Le città di pianura: affascinante mix di cinema e letteratura

La felice novità negli otto David di Donatello al film di Francesco Sossai

La prima immagine è un muro rossastro di un rosso innaturale : è il riflesso  del semaforo al bivio dove è ferma l’auto dei nostri due principali protagonisti.  E  contrasta col bluastro di una notte immutabilmente disperata e senza senso. È una Jaguar, residuo di una golden age del Nord Est Veneto anni 90. È spiegazzata e ansimante come i due proprietari: Doriano e Carlobianchi (tutto attaccato). Sono arrivati ai sessant’anni e cercano sempre “l’ultima bevuta”(che non può essere mai l’ultima, per loro intima estrema mission) e stanno disputando già alticci su un ineffabile “segreto della vita” che carlobianchiragioniere baffuto e lungagnone si è ancora una volta scordato.

Con una semplice pennellata Francesco Sossai, 37enne veneto di Feltre (Belluno)  presenta subito  le sue credenziali di un suo cinema come  Le città di pianura ,  non solo da ‘amici miei’ , ma più complesso , non complicato e cerebrale, a strati sovrapposti con armonia come in una sachertorte doc. E queste caratteristiche  hanno colpito i giurati  dei David che gli hanno attribuito ben otto Donatello (tra cui miglior film, regia, sceneggiatura, a dispetto di candidati di prestigio come Virzì , Martone, Sorrentino, Soldini, Bruni .  Sossai (che ha mangiato pane e cinema fin da bambino alla videoteca del paese vicino) laureato in lettere moderne e cinema alla Sapienza di Roma, a Berlino frequenta il corso di regia della Deutsche Film con maestri come Bela Tarr e Pedro Costa. Per la tesi di laurea realizza il suo primo lungometraggio Altri cannibali , che vince al Festival di Tallin e a quello di Vancouver.  Con un’esperienza e voracità di cinema al di sopra del normale , pur di perseguire la sua passione, ha fatto vari mestieri, tra cui il cameriere e il traslocatore d’appartamenti . Sempre con la stessa voglia acquisitiva del padre che da semplice operaio , già adulto si è reinventato architetto per rispondere professionalmente alla crisi del 2018.

Le città di pianura , dal titolo ironico, ma mirato nelle implicazioni,  ci immette in un film che, a dispetto delle circoscritte radici topografiche regionali e dalla parlata e dai luoghi che toccherà,  ha un’atmosfera da nowhere, accompagnato e inverato dalle ballate veneto-anglo-blues e country , e anche un po’ psichedeliche, che Krano (al secolo Marco Spigariol, trevigiano di Valdobbiadene doc come il celebre vino) ha composto, pervadendo tutto il film di uno spleen malinconicamente delicato, evocanti mondi alla Easy Rider e persino melodie alla Stuart Staples , e le suggestioni del  video col trenino rosso sangue con le facce del cantautore inglese e della sua partner musicale Usa , Lhasa de Sela, nell’intensa splendida  ballata That  Leaving Feeling. Metafora del viaggio nell’America profonda legata alla radici e alla terra, come loro faranno nel Veneto delle Città di Pianura.

Nella loro iniziale peregrinazione dei due antieroi alla ricerca dell’ultima bevuta, un’imprevista chiusura dell’antico covetto/stazione, li fa scorgere, nella disperata ricerca di un’”ombra” qualsiasi, un gruppetto di universitari che festeggiano una loro collega neolaureata. Sono sulla scalinata della Chiesa Votiva di Santa Maria Ausiliatrice , mitico topos a Treviso che fa da sfondo a cerimonie ed eventi anche profani. Agguantato il gruppo, Doriano afferra al volo un bottiglione di rosso che gli offrono e lo trangugia avidamente. La neolaureata è  bellissima e indossa una parrucca nero e blu alla Cleopatra. Vanno tutti ad approfittare di  un gin-tonic a due euro di un locale promo. La Cleopatra , che si chiama Giulia, ammicca a Giulio, timidamente innamorato di lei, imbranato studente napoletano fuori sede a Venezia Mestre. Giulio risponde alla sua Giulietta/ Cleopatra che non può , perché domani ha un esame e deve alzarsi presto , “un altro giorno” magari , e lei gli morde aspide : “un altro giorno è mai”.

