Il cantiere della manovra tra buone notizie e l’alea del voto regionale

I punti fermi: una nuova ‘pace fiscale’ e  abbassamento dell’Irpef ai ceti medi

Due notizie degli ultimi giorni mettono un buon carburante nella macchina del governo già in moto sulla via della manovra economica d’autunno. La prima viene dall’Istat e riguarda il lavoro: tredicimila occupati in più a luglio, +0,1% rispetto a giugno e sale così al 62,8% il tasso di occupazione. Nell’ultimo anno sono 218mila in più, che portano a 24 milioni e 217mila il totale degli occupati in Italia, trainati dai dipendenti a tempo indeterminato. Ma crescono anche gli inattivi, con un tasso che sale al 33,2%. Scende invece al 6% il tasso di disoccupazione. La presidente del Consiglio Giorgio Meloni ha aperto a stretto giro le danze dei commenti entusiastici: “Numeri incoraggianti, che confermano l’efficacia delle misure messe in campo e ci spingono a proseguire con determinazione su questa strada: più opportunità, più lavoro, più crescita per l’Italia”.

Un buon viatico per il cantiere già aperto della finanziaria anche se siamo ancora nella fase degli annunci, delle prime bandiere piantate in vista dell’importante tornata elettorale in sette regioni (Campania, Toscana, Veneto, Valle d’Aosta, Puglia, Marche e Calabria), tutte al voto entro il 23 novembre. Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ancora tace, conoscendo i margini stretti della manovra 2026, ne sapremo qualcosa in più nel tradizionale appuntamento a Cernobbio del Forum Ambrosetti, che si apre il 5 settembre e di cui sarà uno dei protagonisti della terza giornata.

Sicuramente il ministro avrà incassato con soddisfazione le parole della presidente della Banca Centrale Europea, Christine Lagarde, e questo è il secondo assist da giocarsi in vista dei prossimi impegni economici: “In termini di bilancio, oggi l’Italia sta compiendo sforzi molto seri e probabilmente riuscirà ad avvicinarsi all’obiettivo del 3% di deficit nel prossimo futuro. Quindi faremmo bene a ispirarci a questo”, ha detto Lagarde, in un’intervista a Radio Classique, parlando della crisi di governo francese, che la preoccupa molto. Parole che servono anche a raffreddare l’ennesima tensione diplomatica con i cugini d’Oltralpe, dopo che il premier Francois Bayrou ha accusato l’Italia di “dumping fiscale”. Il riferimento è a una legge del 2017, voluta dal governo Renzi e confermata, seppur inasprendola, dal governo Meloni. E’ destinata ai cosiddetti ‘migranti di lusso’ cui si promettono regimi fiscali agevolati se si trasferiscono in Italia. E continuano a rispondere in molti, prendendo la residenza soprattutto nella Milano da bere dei grattacieli miliardari. Palazzo Chigi non ha esitato a rispondere al premier francese:”L’economia italiana è attrattiva e va meglio di altre grazie alla stabilità e credibilità della nostra Nazione”. E Lagarde gli ha dato man forte.

Al netto delle polemiche, degli slogan e dell’assalto alla diligenza in vista della manovra finanziaria, ci sono alcuni punti fermi su cui il ministero dell’Economia sta lavorando. Intanto sembra acquisito, come più volte detto dallo stesso Giorgetti, che nel 2027 non ci sarà il previsto aumento di tre mesi dell’età pensionabile di vecchiaia (stabilito automaticamente in relazione all’incremento della speranza di vita), che resta a 67 anni.  Si presume confermato poi il cosiddetto ‘bonus Giorgetti’, l’incentivo  utilizzabile da chi matura i requisiti per la pensione anticipata entro il 31 dicembre 2025, ma vuole restare a lavorare.

Le architravi politicamente più sensibili della manovra dovrebbero essere una nuova ‘pace fiscale’ e  l’abbassamento dell’Irpef ai ceti medi, con la riduzione dello scaglione dal 35 al 33%  per i redditi tra 28mila e 60mila euro. La misura, fortemente voluta fin dall’anno scorso da Forza Italia, costa circa 4 miliardi, a fronte di benefici per i destinatari dai 200 ai 600 euro.  La Lega invece ha a cuore e rilancia la pace fiscale – eufemismo definito dalle opposizioni come ennesimo condono – e sponsorizza la rottamazione quinquies delle cartelle, annunciata fin da febbraio. La novità potrebbe essere che saranno esclusi i ‘contribuenti non meritevoli’ e gli utilizzatori seriali di sanatorie.  Questa misura ci costerebbe circa tre miliardi.  E, secondo quanto spiega la Corte dei Conti nell’ultima Relazione sul Rendiconto generale dello Stato, finora non ha avuto gli effetti sperati perché gli evasori hanno “radicate aspettative di successive rottamazioni” e continuano a non rottamare o almeno non quanto si spererebbe. Ma questo al governo non basta per ammainare la bandiera delle sanatorie, che sventola in nome della mistica di un fisco amico del contribuente in difficoltà.

