E poi venne Paola Cortellesi. Anche lei, come altre cose e persone, stava arrivando e non ce ne eravamo nemmeno accorti. Ad oggi 35 milioni di incasso. Superati anche La vita è bella, il Ciclone, 5° film per incasso di produzione italiana , e 9° tra tutti gli incassi di film anche stranieri proiettati da sempre in Italia. Anche le corazzate major americane della stagione sorpassate ( Barbie ( 34 ml) , Oppenheimer (27 ml.) .
E oltretutto una risposta molto eloquente a chi pensa che l’intelligenza artificiale possa sostituirsi –al di là delle sue molteplici applicazioni nella scienza e nella tecnica – anche al cuore di ingegno e fantasia di una produzione artistica come questo film , che si impone sommessamente, senza effetti speciali, né battage, né strategie di marketing logaritmiche, né grandi star internazionali. E pensandoci bene, vale anche per la letteratura. Pensiamo a Il Nome della Rosa. Sono passati 44 anni da quel 1980. Ma chi pensava che il pur eruditissimo semiologo Umberto Eco, rispolverasse la sua vecchia tesi di filosofia anni 50 e ne facesse un’opera geniale di dimensione planetaria (50 milioni di copie) , un racconto che è un thriller avvincente, ma dai contenuti e riferimenti coltissimi ? Un giallo che non rinuncia mai ai suoi rimandi alti ? Che razza marketing , anche lì, c’era dietro? Non certo L’A.I. ancora sconosciuta. Che staff di persuasori occulti presiedevano la pur gloriosa editrice Bompiani? Macché. Il professore di Cuneo era l’unico editor di se stesso e non immaginava neppure lontanamente da essere travolto da questo successo.
E così per Cortellesi. Nemmeno come “opera dai incontestati contenuti culturali” il film era passato, e la commissione dei Beni culturali che pur vedevano a capo il ministro dem Franceschini , e non uno per cui Dante era un uomo di destra , l’aveva bocciata. La stessa RAI, a differenza dell’operazione fatta con La Storia , o con L’amica geniale di Elena Ferrante non si era certo impegnata in risorse e battage.
Cortellesi si è costruita così nel tempo un’idea di cinema che voleva esprimere, e a cui da tempo meditava , forse già da un ventennio, attingendo anche ai suoi ricordi d’infanzia. Il sodalizio col regista Riccardo Milani, che è divenuto da vent’anni , convivenza, poi matrimonio e coronato da una figlia ( Laura, 11 anni il 24 di gennaio, cui a dedicato il film) ha senz’altro influito.
Se si va a ben vedere questo lavoro in realtà, indipendentemente dalla volontà cosciente degli autori, si presenta come una continua sfida a vari sensi comuni sugli ingredienti e i fattori che determinano un successo cinematografico in questo caso in termini sia di critica che di pubblico.
A iniziare dal tipo di formato: un bianco e nero che, seppur sapientemente elaborato dagli addetti alla fotografia e alla post-produzione, appare per il profano una scelta si serie B, che già allontana di primo acchito gli spettatori; l’argomento “ femminicidio e patriarcato” poi è diventato di tragica attualità in modo esponenziale solo dopo l’omicidio di Giulia Cecchetin, dopo 12 giorni in cui era uscito il film, scritto e girato almeno un anno prima. Così come era presentata l’opera era ascrivibile a una storia alla Anna Magnani, nell’ambientazione e nelle vicende tali da non essere riconosciuta d’attualità né di particolare spessore culturale; il cast pur essendo quotato da Valerio Mastrandrea e Paola Cortellesi (non star di prima grandezza) e pur con la dimostrata a posteriori la perfetta aderenza al ruolo di Emanuela Fanelli, Giorgio Colangeli, Virginio Marchioni , Francesco Centorame, Romana Maggiore Vergano, non era certo particolarmente attrattivo e riconoscibilissimo. Ma il film sprigiona una straordinaria malia che avvolge lo spettatore sia riflessivo che l’uomo della strada. Il passa parola è diventato così una marea inarrestabile . E mentre scriviamo queste note, in tutta Italia ci sono ancora file di pubblico che si affollano. Che è successo? Non siamo ai cinepanettoni , né a Checco Zalone , né al Benigni trionfante di Jonny Stecchino e de La vita è bella, né al Ciclone, né al primo Verdone.
In questa pellicola non c’è molto da ridere, anche se qua e là certe scene ti strappano il comico improvviso, attraverso la sorvegliata sofisticata ironia di Cortellesi e delle situazioni che crea: irresistibile la vecchia sconosciuta al funerale del padre del marito . “Ma questa chi è?”, si domandano Paola e Fanelli. O nelle scene del pranzo “ per unire “ le due famiglie dei futuri sposi . Ma lì è già una comicità agrodolce, anzi cattivissima in più punti.
Certo Cortellesi – che alla Luiss tre giorni fa dichiarava lei stessa che il film poteva sembrare “sulla carta un mattone, e pure in bianco e nero. E invece…” lo fa diventare un affascinante film.
Dentro a una cornice di un’ambientazione sciatta e dimessa, come quelle di un quartiere popolare di Roma del 1946 , dai muri sbrecciati, dalla rovine evidente, come la miseria ( i soldati danno ancora cioccolata per strada ) , Paola dà vita una storia che ha venature da thriller, e persino cenni d’horror. La violenza verso la donna, spiattellataci alla prima scena del film con lo schiaffo mattutino che le rifila il marito Ivano come buongiorno sul letto al primo risveglio, è un primo schiaffo a noi tutti, uomini e donne . Ma Cortellesi lo sublima, non atteggiandosi a una logica presumibile smorfia di dolore e offesa, ma esprimendo solo la sorpresa, e un rivolo d’ironia nello sguardo e nella piccola bocca.
