IA e moda, Cauli (Pitti Immagine): “Preziosa per archivi e catalogazione”

Può regalare efficienza e libertà ai designer e dunque alla creatività
Ivano Cauli

Ivano Cauli è il nuovo ad di Pitti Immagine, la società delle fiere fiorentine di moda
e altro, ben nota a livello internazionale soprattutto per organizzare a Firenze il
salone di Pitti Uomo che è ormai il punto di riferimento del ben vestire maschile a
livello globale. E’ stato nominato dopo che Raffaello Napoleone, Ceo di Pitti
Immagine dal 1989 fino all’aprile scorso, ha lasciato la carica ed è stato nominato
delegato per le relazioni internazionali e istituzionali. Una delle ragioni per cui la
scelta della successione è caduta su Cauli, a parte le altre qualità, è il fatto che
l’imprenditore milanese, laureato in Scienze dell’informazione e in forze a Pitti già
da qualche anno come responsabile dell’innovazione, nasca come imprenditore
digitale, per di più fondatore, nel 2004, di Openmind, un vero punto di riferimento
nell’e-commerce per moda e altro, in collaborazione con importanti brand
internazionali. Dunque, in certo modo, l’uomo della provvidenza nell’attuale critico
momento di una transizione che anche nel mondo della moda cerca la sua strada, per
ora in bilico tra vecchio e nuovo, anzi futuro.

Immaginiamo che una persona come lei, Cauli, che a Pitti è il volto dell’innovazione, sia entusiasta delle possibilità dell’IA (l’intelligenza Artificiale) anche nella moda.

“E sbagliate – risponde con un amichevole e pacato sorriso – Ne valuto le
opportunità ma, vi stupirà, non ne sono un cieco fanatico. Ne considero anche i rischi
oltre le opportunità. Insomma guardo e valuto, sto ai tempi, ma senza tuffarmi alla
cieca”.

Quale rapporto pensa che l’IA abbia o possa avere con la moda che è per
antonomasia, simbolo di creatività, fantasia, visione?


“Non ci sono dubbi che la moda appartenga alla categoria della creatività. E la creatività è caratteristica esclusivamente umana. Ma l’IA può essere comunque preziosa anche nella moda e si possono trovare tanti punti di contatto perché ha infinite forme di utilizzo, oltre alla creatività”.

In concreto, quali?

“Beh, nel caso della moda, può soprattutto diventare, anzi spesso per chi la usa lo è già, infinitamente utile per semplificare e rendere assai più efficiente il sistema di archivi e catalogazione. Sue sono materie come archiviazione, catalogazione, categorizzazione, l’ordinare e semplificare il lavoro. Come l’IA è protagonista a questo livello in tante altre varie situazioni industriali, tanto più lo deve essere per la moda dove può regalare efficienza e libertà ai designer, e dunque alla creatività, rendendoli capaci di esprimersi meglio e/o più rapidamente, una volta che si siano alleggeriti dall’immane lavoro che costituirebbe per loro spulciare gli archivi. I quali sono assai utili per chi crea moda ma anche disordinati, confusi, spesso dispersi per vari luoghi, rendendo tortuoso e lungo l’andare a cercare tradizione e identità di un brand, spunti di interesse e riferimento”.

Sarebbe la famosa e ripetuta a più voci grande qualità attribuita all’IA in quanto capace, se non di sostituirli, di liberare gli umani dalla schiavitù, la noia e la fatica del lavoro manuale e dedicarsi a quello della mente. Sta funzionando anche per il mondo della moda?

“Chi può permetterselo ha già iniziato. In prima fila i grandi gruppi, per esempio Cucinelli o Prada , che hanno già messo su le strutture. Le quali hanno il limite di essere assai complesse e onerose non solo in termini di investimento monetario ma anche di assunzione e organizzazione di vasto personale. Comunque, se usi strumenti evoluti, l’IA è molto efficiente nel categorizzare, classificare e ordinare il lavoro, regalando al creativo che voglia trarre ispirazione o notizie da archivi altrimenti sparsi e muti, molto più tempo per il lavoro della creazione. Si guadagnano tempo, serenità e produttività ”.

Dunque l’IA libera il tempo di altri più che agire come mente creatrice in proprio?


“Ma il tempo è un grande fattore. Liberarlo è molto importante. Impedire che si butti
via il tempo significa aumentare la creatività in generale ”.