Finirebbe così,nella culla (/scalinata) della Chiesa, quest’ embrione d’ attrazione. E invece no. Uno dei due ‘mbriagonì’ , Carlobianchiragioniere , non così inciuchito da non aver colto al volo il balenio pericoloso delle lame in questo scambio , per salvare l’idillio nemmeno ovulato, irrompe nella vita di Giulio , come L’Ulixes/Leopold Bloom  balza in soccorso del suo Telemaco/ Stephen Dedalus , a mal partito nel bordello e nella rissa della Dublino /Little Jerusalem joyciana dei primi ‘900.  E lì che Sossai compie il miracolo cinematografico di trasformare due sfigati brilli e imbolsiti in personaggi letterari. Per puro istinto, per solidarietà maschile, per istinto..paterno (?) -loro che non hanno mai avuto ,né voluto, figli –  Doriano e Carlobianchi sessantenni , seduta stante “adottano” questo ventenne sottile e un po’ spettrale nel suo lungo sformato pastrano nero, zainetto sdrucito, i scarp del tennis, occhiali spessi.  Lui è il magnetico Filippo Scotti, alter ego di Sorrentino ragazzo in È stata la mano di Dioche qui appare come un Barton Fink alla Turturro, allucinato, anche se dai lineamenti più delicati, già quasi come era il disturbato scrittore giovane nel thriller L’orto americano ,2025 di Pupi Avati.

E inizia così l’on the road, da curve vertiginose della Jaguar a rischio sbandata ogni momento, e la zingarata di due sessantenni in cui il giovane cerca ogni volta di sottrarsi e i due come bambini mai cresciuti lo tallonano per invitarlo a “giocare” ancora con loro. Loro sono le cosiddette “leggere”, lui il serioso del terzetto. Eppure lo sguardo di iniziale commiserazione verso i due di Giulio, comincia a soffermarsi un po’ più sui loro discorsi apparentemente deliranti e strascicati, gli occhi si aprono  a uno stupore progressivo, fino a spianarsi nel tempo in un largo sorriso. Ma questo avviene, per bravura del regista e di Filippo Scotti, gradualmente, il personaggio cresce, è credibile.

Ma il bello di questo strambo rapporto padri-figlio è che i due grandi non hanno mai l’aria di erudire il pupo e si fanno stupire dal pupo che comincia ad avere scatti e lampi di iniziativa e creatività, che loro accompagnano sorpresi e soddisfatti. Un primo scatto avviene nel magnifico episodio del Conte che aspetta gli architetti per valutare la vendita della sua proprietà. Scambia Doriano e Carlobianchi – che incantati guardano dal cancello il prato e l’ architettura di Villa Roberti, splendido sito cinquecentesco rinascimentale in stile veneto a Brugine (Padova)- per i professionisti che attende per valutazioni tecniche,  e crea definitivamente l’equivoco andando loro incontro sul prato della Villa. I due, che afferrano al volo quella che chiamano “la divina provvidenza”, entrano nella parte chiedendo subito al Conte (un  barbuto Denis Fasolo,  50enne valente attore di teatro e cinema cult) qualcosa di forte per schiarirsi la gola, tipo vodka o grappa. E lui gli dice che può offrirgli di meglio. Sono ora nel salotto  seduti sul divano ,mentre il Conte shakera una meravigliosa miscela bianca di champagne, martini  gin e lime. E disserta sull’”eresia” di un suo ospite che avrebbe azzardato suggerirgli una correzione “con ben otto gocce di pernod!”.  Doriano non coglie queste finezze e si porta alla bocca la coppa del cocktail e sugge estasiato fino all’ultima goccia.

Lo “scatto” di Giulio, arriva ora , ed entra in parte in un momento critico del discorso che il Conte aveva iniziato a fare sul “territorio”. Che  aveva sostituito la vera e propria “terra”,  sradicandola nella mega macchina produttiva non solo come lessico, ma sostanzialmente immaginando l’evoluzione cementificatrice per cui il veneto diventerà un guscio vuoto , e il patrimonio artistico e l’identità dei luoghi e dei borghi verrà mangiato da una rete infinita di infrastrutture e capannoni ( compresa  la fabulata inesistente autostrada Treviso-Udine- Budapest).  “Distruggeranno tutto. Non rimarrà più nulla di questa regione. Solo un’enorme infrastruttura, solo modi di muoversi da un posto all’altro. Ma nessun luogo dove andare”.  Qui Giulio alza il livello del discorso e conferisce una valenza culturale al terzetto di picari – di cui si sente ora membro –  col concetto che la Villa del Conte “ è ovviamente vincolata al Catasto come Bene Culturale”.

