Dal 2 agosto scattano le regole per i fornitori di modelli di intelligenza artificiale

In vigore l’AI Act

Se non ci saranno sussulti o svolte improvvise, non del tutto da escludere, il 2 agosto 2025 sarà una data importante per l’intelligenza artificiale in Europa. Entreranno infatti in vigore nei Paesi dell’UE gli obblighi per i fornitori di modelli di intelligenza artificiale a uso generale (noti come GPAI), cioè quei sistemi che possono essere utilizzati in molti contesti diversi, non solo per un compito specifico. I fornitori di questi modelli dovranno rispettare alcuni obblighi fondamentali:

  • Garantire la sicurezza degli utenti, evitando che l’IA possa causare danni fisici o psicologici.
  • Essere trasparenti, spiegando chiaramente quando e come viene usata l’intelligenza artificiale, così da evitare inganni o manipolazioni.
  • Rispettare il copyright, evitando di usare contenuti protetti da diritti d’autore senza autorizzazione.

Sono le regole più direttamente connesse all’uso diffuso dei modelli di AI, e quindi punti forti e nello stesso tempo controversi dell’AI Act, la legge europea varata il 1° agosto 2024, pensata per rendere l’uso dell’IA più sicuro, trasparente e rispettoso dei diritti delle persone. Un approccio, quello dell’Artificial Intelligence Act, maturato in ben otto anni di consultazione, ma in linea con quella cultura europea che vuole salvaguardare la dimensione del pensiero umano pur nell’era della tecnologia arrembante.

Non tutti concordano. L’amministrazione Trump ha inviato appelli ufficiali all’Ue per fare retromarcia, accusando l’Europa di disseminare il cammino dell’evoluzione digitale di troppi lacci e lacciuoli. Medesime richieste hanno avanzato i grandi produttori di modelli di IA e decine di grandi aziende anche in Europa. Per questo, nelle ultime settimane, l’Ue ha varato una consultazione tra i produttori tesa a ricevere gli ultimi input. Una disponibilità all’ascolto, che da più parti è stata letta come una possibile resa rispetto all’approccio iniziale dell’Unione Europea. A ravvivare le speranze dei “rinviazionisti” è stata una dichiarazione della vicepresidente responsabile per l’innovazione, Henna Virkkunen. La massima autorità europea in materia di innovazione digitale ha ribadito ufficialmente che alcune parti dell’AI Act potrebbero essere posticipate: “La tempistica della piena applicazione – ha detto Virkkunnen – potrebbe non essere compatibile con le reali condizioni di preparazione dei sistemi pubblici e privati nei Paesi membri”.

Un’affermazione che attenua la credibilità della tempistica attuativa della normativa europea, proprio alla vigilia di un passaggio delicato e decisivo come quello del 2 agosto, dopo che già il 2 febbraio 2025, sono divenuti attivi alcuni divieti e obblighi sull’uso corretto dell’IA. Mentre le regole per i sistemi di IA considerati ad alto rischio, soprattutto se integrati in prodotti già regolamentati (come dispositivi medici o veicoli), avranno tempo fino al 2 agosto 2027 per essere pienamente applicate.

Ma perché sono necessarie regole rispetto alla diffusione inarrestabile delle “macchine” di intelligenza artificiale, nonostante l’arrogante pressione di Trump all’insegna della deregulation? Lo spiega bene Michele Mezza, saggista, giornalista per 40 anni in Rai, docente di epidemiologia sociale dei dati e degli algoritmi all’Università Federico II di Napoli: “Le intelligenze artificiali non sono sequenze di calcoli inesorabili ma macchine costruite dai proprietari attorno ad un fine ed un mezzo. È esattamente la combinazione di questi due valori con i processi di addestramento che determina il carattere e il timbro ideologico del sistema che tende a sovrapporsi alle decisioni umane. Fine e mezzi devono essere trasparenti, negoziabili e riprogrammabili per civilizzare una potenza che aumenta le opportunità dell’evoluzione umana”.

Di fronte alla proprietà privata dei modelli di intelligenza artificiale, ma anche in presenza di una modalità nebulosa di addestramento delle macchine, è dunque indispensabile una dimensione pubblica di controllo e quantomeno di dialogo con i produttori. L’Unione Europea lo ha capito per primo, anche se l’efficacia e la possibilità attuativa dell’AI restano tutte dimostrare.

L’AI Act prevede un’applicazione graduale delle sue disposizioni e si basa su un approccio “a livelli di rischio”: più un sistema di IA è rischioso per le persone o per la società, più severe saranno le regole da rispettare. L’obiettivo finale è creare un ambiente dove l’IA possa svilupparsi in modo innovativo, ma sempre in linea con i valori europei e i diritti fondamentali.

