruttamento per lavoratrici e lavoratori”, come si legge nella nota stampa .
E chi non fosse d’accordo? “Sta crescendo nel nostro Paese la volontà di tanti lavoratori e lavoratrici di non collaborare con il piano di riarmo e con l’economia di guerra”, ovvero, un diritto di non collaborazione che si manifesta “con l’esercizio del diritto di sciopero
o con la volontà di dichiararsi obiettori di coscienza rifiutando di effettuare la propria prestazione lavorativa in ambiti coinvolti con la guerra e gli armamenti”. Mentre sono sempre più numerosi i nomi, prestigiosi e no, che sottoscrivono l’appello, ci siamo rivolti a Danilo Conte, avvocato del lavoro, ben conosciuto per la sua attività di saggista e attivista, che ha sottoscritto e sostiene l’iniziativa.
Il Manifesto per un diritto del lavoro della pace è anche una campagna nazionale. Di cosa si tratta?
“E’ una campagna nazionale promossa dal sindacato USB e dal Centro di iniziativa Giuridica CEING a sostegno di un movimento che sta crescendo nel mondo del lavoro. Hanno iniziato alcuni anni fa i portuali di Genova, rifiutando di caricare le armi in partenza dal porto di Genova per lo Yemen. Quel loro rifiuto ricevette le lodi di Papa Francesco che li definì “portatori del vangelo”. Ed anche recentemente i portuali di Genova si sono resi protagonisti del rifiuto di caricare munizioni destinate ad Israele. Ora questa volontà di non collaborazione e di rifiutare ogni forma di complicità con l’economia di guerra si sta diffondendo. Abbiamo avuto gli scioperi all’aeroporto di Montichiari a Brescia ma questa presa di posizione non riguarda solo il settore dei trasporti, ma anche il mondo della ricerca, dell’università e della scuola. Dobbiamo partire da una prima considerazione. Gli enormi investimenti sul riarmo, il folle piano di spesa dell’Unione Europea, l’aumento delle spese militari deciso dalla Nato, costituiscono già una dichiarazione di guerra all’interno dei singoli stati interessati da questa follia: la guerra ai più poveri, ai beni primari della salute, della scuola, della cultura, della casa, che subiranno inevitabilmente tagli insostenibili. Ed anche la rinuncia ad ogni adeguamento dei salari a quella soglia minima prevista dall’art. 36 della Costituzione per garantire un’esistenza libera e dignitosa”.
Cosa distingue questo appello dai tanti appelli per la pace che si sono susseguiti inutilmente in questi mesi?
“Ho molto rispetto per gli appelli , per i sit-in per le manifestazioni di piazza, anche io vi partecipo e vi aderisco. Sono importanti per tenere alta l’attenzione, manifestare il proprio dissenso, mobilitare le coscienze. Ne abbiamo avute anche di imponenti. Ma bisogna prendere atto che non sono sufficienti. Che i signori della guerra tirano dritto senza alcun rispetto dell’opinione pubblica dissenziente. Il “Manifesto per un diritto del lavoro della pace” non è un appello che si aggiunge ai tanti, ma intende fornire utili strumenti di sostegno giuridico ad una lotta concreta di non collaborazione, di disobbedienza civile, che i promotori lanciano su larga scala, in tutto il mondo del lavoro. Gli strumenti sono due: lo sciopero e l’obiezione di coscienza. Si tratta di due strumenti di lotta nonviolenta che possono essere anche molto radicali, ottenere risultati concreti. Il primo è uno strumento di lotta collettivo, il secondo costituisce una scelta individuale, anche se poi si inscrive in un movimento collettivo. Si tratta di due forme di lotta che il Manifesto chiede vengano garantite come diritto, cosa tutt’altro che scontata. Le faccio un esempio. La Commissione di Garanzia sui servizi pubblici essenziali è intervenuta per bloccare lo sciopero di Brescia con la tesi che il comparto dei trasporti rientra nei servizi pubblici essenziali e quindi deve sottostare a tutte le regole e le procedure previste dalla normativa che è la l. 146 del 1990. Una tesi che di fatto, impedirebbe il diritto di sciopero in questo settore visto lo scarso preavviso con cui si viene a conoscenza dell’arrivo di un carico di armi. Si tratta di una tesi non condivisibile. La legge 146 nasce per bilanciare il diritto di sciopero con altri diritti della persona anch’essi costituzionalmente garantiti: le prestazioni sanitarie, la circolazione e i trasporti, la scuola. Ma come si fa a sostenere che inviare armi in uno scenario di guerra sia un servizio alla persona costituzionalmente garantito? Che inviare munizioni o cannoni sia un bene costituzionalmente garantito ed anzi prevalente rispetto al diritto di sciopero? Su questi temi daremo battaglia non solo nei luoghi di lavoro, ma anche nelle aule giudiziarie”.
Il lavoro può avere la capacità di costruire un fronte Comune contro le guerre, nonostante le esperienze storiche fallimentari dei secoli scorsi?
“Dipende da noi. Quando a Genova i portuali non hanno caricato le munizioni dirette ad Israele hanno davvero inceppato l’ingranaggio di morte. Se in tutti i porti facciamo così, queste munizioni gli rimangono nei container. Non si dica che è utopia. Dovremmo credere di più nella forza della nonviolenza, della non collaborazione, della disobbedienza civile. Che vuol dire, detta in altri termini, nella forza della maggioranza, nei confronti di una minoranza che fonda la sua ricchezza sul sangue. Non è vero che non possiamo fare niente. Possiamo decidere di non collaborare ed assumercene la responsabilità morale e le conseguenze giuridiche. Senza di noi non muovono nemmeno un fucile, nemmeno un proiettile. E comunque meglio provarci che non rimanere fermi in uno sterile immobilismo che diventa complice. Se come dice la Costituzione l’Italia ripudia la guerra e la Repubblica è fondata sul lavoro allora il lavoro deve ripudiare la guerra”.