L’Europa è il luogo del mondo in cui il climate change galoppa più velocemente con una temperatura che da metà degli anni ‘90 sale di 0,56 gradi per decennio, il doppio della media globale che è di 0,27 gradi. Rispetto all’era preindustriale siamo già a 2,5 gradi in più. Nel continente accaldato, l’Italia è il paese dove si muore di più di caldo, come informa Greenreport riferendosi ai dati di NatureMedicine, ISGlobal e Lancet Countdown: già nel 2024 solo tra giugno e settembre i morti per cause legate al caldo in Europa erano 62.000, di cui 19.000 in Italia. Sempre secondo le notizie di Greenreport, si calcola che a Milano, una delle città campioni per inquinamento, 317 morti su 499, dunque il 64%, siano legate al climate change.
Questi arroventati giorni di giugno – non sono lontani quei mesi di giugno con il golfino sulle spalle la sera – le notizie che rimbalzano trovano un si salvi chi può. Chi chiuso in casa, chi rifugiato al super market, chi in cerca di fontane, chi scatena ventilatori e arie condizionate. Queste ultime protagoniste di un circuito infernale tra il sollievo del momento e un ulteriore sfrenato consumo energifero che è ancora prevalentemente affidato alle fonti fossili, a causa delle difficoltà specie burocratiche che rallentano le fonti rinnovabili, nonostante la loro crescita negli ultimi anni fino a arrivare in Italia quasi a soddisfare il 40% del consumo elettrico. Le fossili: ovvero le principali responsabili di inquinamento e gas climalteranti che determinano i nuovi eccessi del clima come le sempre più frequenti catastrofi naturali.
Né il grande caldo sembra il capriccio estemporaneo di un mese, un picco di bollore arrivato per caso che per caso se ne andrà. Europa e Italia, avverte Snpa (Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente) “stanno attraversando una nuova intensa ondata di calore, inserita in un contesto climatico che negli ultimi anni mostra una crescente frequenza, durata e intensità degli eventi estremi”. Oltretutto, sottolinea Snpa, le temperature travolgono verso l’alto le finora consuete medie del periodo per lunghi periodi e non per un eccezionale breve periodo di un giorno o due. Si arriva fino a 40 giorni continuativi di assedio di un grande caldo che, secondo Snpa, se non si pone rimedio, tenderà a aumentare negli anni, estate dopo estate. Le giornate scottano e non riprendono fiato neanche al calar del sole. Le temperature minime sfiorano le già anomale massime, bollono le notti come notti tropicali. Accade soprattutto nelle città dentro le quali il calore si addensa con particolare accanimento per via della densità di persone che sempre di più le abitano, il tappo sul terreno dell’asfalto, dei parcheggi, del cemento di edifici spalla a spalla senza una requie, senza un giardino, uno spazio verde. Ormai l’equazione città – isole di calore è di dominio comune.
Il caldo alle stelle ha brutte conseguenze secondo Snpa: popolazione sotto stress, aumento dei consumi idrici e energetici che, oltre a rischiare i black out, fanno salire continuamente le bollette, allargando ancora di più, se è possibile, il gap tra chi i soldi per pagarle le ha e chi no. Oltretutto costassero poco, specie in Italia dove il costo dell’energia supera quello dei paesi analoghi in Europa. All’aridità generale che già quest’anno aveva colpito terreni e dei boschi, essendo piovuto poco finora, si aggiunge con i prolungati picchi di calore anche la continua evaporazione provocata dalle temperature bollenti e l’incrocio delle due tendenze coinvolge tutta la natura, avverte ancora Snpa. Aumentando la probabilità di incendi, provocando un forte impatto sugli ecosistemi e un peggioramento della qualità dell’aria. Essendo già in genere l’estate la stagione dell’ ozono, figuriamoci adesso. E l’ozono è dannoso sia per la salute umana che per l’ambiente, provocando nel primo caso danni respiratori anche gravi e nel secondo la riduzione dei raccolti e della crescita delle piante.
Per non dire dell’inumana fatica e del rischio di chi sotto il calore insopportabile deve lavorare tutto il giorno, a tutte le ore anche quelle più incandescenti. Basti la questione, peraltro sollevata pubblicamente dai sindacati, dei rider costretti dall’algoritmo, che altrimenti li cancellerebbe, a scegliere tra il rischio delle corse in bici nell’aria infuocata o la perdita del lavoro: di qua c’è in gioco la vita, di là , la sopravvivenza economica. Come c’è la fatica, ignorata dai più, di muratori, operai, lavoratori della città che devono lavorare sotto qualsiasi sole.
Per molte regioni d’Europa e d’Italia è, quest’ultimo, il periodo di caldo più lungo, duro e intenso mai sperimentato. In questo giugno arroventato, prima di quella considerata la vera estate, l’Oms (quell’organizzazione mondiale della sanità che sta così poco simpatica a Trump) pubblica la seconda edizione della sua guida sul rapporto caldo-salute, sottintendendo che in queste condizioni il caldo sia ormai diventato una minaccia non occasionale ma strutturale, tanto da farci temere cosa accadrà da ora in poi, se già l’ondata arrivata ancora prima del solstizio d’estate il caldo ha travolto le nostre sicurezze. Con temperature anche di 18 – 20 gradi superiori alla media di fine giugno, con record di 43,3 gradi in Francia, dove ci sono state decine di morti, si sono chiuse le scuole, i treni hanno rallentato anche senza bisogno di Salvini, gli agricoltori hanno lavorato di notte, Portogallo e Spagna hanno raggiunto i 42,7 gradi, 41,3 gradi in Germania. Anche nel Regno Unito, abituato a una media di giugno immobile dal 1976 , la “normalità “ si è ribaltata fino a 38 gradi. In Italia l’ultimo lungo week end di giugno, iniziato già assai in anticipo, ha visto ben 18 città con il bollino rosso per caldo, bello scritto e segnalato sui video lungo i confini comunali.