A mio parere qui sta il capolavoro di Cortellesi che cuce tutto il film. Ci mette la sua faccia, ma nel senso che è sempre se stessa, con la sua sottile ironia, con cui ha costruito da quasi trent’anni, senza mai stuprarli, i suoi personaggi: dalle improbabili argentine di Macao alla magnifica coatta di Come un gatto in tangenziale fino a Gli ultimi saranno ultimi ( 2015) in cui il suo personaggio arriva quasi a lasciarsi morire e non c’è proprio nulla da ridere , in questa storia di moderna emarginazione. Era anche già passata a impersonare per la tv Maria Montessori (2007) e già aveva fatto capire che aveva le corde per potere fare sul serio. E’ stata recentemente la intensa detective Petra ( serie tv 2020 – in corso).
Cortellesi è indubbiamente una bella donna: castana, alta, slanciata, e sarebbe anche una grande cantante, a detta di una che se ne intende, come Mina. Ma si contiene, non sbraca mai, non si atteggia. Scorrendo i suoi lineamenti delicati , occhi di velluto e bocca piccola (l’opposto delle labbra a canotto in voga ), si fatica a capire dove ha tratto fin lì la vis comica che l’ ha contraddistinta. Eppure non è mai parsa fatalona, neppure quando una quindicina d’anni orsono ha dovuto fare assieme all’ altra splendida semi-coetanea Anna Foglietta, una coppia di fantastiche, vitalissime, peripatetiche, in guepière in Nessuno mi può giudicare (2011): e quanto a gambe lunghe e affusolate era una bella gara tra le due.
Forse se riandiamo ai suoi primi 30- 35 anni, le guance leggermente più paffute , si sposavano al suo brillio di sguardo e a una particolare mobilità del viso e una capacità di tempi comici nelle battute interpretate come rasoiate sibilate. Che per effetto-sottrazione moltiplicavano l’ effetto esilarante. Ma ora in ‘C’è ancora domani’ non ha dovuto svilire queste caratteristiche. Anzi. Il bel viso sempre luminoso ed espressivo, anche se più scavato, l’ha messo al servizio del cinema para-neo-realista che voleva realizzare. Un film potentissimo in molti sensi. Ha modulato anche il suo modo di camminare con quello delle donne di 78 anni fa, fatto di passetti un po’ costipati , rispetto alla sua falcata da sana ragazzona nata ai primi anni ’70. E lo ha fatto con un altro colpo di genio, incedendo a quel modo, con la sua borsa della spesa, ma al ralenti, per le strade di Roma alla terza sequenza del film, e solo allora arrivano i titoli di testa , con il blues power di “Calvin” dei Jon Spencer Blues Explosion. Che connotano fin da subito , di un mood moderno e attualissimo , pieno di energia nascosta, quella che sembrava una tetra rassegnata epopea d’ un casalinga disperata alla Sophia Loren in ciabatte e vestaglina di Una giornata particolare, che si svolge un decennio prima.
Le battute escono lo stesso, sommesse e sibilanti, e come interlocutrice c’è qui una sempre più grande calibrata Emanuela Fanelli , altra finta comica-drammatica (tra Una pezza di Lundini e Siccità di Virzì). Cortellesi riempie a volte lo schermo con primi piani, ma non è una star che si mangia tutto il film, ma una sorella che si mischia fin dall’inizio con la sorte dei suoi personaggi femminili e a tutte le donne che compaiono durante il film e nella coralità delle ultime scene.
A volte la violenza viene sublimata col paso doble assieme a Mastrandrea (marito) e , per mostrare la tenace incoercibile resistenza di Delia, non ha bisogno di urlare o avere reazioni eclatanti. Si fa passare un velo di tristezza, la piega amara della bocca, ma lo sguardo è sempre scintillante. La colonna sonora ha senza dubbio qui una funzione importantissima e diventa delicata nella scena tra Marchioni e Delia nel M’innamoro davvero di Concato (ma i denti dei due nel b/n sono sporchi di cioccolato ( regalato dal soldato americano) è l’effetto attenua volutamente la potenziale melassa della scena. Mentre in quella in cui Dalla canta La notte dei miracoli , vira all’epico, struggente e aderentissima al testo della canzone.
Abbiamo accennato al fatto che il film è uscito al Festival di Roma a fine ottobre e che l’omicidio di Giulia Cecchettin , verificato ufficialmente 12 giorni dopo, ha inciso in modo sensibile. Vista la risonanza non ancora svanita. Ma non basta a definire l’onda lunga di questo lavoro che ancora continua. E che vede molte donne, ma anche tantissimi maschi , e tutte le generazioni , dalle più giovani alle più anziane, parteciparvi. E oggi più che mai, si può dire che questo film ha interpretato lo Zeit Geist / Lo spirito del tempo. Quali altri componenti di questo Zeitgeist avrà intercettato, lo si potrebbe iniziare ad evidenziare solo con un campione importante, e con interviste sul campo, semi-strutturate. Non con sondaggi. Già all’uscita del film. Ma non sarebbe sufficiente, nemmeno come exit pool. Il resto è fuffa. Il film rimane comunque una magnifica prova , innovativa oltretutto opera prima, e spariglia e spariglierà nel tempo molte carte, nella critica, nel gusto del pubblico, e nel coraggio di osare tra gli autori e produttori del cinema nostrano e anche internazionale.