 Eppoi , mentre il Conte e Carlobianchiragioniere si appartano per risolvere in natura di svelti scambi omosessuali l’argent de poche, sempre Giulio, di fronte a un Capriccio del Veronese presente nella Villa,  osserva come esso rappresenti “un paesaggio puramente immaginario e irreale ( una montagna delle Alpi Euganee che sorge sulla Laguna)”, e diventa metafora di tutto il discorso che ruota attorno al senso profondo del film.

Tra una bevuta e l’altra , i due esprimono  lievemente enunciati di spessore, senza intellettualismi, e verbosità di dialoghi francesizzanti, come quello di carlobianchi sul salame che gustano ora e il saggio decrescente dell’utilità marginale . È molto interessante cogliere il particolare lavoro nella sceneggiatura e nei dialoghi curati a quattro mani da Sossai e dal 42nne Adriano Candiago di Pordenone , specializzato nel cinema d’animazione. E ti accorgi come questi lampi di illuminazione scorrono via compatti e agilmente connessi  e interagiscono con la natura di un apparentemente-mono-alcoolico trip, che non diventa egemone però  e , col tappeto musicale delle musiche di Krano,  costituisce  un viaggio di formazione anche per Il futuro architetto Giulio; che intanto comincia provare l’ebbrezza delle “ombre” nel dolce “andar per cicchetti” , mentre le ballate  anglovenete ci evocano lo spleen di questo vagolare. Giulio cresce , senza maestri, ma con beoni sessantenni che gli insegnano “a giocare” e un modo più lieve di vivere.  

E impara da loro anche a ballare, divenendo meno ingessato; e infine lo guidano alla sapiente prostituta nave-scuola , aspettandolo in macchina silenziosi e pazienti . In questo sono apparentemente l’esatto opposto del Leopold Blum di Joyce che salva Dedalus dal bordello, ma il loro ruolo di “adozione” è comunque lo stesso genitoriale di Bloom con Stephen. Il giovane sensibile e inquieto Giulio ora può spiccare il volo. Ora ha imparato anche a smadonnare e cantare in coro, a bluffare, a ballare usando il corpo come arma di seduzione , mentre la sera del mancato appuntamento con Giulia era come ingessato e inetto : ora è più consapevole della sua sensualità grazie anche alla  nave-scuola provvidenziale della Circe che i due compagni di cicchetti gli hanno regalato. 

E può alla fine di questa seconda giornata avere il coraggio e  la determinazione di telefonare alla ragazza e di darle appuntamento perentorio alla stazione di Mestre con lei che verrà col treno da Verona ( Guardacaso, Giulietta).Non balbetta più, ma anticipa con ironia , la di lei sentenza tranchant “un’altra volta è mai”, ,capovolgendola con giovanile acquisita iniziativa virile. I due l’accompagnano accudenti e partecipi fino al treno per Mestre dove aspetterà la sua Giulietta arrivare da Verona. La bellezza di questa scena è che non c’è niente di patetico e grottesco: Giulio è il loro Telemaco e loro i suoi Ulysses. Mentre Krano li avvolge con le sue delicate ballate. Carlobianchiragioniere l’accompagna fino a che il finestrino automatico non si chiude nel suo labiale muto d’ una raccomandazione appassionata che si immagina da caserma machista. L’altra qualità di questo film è che non si prende mai troppo sul serio , e non declama e veleggia tra pause e silenzi intervallati da (presunte) frasi filosofiche  o letterarie , come sentenze nel vuoto.

