La ricostruzione di un territorio distrutto dalla guerra, in seguito a massicci bombardamenti, crea una serie di incognite che pesano sulla ricostruzione. Un problema grandissimo, che purtroppo è anche molto concreto, e riguarda tutte le guerre; nell’immediato, non possiamo fare a meno di riportare alla mente immagini che abbiamo tutti negli occhi, come la devastazione di Gaza e anche certe immagini della guerra russo-ucraina. Il primo pensiero va ovviamente alle perdite umane, ai civili che si sono trovati spesso in condizioni disumane di vita, alle conseguenze di , diciamo così, primo impatto che hanno divelto esistenze, stroncato destini, massacrato territori. Un primo impatto, quello delle vittime primarie e secondarie, racchiudendo in quest’ultimo concetto i mutilati, i disabili, i feriti per sempre nella psiche, gli scampati, persino i soldati traumatizzati da ciò che hanno visto o loro stesso commesso, che si possono chiamare da “codice rosso”. Ma c’è qualcos’altro da valutare, qualcosa di silente e nello stesso tempo pervasivo, un cancro che rischia di avvelenare la terra, l’acqua, l’aria dove si dovrebbe attuare la rinascita dell’umanità. Qualcosa di strisciante e venefico, che senza fretta potrebbe pretendere un altro carico di vite meno spettacolare, ma sempre efferato: sono le ferite arrecate all’ecosistema, a tutto ciò che permette la vita, alle sue matrici stesse: aria, acqua, suolo. .
Per capire almeno nelle sue linee generali a cosa si trovi di fronte una comunità che debba affrontare un dopoguerra, abbiamo interpellato Andrea Minutolo, esperto scientifico nazionale di Legambiente.
“Intanto, è necessario prendere in considerazione le tre matrici basilari dell’ambiente, ovvero aria, acqua, e suolo. L’analisi che potremo tentare infatti sarà forzatamente generica, in quanto per una analisi puntuale bisognerebbe avere i dati precisi del tipo di armi che sono state usate, se sono state utilizzate armi chimiche, della natura dei bombardamenti, dello stato delle infrastrutture prima e dopo, e di altri parametri che riguardino i casi specifici e siano oggettivi e trasparenti. Ma è già possibile dare una valutazione generale”.
Qual è la matrice da cui partiamo?
“L’aria è una delle matrici che viene più immediatamente stressata dai bombardamenti che costituiscono la fase distruttiva dell’azione bellica, con crolli, devastazioni di interi edifici e conseguente sollevamento di polveri dovute alle macerie. Si tratta di polveri sottili, le stesse che sono causa di insorgenze patologiche significative nel medio lungo periodo, senza dimenticare che spesso, come siamo pieni noi in Italia di amianto, nelle zone in cui scoppiano i conflitti questo materiale è altrettanto presente. Questo farebbe pensare che nei territori investiti dai bombardamenti continui, oltre alle polveri prodotte dalle deflagrazioni e continuamente risollevate, al di là delle patologie acute respiratorie immediate, l’esposizione alle fibre di amianto possa essere massiccia per la popolazione. Questa attenzione particolare all’amianto si spiega col ruolo sovrano che questo materiale ha avuto nel secolo scorso per edifici e infrastrutture, dai cassoni dell’acqua alle tubazioni, ai pavimenti, ai tetti, e via discorrendo. E anche per la stretta connessione fra patologie mortali e inalazione della polvere di amianto, per cui ancora si continua a morire”.
Insomma, i bombardamenti continui trasformerebbero le città in una specie di grandi serre ricche di polveri, amianto, e ragionevolmente, altri materiali inquinanti diffusi nell’aria?
“E’ del tutto ragionevole dire che nelle macerie sempre rinnovate da ulteriori deflagrazioni si annidino questi inquinanti che non danno effetti acuti nell’immediato, dal momento che sia nel caso dell’amianto che dell’inquinamento atmosferico si tratta di insorgenze che si manifestano di più con l’esposizione prolungata. Ma è evidente che fra durata della guerra e tempo che occorre per ricostruire, mettere in sicurezza e bonificare il territori, la popolazione civile può essere esposta a un silenzioso e strisciante pericolo che potrà tradursi in diffuse patologie sanitarie a medio e lungo termine. Un altro passo, dopo queste prime, immediate riflessioni, riguarda l’acqua”.
Acqua in zone di guerra, ovvero scarsità e inquinamento?