La legge sull’IA vieta otto pratiche, vale a dire:

  1. manipolazione e inganno dannosi basati sull’IA
  2. sfruttamento dannoso delle vulnerabilità basato sull’IA
  3. punteggio sociale
  4. Valutazione o previsione del rischio di reato individuale
  5. raschiamento non mirato di materiale Internet o CCTV per creare o espandere banche dati di riconoscimento facciale
  6. riconoscimento delle emozioni nei luoghi di lavoro e negli istituti di istruzione
  7. categorizzazione biometrica per dedurre determinate caratteristiche protette
  8. identificazione biometrica remota in tempo reale a fini di contrasto in spazi accessibili al pubblico

A vigilare sul rispetto delle norme sono le autorità di vigilanza del mercato dei vari Stati membri dell’Unione Europea, in accordo con l’Ufficio per l’IA dell’Unione. E qui sorge un primo dubbio. Come sarà garantita l’uniformità dell’interpretazione della legge in tutti i Paese dell’UE, che già dimostrano differenti approcci allo spirito della regolamentazione? In teoria, l’Ufficio per l’IA supervisiona e applica le norme per i modelli di IA per finalità generali e ciò dovrebbe garantire un’applicazione omogenea in tutti i Paese. Ma le posizioni sono molto diverse. Per esempio, il primo ministro svedese Ulf Kristersson ha chiesto una pausa sull’AI Act, sottolineando “la necessità di standard comuni su scala mondiale per evitare confusione e garantire che l’Europa rimanga competitiva”.

Per provare a rendere più armonico possibile il processo regolatore, la Commissione Ue ha pubblicato Codici di condotta, template per le dichiarazioni dei fornitori, orientamenti sulla portata degli obblighi per i fornitori di modelli di IA per finalità generali a norma della legge sull’IA. Gli orientamenti sono stati elaborati attraverso una consultazione pubblica conclusa il 18 luglio, durante la quale la Commissione ha raccolto i contributi di centinaia di portatori di interessi. Essi riflettono inoltre il contributo del gruppo di esperti istituito dal Centro comune di ricerca della Commissione per consigliare l’Ufficio per l’IA sulla classificazione dei modelli di IA, compresi i modelli di IA per finalità generali e quelli con rischio sistemico, nonché il feedback di altri esperti.

L’obiettivo è fornire strumenti di uso e certezza giuridica agli attori lungo tutta la catena del valore dell’IA chiarendo quando e in che modo sono tenuti a rispettare tali obblighi. Questi orientamenti fanno parte di un pacchetto più ampio legato all’entrata in vigore delle norme il 2 agosto e integrano il Codice di buone pratiche sull’IA per finalità generali che la Commissione ha ricevuto da esperti indipendenti il 10 luglio. Gli orientamenti chiariscono la portata degli obblighi e a chi si applicano, concentrandosi su quattro temi chiave:

Modelli di IA per finalità generali. Un modello di IA è considerato un modello di IA per finalità generali se è stato addestrato utilizzando una quantità di risorse computazionali (“calcolo”) superiore a 10^23 operazioni in virgola mobile e se è in grado di generare linguaggio (sotto forma di testo o audio), da testo a immagine o da testo a video.

Fornitori di modelli di IA per finalità generali. Gli orientamenti delineano i concetti di “fornitore” e di “immissione sul mercato” e chiariscono quando un attore che modifica un modello di IA per finalità generali è considerato un fornitore.

Esenzioni da taluni obblighi. Gli orientamenti chiariscono a quali condizioni i fornitori di modelli di IA per finalità generali rilasciati con licenza libera e open source e che soddisfano determinate condizioni di trasparenza possono essere esentati da determinati obblighi a norma della legge sull’IA.

Esecuzione degli obblighi. Gli orientamenti spiegano le implicazioni per i fornitori di modelli di IA per finalità generali che scelgono di aderire e attuare il codice di buone pratiche sull’IA per finalità generali e delineano le aspettative della Commissione in merito alla conformità a decorrere dal 2 agosto 2025. A partire da questa data, i fornitori che immettono sul mercato modelli di IA per finalità generali devono rispettare i rispettivi obblighi previsti dalla legge sull’IA. I fornitori di modelli di IA che saranno classificati con rischio sistemico devono informarne senza indugio l’Ufficio per l’IA. Dal 2 agosto 2026 entreranno poi in vigore i poteri di esecuzione della Commissione.
Si spiega nella Digital Strategy dell’Unione Europea: “Gli obblighi della legge sull’IA per i fornitori di modelli di IA per finalità generali mirano a garantire che i modelli siano trasparenti, in linea con il diritto d’autore dell’UE e nazionale, e che i fornitori dei modelli di IA più avanzati o di maggiore impatto valutino e attenuino i rischi sistemici presentati da tali modelli”. Intento lodevole, supportato da un imponente castello di regole e linee guida, a cui dovrebbe corrispondere un approccio aperto e trasparente da parte dei produttori, sempre più ricchi e sempre più potenti. Saranno disposti al dialogo con l’Unione Europea? C’è da dubitarne visti i precedenti in materia fiscale da parte delle Big Tech, disposte a tutto pur di non corrispondere quanto dovuto. Il secondo ostacolo per ogni regolamentazione dell’IA è il disordine geopolitico ormai imperante: la competizione esasperata che vede soprattutto Usa e Cina combattere senza esclusione di colpi per la supremazia nell’intelligenza artificiale e la conseguente egemonia mondiale, rischia di marginalizzare la visione rispettosa dei diritti umani dell’Unione Europea. Ma se questo accadrà – sarà bene esserne consapevoli – la deregulation favorirà solo i padroni delle “macchine”, non certo chi le utilizzerà attraverso il computer dalla scrivania di casa.

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