Un altro cavallo di battaglia della Lega sono le pensioni, sulle quali incassa poco consenso, a dire il vero, a cominciare dalla famigerata e neanche più invocata abolizione della legge Fornero, baluardo insormontabile a difesa dei conti pubblici.  Quest’anno ci riprova in altro modo il sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon, con la proposta di usare il Tfr come rendita per potere anticipare a 64 anni con 25 anni di contributi l’età per la pensione e non solo per chi è in regime contributivo. Non ha molte chance di successo questa nuova proposta, già bocciata peraltro senza appello dalla Cgil: “L’uso del Tfr farebbe pagare direttamente ai lavoratori il costo della pensione anticipata. Ma il Tfr è salario differito e toccarlo vuol dire colpire i diritti conquistati col lavoro”.  Sembra invece confermata l’Opzione Donna, anche se andrebbe corretta, aumentando l’età prevista per accedervi, ora fissata a 58 anni, e considerato che è stata richiesta molto poco, così come l’accesso a quota 103 (62 anni e 41 di contributi), che non dovrebbe neanche essere prorogato.

Altre proposte si affollano sul tavolo del ministro Giorgetti: per la famiglia c’è il piano casa a prezzi calmierati per le giovani coppie, lanciato dalla stessa presidente del Consiglio al Meeting di Comunione e Liberazione; per la scuola si parla di una detrazione del 19% sulla spesa sostenuta per l’acquisto dei libri; per le imprese si stanno studiando misure per accelerare gli accessi agli incentivi e per ridurre i costi dell’energia. E poi la Sanità, sulla quale il ministro Schillaci ha annunciato una richiesta di due miliardi di euro. Su tutto questo e su altre richieste si dovrà ovviamente esprimere la Ragioneria dello Stato.

La coperta, come sempre del resto, è stretta, con per di più i nuovi vincoli di quest’anno, a partire dall’aumento delle spese militari su cui l’Italia, come tutti i paesi Nato, si è già impegnata. E il Pil continua a non crescere come previsto, anzi, nel secondo trimestre dell’anno si è ridotto dello 0,1% rispetto al 2024. Con questo quadro in chiaroscuro un’altra ipotesi messa in campo da Giorgetti al meeting di Rimini è di tornare a bussare alle casse delle banche, con un prelievo extra per la manovra, un ‘pizzicotto’ lo ha definito. Sarebbe il terzo tentativo dopo quello – naufragato – sugli extraprofitti e sul ‘contributo volontario’ che poi non era altro che un differimento delle deduzioni fiscali. Il pizzicotto le banche lo scansano e ricordano al governo “di avere già concordato il nostro apporto alla manovra di bilancio nel Patto del 2024, che prevedeva un contributo di 1,8 miliardi anche nel 2026”. E possono contare anche sul no più deciso gridato da Forza Italia, che si è schierata a loro difesa.

L’apporto delle banche era previsto anche per dare una mano sui salari, per provare a tacitare le opposizioni che, sulla richiesta del salario minimo viaggiano all’unisono, e battono sempre cassa. Ma è un tabù insuperabile per il governo, anche se si sta provando a mettere in campo qualche misura per sostenere le retribuzioni. Spunta così l’idea di una flat tax sulle parti variabili dei salari, come i festivi, gli straordinari, il lavoro notturno, con un conseguente aumento del netto in busta paga.

Altri desiderata: i mille agenti in più di polizia penitenziaria voluti da Meloni, l’estensione dei sostegni Zes (Zone Economiche speciali) a Umbria e Marche, perfino la richiesta di 250 milioni di credito d’imposta per sostenere il settore moda. Ma il ministro tace, parlerà la nota di aggiornamento al Def da presentare entro settembre e poi a ottobre c’è il DPB, documento programmatico di bilancio. Quello che invece ricorda spesso Giorgetti sono i vincoli entro cui dovrà muoversi la manovra, nel rispetto del Patto di Stabilità e Crescita che obbliga l’Italia a mantenere il deficit sotto il 3%, ma il ministro intende arrivare già nel 2026 sotto questa soglia per uscire con un anno di anticipo dalla procedura d’infrazione. Non solo, le nuove indicazioni europee richiedono un orizzonte ampio, obbligando i piani strutturali di bilancio a garantire la sostenibilità economica fino al 2032. Su tutto poi c’è la solita cappa di un debito pubblico che segna per il 2026 il record del 140%. E ancora il contesto economico internazionale buio, le guerre, anche quelle commerciali, con i dazi dell’amico Donald che non guarda in faccia nessuno, e l’inflazione che fiacca il potere di acquisto. 

