Il ritorno dell’Ebola nella Repubblica Democratica del Congo, dopo l’epidemia del 2014-16, non può essere letto come una semplice fatalità epidemiologica. È la manifestazione localizzata di una trasformazione più ampia: quella della governance globale e della distribuzione – sempre più ineguale – delle capacità di proteggere le popolazioni. È questa la tesi, sobria ma allarmante, sostenuta in un recente editoriale su Le Monde da Mauro Campus che insegna Storia internazionale alla Scuola di Scienze Politiche “Cesare Alfieri” dell’Università di Firenze.
Professore, la sua tesi inquieta. Sta suggerendo che qualcuno abbia deliberatamente portato la malattia in Congo?
“Nessuna intenzionalità diretta, evidentemente. Il punto è più difficile da vedere: si è progressivamente erosa la capacità di sostenere le condizioni materiali che rendono possibile contenere le crisi sanitarie, alimentari, politiche. Quando questa capacità si assottiglia, le popolazioni non sono esposte in modo uniforme: si alimenta, piuttosto, una disuguaglianza nella protezione stessa della vita. E questa disuguaglianza non riguarda soltanto le emergenze sanitarie: è il sintomo di una più ampia regressione dello sviluppo, osservabile ormai anche nelle economie avanzate, dove – da almeno una generazione – si registra una stagnazione della ‘capacità sociale di crescere’, salute, istruzione, mobilità sociale, libertà di scelta. Non è un ciclo congiunturale. È una dinamica che si manifesta con evidenza sia a livello individuale sia sistemico”.
Si riferisce anche alle conseguenze della chiusura della United States Agency for International Development (USAID)?
“Esattamente. Lo smantellamento di USAID rappresenta una discontinuità storica, perché colpisce un’infrastruttura che per decenni ha operato come dispositivo di finanziamento degli aiuti allo sviluppo. Fin dalla sua fondazione, voluta da Kennedy come strumento al servizio della Guerra fredda globale, USAID non è mai stata “assistenza filantropica” slegata da obiettivi politici determinati, ma un meccanismo per ridurre la distanza tra centri e periferie nella capacità di rispondere alle crisi. La sua chiusura brusca – uno dei primi atti della seconda amministrazione Trump, realizzato dal Department of Government Efficiency, allora guidato da Elon Musk -testimonia un mutamento nella politica statunitense contemporanea e un trauma nel valore universale che siamo stati abituati ad attribuire agli aiuti umanitari. Al di là delle vicende successive dello stesso DOGE, ciò che conta sono le conseguenze della decisione: una ridefinizione della funzione internazionale dello sviluppo. Siamo passati, in altri termini, da una logica – o quantomeno un’ambizione – di gestione sistemica del rischio globale a una logica selettiva e contingente, in cui l’intervento è subordinato a criteri immediati di interesse e di visibilità”.
Trump voleva semplicemente risparmiare?
“Questa spiegazione è insufficiente. Il dato fiscale, peraltro, è marginale: USAID rappresentava una quota minima della spesa pubblica federale, ben inferiore all’1%. Il punto è altrove, nella ridefinizione di ciò che l’attuale establishment politico americano concepisce come “interesse”. Nell’assetto precedente, consolidatosi nell’arco di circa sessant’anni e sopravvissuto alla fine della Guerra fredda, l’assunto dominante era che l’intervento nelle crisi umanitarie e sanitarie costituisse un elemento essenziale della stabilità dell’ordine globale. Ne derivava una forma di interdipendenza organizzata, che si è effettivamente approfondita – seppure in modo asimmetrico – a partire dagli anni Novanta. Oggi quella logica si è indebolita fino a polverizzarsi, lasciando spazio a una concezione frammentata e transazionale del potere: si interviene solo dove si ritiene esista un ritorno immediato, o quantomeno percepito come tale. Basti pensare che lo stanziamento del Congresso per l’assistenza economica e allo sviluppo previsto per il 2026 destina circa 7 miliardi di dollari all’assistenza bilaterale e 5,5 miliardi ai programmi di assistenza umanitaria – sempre in forma bilaterale – mentre al complesso delle organizzazioni internazionali, ONU compresa verso la quale gli Stati Uniti sono debitori per circa 4 miliardi di dollari di quote arretrate, sono riservate cifre assai inferiori”.