Il famoso concetto chiamato all’inizio “il segreto della vita” e che Carlobianchi non ricorda già dall’inizio, non viene svelato , ma spiaccicato sul selciato dell’autostrada come il cono gelato troppo caricato di fior di latte e zuccheri vari, che Doriano  getta via disgustato ( La terra desolata di Eliot). In realtà il film , scherzando e ridendo, diventa l’opposto della voracità di beoni da osteria che sembrerebbero bere qualsiasi cosa sa di alcol. Invece i due fin dall’inizio ,  di fronte alla decina di birrette  che hanno già decapitato , si accorgono che qualcosa in bocca non va, e scoprono “liberati” che quelle erano ”schifose” birre analcoliche, le sole consentite dopo una certa ora notturna allo spaccio sull’autostrada. Le disquisizioni sul gusto continuano nel locale dove un gruppo di zitelle celebra fellinianamente  l’addio al celibato , e sempre Doriano assaggia questi cocktail di gamberi in salsa rosa che gli fa risalire proustianamente il sentore di quelli mitici degli anni ’90 :  per concludere  con Carlobianchi, malinconicamente , che ora lasciano un che di stucchevole e allappante, e che lo stesso concetto di cocktail di gamberi “è in sé una boiata pazzesca”, ormai demodé, piacevole nel ricordo, ma frustrante al palato.

Il Gusto, che qui passeggia senza pretese con lampi culturali, ritorna tra i due compari, già col salame sull’utilità marginale, e poi  nell’indurre Giulio a “ sfondarsi con loro di polenta e lumache”, coltivato più volte come ossessione-ricordo mitico dei loro anni giovanili . Giulio, a un certo punto , nel suo particolare percorso di formazione, si suggestiona a tal punto al racconto mitico e biascicato dei due sul loro compare Genio – che partì un  giorno per l’Argentina in cerca di fortuna ed è appena ritornato-  che Sossai per due inquadrature sovrappone Giulio al Genio (un carismatico corpulento e arrancante Andrea Pennacchi, che  stampa in pochi tratti di sguardi sperduti e pieghe amare della bocca,  un indelebile loser)  E’ una sovrapposizione consapevolmente naif e fuori dal tempo con Giulio con  gli stessi abiti di Genio alla partenza per nave in Argentina,  e con quelli di questi anche da  invecchiato, che  chiaramente abbattuto, tira stancamente fuori dal bagagliaio della sue vecchia Renault la valigia del suo evidentemente fallimento. Ma Giulio rimane sempre giovane , ha compiuto in un attimo infinito  , nell’identificazione fattagli da Sossai , un “viaggio” che lo ha fatto rimanere indenne , nel fuoco del tempo perduto di Genio , come una salamandra. Naif , ma sintesi perfetta, che evoca bene il momento e il suo senso.

Alla fine Giulio fornisce ancora la sua valenza di architetto già attento, al termine del viaggio del terzetto  di fronte all’incanto del celebre Memoriale Brion costruito dal grande architetto Carlo Scarpa,  a San Vito, frazione di Altivole (Treviso), concepito non come tomba, ma  “continua elaborazione del lutto”, pieno di suggestioni giapponesi, zen e buddiste . Forse qui c’è un po’ troppo di eccessivamente didascalico, nella voglia impetuosa di manifestare un cinema intriso di un modo altro di narrare spaesamento,  letteratura e grande tradizione di commedia,  in un tono che superi le pesantezze e banalità  fellineggianti  degli ultimi Sorrentino e Guadagnino. E comunque il cinema di Sossai e del suo cosceneggiare Candiago, dimostra che non c’è bisogno di eroi o di citazioni stantie per fare una narrazione felice e snella con valenze letterarie.

E che i David di Donatello sono andati non solo ai due citati autori per script , regia e film, non solo alle musiche di Krano, e alla fotografia di Massimiliano Kuiveller, degno nipote del celebre direttore della fotografia Luigi Kuiveller (1927- 2013). Ma appunto , in  questo film di antieroi, sono giustamente premiati  anche i due  personaggi vividi e potentissimi,  nei loro primi piani volutamente sghembi . Uno è il Carlobianchi del  baffuto lungagnone Sergio Romano che merita il premio al miglior attore , alla pari del Doriano tracagnotto  Pierpaolo Capovilla. Che per la sua trentennale presenza sulla scena culturale e autoriale in musica e imprese teatrali, fu addirittura nominato da L’Espresso “uomo dell’anno 2011”. Qui Capovilla ha bisogno di pochi tocchi e parole per esprimere e svolgere il suo indimenticabile personaggio spiegazzato, come quando all’ultimo  risponde serafico alla domanda provocatoria di un anziano del luogo : “ Ma voi due non crescerete mai?”:                         “Eh, oramai sem tropo veci per crescer!…”.

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