Lei insiste a dire che la creatività è caratteristica esclusivamente umana. Eppure sia
Dario Omodei, il patron di Anthropic, l’azienda che ha generato Claude, uno dei più
richiesti chatbot del momento, che un suo ricercatore hanno recentemente avvisato,
con una certa preoccupazione, che già le loro macchine fanno molto lavoro da sole,
lasciando prevedere anche che l’AI possa a breve sostituirsi, se non superare il cervello umano.


“Che l’IA stia procedendo molto velocemente è un fatto. Ma cambierebbe davvero il discorso solo se avesse, come non ha, anche l’intelligenza empatica che è per noi la chiave che fa capire i valori relazionali umani. Io però posso parlare solo del presente. E nel presente la creatività nella moda resta agli umani. L’unico sconfinamento sono le foto. L’IA fa le foto, simula modelle e modelli e crea intorno a loro l’abito. Ma sono foto brutte e si riconoscono subito. Quando le fa l’algoritmo chiunque si accorge della scarsa qualità. Perché siano belle e appaiano vere vanno ritoccate dalle mani umane. E’ legge inesorabile, specie per le luci che l’IA non riesce a gestire come sa fare chi già le conosce e le manovra ”.

Già, ma forse si migliorerà.

“Forse”

Viene in mente che se le foto tramite IA aumentassero la loro qualità, allora anche le
modelle andrebbero a finire, dalle loro pedane di sogno e sorprese, in quella forza
lavoro non altamente qualificata che l’IA sta già espellendo dal mercato.


“Per ora, le ripeto, le foto create dall’Intelligenza Artificiale si stanno espandendo ma sono una cosa diversa e non fanno concorrenza alle sfilate. Non nego che in futuro il problema possa scoppiare, come per esempio nel cinema un anno fa, ai tempi della famosa rivolta anti IA di Hollywood. E’ un tema allarmante, grave e generale, vedi il fatto che la Cina, per esempio, ha già proibito alle imprese di licenziare una persona per sostituirla con l’IA. Comunque le aziende più strutturate non licenziano per IA. Mi spaventano molto di più invece i fondi di investimento che già ora selezionano le start up su cui investire scegliendo quelle che puntano più sull’IA e meno sul fattore umano. Con la giustificazione che secondo loro, se scegliessero le seconde, non significherebbe scegliere il futuro”.

Già, e i fondi stanno entrando pesantemente nella moda.

“E’innegabile. Una questione allarmante perché a loro basta un piano di marginalità le più alte possibile e non importa niente della passione che invece fa la bellezza e il valore di un brand. Altro è massimizzare l’ebtida e altro, invece, migliorare il prodotto”.

Tornando a voi, Pitti ha già iniziato a usare la sua IA, vero?

“Si, quella appunto che serve a ordinare i grandi numeri, catalogare, raggruppare una quantità di dati e saperli leggere, tracciare un profilo. E’ uno strumento, secondo noi,
molto importante per non fare perdere tempo e energie a buyer e aziende e indirizzarli
verso collaborazioni concrete e fattive. In un momento in cui l’intero processo di vendita – dal produttore al rivenditore fino al consumatore finale – sta cambiando rapidamente, noi puntiamo ad anticipare le tendenze del mercato abbreviando i tempi di ricerca sia per i brand che per chi vende. Così, tramite una collaborazione con Hyperscout, abbiamo creato un sistema di matchmaking e costruzione di profili basato sull’Intelligenza Artificiale per rendere più mirati gli incontri tra brand e buyer. La tecnologia di Hyperscout aiuta a fare le ricerche per trovare informazioni sui buyer, chi sono e a chi si rivolgono, qual’è il loro pubblico e cosa cerca. Così, dopo aver collezionato tutti i dati, disegna il profilo di ogni singolo buyer. in modo che tu capisci, per ogni prodotto, a chi ti devi rivolgere senza perdere tempo con altri cui quel prodotto non servirebbe e mettere in contatto il produttore con il buyer giusto. Ecco un esempio di AI che accorcia i tempi, aumenta l’efficienza e fa fare un notevole scatto al business. Comunque ci devi stare dentro l’AI, noi siamo indietro, gli asiatici che sono avanti la usano e vengono da noi a cercare creatività . Ti devi adeguare, è una rivoluzione come fu un tempo la rivoluzione industriale”.

In foto Ivano Cauli

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