Giorgetti dovrà cercare la quadra e quest’anno sarà tutto più difficile perché i lavori in corso sulla manovra incrociano una lunghissima stagione elettorale per le regionali, un test per coalizioni e partiti, già in campo a caccia di consensi. Salvini ha iniziato in piena estate la sua campagna elettorale cavalcando il ‘passaggio storico’ dell’ok del Cipess al Ponte sullo Stretto su cui, secondo il ministro leghista, si potrà porre la prima pietra già entro il 2025 e attraversarlo già nel 2033. Vale la pena ricordare qualche numero dell’opera: 3,3 chilometri di campata unica, due piloni da 400 metri sulle due sponde, tre corsie stradali, due binari ferroviari.

E ci sarà anche “la metropolitana dello Stretto”, ha annunciato il ministro, con tre fermate sul lato messinese, pensata per studenti e pendolari. Ancora, 443 abitazioni da demolire nei due versanti. Il tutto da finanziare con i 13,5 miliardi già stanziati. Il tam tam salviniano sul ‘passaggio storico’ del Ponte sta andando avanti ma ancora è un ‘passaggio stretto’, ad ostacoli, che richiede altri step, a partire dall’ok della Corte dei Conti cui va presentato il piano economico finanziario, ancora allo studio del ministero. Ci sono poi i cantieri propedeutici, cioè tutte le opere preparatorie, e quelli sulla viabilità secondaria (previsti 40 chilometri nuovi di strade e ferrovie) ma soprattutto manca il progetto esecutivo, cioè la road map, il cosa fare e quando, tenendo conto delle 62 prescrizioni avanzate dal ministero dell’Ambiente, delle indicazioni fornite dagli enti locali e dei molti possibili ricorsi, sia amministrativi che giudiziari, qualcuno già presentato. Ma il Ponte va avanti, con Salvini che lo percorre quasi ogni giorno nelle sue entusiastiche narrazioni elettorali.

Per Fratelli d’Italia e per il governo la campagna elettorale l’ha inaugurata solennemente, in veste istituzionale, la presidente del Consiglio, ospite per la prima volta al Meeting di Cl a Rimini, dove ha dato il meglio di sé nell’intercettare i consensi della platea, con i richiami ai loro valori più cari, la famiglia, la scuola paritaria, la droga che “fa schifo”, l’orrore degli uteri in affitto. Con toni più moderati del solito, Meloni ha presentato una sorta di nuovo manifesto politico che guarda al centro, sbandierando il pragmatismo come strada maestra, anche per l’Europa, “che faccia meno e meglio e che non soffochi gli Stati nazionali”. Ma non una parola sui dazi imposti da Trump, mentre la stigmatizzazione sulla occupazione di Gaza da parte di Israele è stata più netta, anche se – come accusano tutte le opposizioni – alle parole non seguono fatti politici significativi e resta tiepida anche la condivisione delle posizioni dei paesi ‘volenterosi’ sull’Ucraina, con l’esplicito rifiuto di mandare militari su quel terreno di guerra. Poi c’è stato l’endorsement su Draghi che, dalla stessa platea aveva detto qualche giorno prima: “L’Europa è stata spettatrice anche quando i siti iraniani venivano bombardati e il massacro di Gaza si intensificava”, lanciando l’allarme per l’irrilevanza di questa Europa sullo scacchiere internazionale.  La premier si è detta d’accordo con l’ex presidente della Bce e ha irriso chi la additava come sovranista antieuropea allineando il suo punto di vista a quello di Mario Draghi.  

Non ha convinto Meloni, facendo sobbalzare non solo i suoi soliti oppositori politici, ma anche chi conosce il solco storico fra i due mondi, la distanza incolmabile tra il draghiano ‘whatever it takes’ e la meloniana Europa delle nazioni. Ma siamo in campagna elettorale, appunto.

In foto il ministr Giancarlo Giorgetti

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