Uno studio pubblicato su Nature Sustainability già ad inizio anno, ancora prima del fronte incandescente di quest’ultimo giugno, e divulgato da Focus, avverte che in meno di trent’anni, se al 2050 si arrivasse a livello globale una crescita di 2 gradi rispetto alle temperature preindustriali – e siamo già a più 2,5 in Europa – il numero di persone che nel mondo vivrebbero in aree colpite da temperature record raddoppierebbe, passando dagli attuali 1,54 miliardi a 3,79, pari al 40% della popolazione stimata per il 2050. Dove? In quasi la metà del mondo. Primi a soffrire, i popoli del Nord che non abituati al caldo e senza infrastrutture per combatterlo, sentirebbero ancora di più il cambiamento.
Attenzione, dunque: è solo l’inizio. Trovandoci già sotto un bollore insopportabile, immagineremmo che ci si dovrebbe battere per una grande operazione di contrasto al climate change. Eppure. Eppure in questo mondo sempre più di fuoco tutti si lamentano del caldo ma perlopiù considerandolo una sfortuna arrivata a casaccio. Sorprendentemente – ma meno strabiliante se riflettiamo sulla sordità dei governi di fronte al pericolo del clima che cambia per opera delle fonti fossili che peraltro sono una fondamentale molla di potere e dominio, al contrario delle assai più democratiche rinnovabili – aumenta il numero di chi si preoccupa di soccombere di fronte al caldo insopportabile ma aumenta anche quello di chi non crede che sia colpa del cambiamento climatico prodotto dai gas serra. Non basta guardare agli USA, vedi anche il poco e contraddittorio darsi da fare di Europa e Italia e, a cascata, le rispettive opinioni pubbliche.
Così nella supposta generale impotenza a correre al rimedio di fronte alla genesi del fenomeno, ci si convince che sia irrimediabile. E le persone di buona volontà iniziano non solo a immaginare la transizione ecologica necessaria, ma anche a proporre intanto precauzioni, rimedi, prevenzione di quello che non sarebbe, ma pare inevitabile. Come dire: se non evitiamo il danno, almeno conteniamolo. Non è un caso che l’ OMS ripubblichi proprio adesso le sue ricette per affrontare il caldo, divulgate dal giornale indipendente Scienza in rete. Ribadendo comunque che si tratta di possibili azioni per limitare il rischio ma che il danno ha ragioni incrociate e profonde: climate change che continua a moltiplicare le ondate, l’inurbamento fino al 75% degli europei che già vivono in città e che si prevede scavalcheranno l’80% nel 2050, le isole di calore dei centri urbani tanto più caldi della campagna, l’invecchiamento della popolazione. Frullando insieme il tutto, avverte l’Oms, le persone fragili travolte dal caldo potrebbero entro il 2050 moltiplicarsi di dieci volte. Evitiamolo, ma visto che ancora non lo si è fatto, nell’immediato facciamo perlomeno qualcosa per ridurre il rischio. Pur conservando l’obiettivo di eliminare le emissioni di gas serra climalteranti prodotti dalle fonti fossili e arrivare a morti di calore zero.
Nelle linee ricette Oms, la prima sorpresa arriva dal rimedio più immediato e semplice, meno costoso dell’aria condizionata: il ventilatore. Non è tutt’oro. Sopra i 35 gradi accendetelo pure, dice l’Oms, ma attenzione ai malati cronici, gli anziani, o chi usa farmaci che alterano la termoregolazione: potrebbe fare più male che bene perché accelera la disidratazione senza raffreddare davvero. Può essere utile a chi è sano se accompagnato da altri accorgimenti come bagnare la pelle. Comunque è un rimedio da ogni tanto e in certe condizioni, non generale.
Va sempre bene passare qualcosa di umido sul corpo e il viso, bisogna bere a piccoli sorsi e frequentemente, anche nelle scuole ogni 30 o 60 minuti, chiudere persiane e tapparelle nelle ore calde e aprire le finestre solo quando fuori è più fresco che dentro. Norme che sembrano banali ma che non tutti usano. Quanto agli anziani, bisogna farli uscire dall’isolamento, seguirli. E, ancora, continuano le prescrizioni OMS, dobbiamo rendere accessibili spazi freschi e climatizzati come potrebbero essere i cosiddetti centri di raffrescamento o rifugi climatici, attrezzare luoghi in cui trovare acqua, stanze fresche negli edifici pubblici e nelle scuole. Basterebbe volere, si esorta, sono interventi che costano poco. Queste le misure individuali per affrontare l’ondata. Di più stabile, consiglia l’Oms, bisogna trasformare le citta’ da murati centri di calore a spazi che facciano posto anche agli alberi, il verde, l’acqua, il vuoto.