E allora a cosa si deve questa svolta?
“A un mutamento nella struttura delle economie e delle istituzioni. Nelle economie mature viviamo una stagnazione del potenziale di crescita accompagnata da una polarizzazione distributiva crescente. Ne derivano effetti politici e sociali profondi: la contrazione della classe media indebolisce la base sociale delle istituzioni inclusive e alimenta dinamiche di sfiducia e di radicalizzazione. Parallelamente, anche le istituzioni internazionali, WTO in testa, hanno perso capacità di coordinamento. Il sistema internazionale è entrato in una fase in cui né gli Stati né le organizzazioni multilaterali riescono più a garantire una gestione stabile delle vulnerabilità collettive. Ne deriva un vuoto di governance multilivello: alcune popolazioni restano integrate in circuiti di protezione continua, mentre altre – in ragione di una loro pretesa irrilevanza politica – sono esposte a forme intermittenti o croniche di vulnerabilità, sanitaria, alimentare, umanitaria. Le crisi attuali e la loro complicatissima soluzione appaiono dunque come sintomi di una frattura dell’ordine internazionale”.
Dunque non si tratta soltanto di una crisi americana?
“No. Gli Stati Uniti agiscono come acceleratore del processo, non come sua origine. Il sistema internazionale tutto si è progressivamente dissociato dalla logica multilaterale, o se si preferisce da una “gestione condivisa” dei rischi globali. Le organizzazioni internazionali sono indebolite, anche in conseguenza del significativo taglio dei contributi dei paesi del G7 (Canada escluso), mentre la capacità – e soprattutto la volontà – degli Stati Uniti di sostenere l’ordine multilaterale si è ridefinita in senso più cinico e opportunistico. Gli ordini internazionali stabili si fondano su una combinazione di crescita economica, istituzioni inclusive e capacità di leadership da parte della potenza egemone. Oggi, tutte e tre queste condizioni appaiono indebolite”.
E quali sono gli effetti di questa dinamica?
“Gli effetti sono già osservabili. Nei contesti fragili, la riduzione della continuità degli interventi internazionali non genera fenomeni nuovi, ma ne altera la traiettoria: rallenta le risposte, ne amplifica la durata, ne accresce la diffusione. Non è necessario postulare un nesso diretto tra decisioni politiche e singoli eventi di emergenza sanitaria o umanitaria. È sufficiente osservare che la protezione della vita è distribuita in modo sempre più ferocemente diseguale, e non per inefficienza, non per caso, ma, a questo punto, programmaticamente. Questo è il dato decisivo: a essersi indebolita è l’idea stessa che lo sviluppo, la salute globale, l’accesso al cibo costituiscano un ‘bene pubblico globale’. E quando questo principio s’incrina, il sistema internazionale diventa più reattivo e meno preventivo”.
Esistono alternative nel campo dello sviluppo globale?
“Esistono attori alternativi, ma nessuno ha la forza e la capacità operativa comparabile a quella degli Stati. Il sistema delle Nazioni Unite si fonda sulla legittimità che gli Stati gli attribuiscono, e sulla loro disponibilità a finanziarla e a riconoscersi reciprocamente entro un quadro normativo comune, il cui riferimento resta la Dichiarazione universale dei diritti umani. Nessun attore privato – né individualmente, né collettivamente – è in grado, e aggiungerei nemmeno tenuto, di sostituire l’infrastruttura di coordinamento che ha sostenuto l’ordine internazionale negli ultimi ottant’anni: risponde, per sua natura, a logiche di mercato, non di interesse generale. Il risultato è una transizione verso una forma di disordine oligarchico, caratterizzata dalla frammentazione della volontà di proteggere i diritti fondamentali. È all’interno di questa scomposizione che le crisi diventano più frequenti, più visibili, più difficili da contenere. Ciò che osserviamo oggi non è un’anomalia. È il contesto storico nel quale siamo entrati le cui conseguenze non possono essere calcolate da nessun modello analitico-predittivo”.
In foto Mauro Campus