“E’ evidente che in una zona di guerra soggetta a bombardamenti continui, la questione del razionamento dell’acqua diventa immediatamente uno strumento di ricatto geopolitico. Ma a parte ciò, i bombardamenti, le polveri, le macerie, fanno sì che le acque superficiali siano interessate da ovvi problemi di torbidità, nei cassoni di raccolta, in tutto ciò che viene a contatto con i bombardamenti e le loro conseguenze. Banalmente, il primo dato è il peggioramento della qualità dell’acqua partendo dalla torbidità . Al di là di questo, i bombardamenti e le azioni mirate che potrebbero aver colpito obiettivi sensibili come cisterne legate ad esempio a solventi chimici, carburanti, a eventuali riserve di qualsiasi tipo di contaminanti chimici che, oltre alle esplosioni e al rilascio in atmosfera di inquinanti gassosi, ricadono sulle altri matrici, sia acqua che suolo. Pensiamo banalmente all’esplosione di una fabbrica in tempo di pace, alle diossine prodotte dalla combustione ad esempio di plastiche e altre componenti, che vanno a contaminare contemporaneamente aria, acqua e suolo. Anche nel caso di contaminazione dell’acqua, che in un primo tempo potrebbe riguardare acque superficiali, la contaminazione delle falde sotterranee potrebbe essere lenta, silenziosa e perciò ancora più pericolosa. Ovviamente, le caratteristiche geofisiche della regione interessata dalla guerra sono fondamentali per capire lo sviluppo di questo tipo di contaminazioni, la loro velocità, il loro impatto”.
La questione della contaminazione delle tre matrici, aria-acqua-suolo, ha un carattere strettamente interdipendente?
“Senz’altro, come emerge anche dagli esempi fatti. La contaminazione del suolo dovuta al rilascio incontrollato, come è normale in zone di guerra, di solventi chimici, idrocarburi, materiali di cui sono costituite le armi utilizzate, proiettili e altro, sostanze che rimangono nel tempo legati al suolo, creano un doppio problema. Il primo, l’infiltrazione nelle falde sottostanti , magari in siti superficiali come i pozzi aperti a poche decine di metri di profondità, situazioni possibili in particolare in zone ancora rurali o non pienamente incluse nell’uso di tecnologie sofisticate (come a volte sono gli scenari di guerra), scenario che crea un problema più o meno immediato; il secondo problema, è quello di un’eventuale coltivazione, magari in seno a una rinascita da dopoguerra, di quel suolo e l’utilizzo di acque contaminate per l’agricoltura. Col conseguente rischio che la contaminazione possa entrare, per via acqua e suolo, tramite cibo, nella catena alimentare”.
Insomma, una specie di boomerang che colpisce anche dopo anni?
“Dapprima ci si preoccupa della guerra nella fase acuta, ed è giusto. Bombardamenti e battaglie che comportano morti, feriti, mutilati, tutto l’orrendo corredo della guerra in fase attiva. Ora, in una sperata fase di tenuta della tregua, e non possiamo non pensare a Gaza, sarebbe necessario passare dalla “fase rossa” a quella “gialla”, tentando da subito di monitorare situazioni di non immediata percezione che potrebbero far tornare “codici rossi” fra cinque, dieci, quindici, vent’anni. Tutte queste contaminazioni sono il motore di innesco di cancro, asbestosi, patologie varie, tutto l’impatto sanitario latente che si può manifestare nei decenni a venire a carico di chi ha vissuto esposto a questi contaminanti. E’ un po’ la stessa situazione in cui si sono trovati i lavoratori dei primi anni del ‘900, in mancanza di attenzione ambientale, esposti a polvere, amianto, sostanze chimiche, mentre le popolazioni convivevano in zone contaminate con tassi di inquinamento pericolosi , che hanno prodotto evidenze epidemiologiche di specifiche patologie mortali agganciate ai territori industriali contaminati. Tutte evidenze che emergono anche dopo cinquant’anni dalla contaminazione di suolo, acqua, aria, nelle comunità che vivono in quelle aree. I monitoraggi preventivi delle matrici potrebbero evitare che nella ricostruzione si vada a mettere le basi per pericolose conseguenze di salute pubblica sulla popolazione. In questo senso, l’esperienza occidentale potrebbe essere utile. Naturalmente, al netto delle specificità dei territori di guerra considerati”.
Quanto potrebbero essere costose questo tipo di operazioni?
“E’ difficile quantificare l’ampiezza di risorse da impiegare, anche perché, torno a sottolineare, lo sguardo che abbiamo evidenziato tiene conto dei generici effetti contaminanti dovuti a un conflitto teorico di cui non abbiamo le specificità. Tuttavia, per fare un calcolo approssimativo, ricorriamo alla nostra esperienza italiana sui siti contaminati. In Italia esistono 40 siti di interesse nazionale da bonificare, che hanno qualcosa come 150mila ettari perimetrati contaminati, e le stime parlano di 30 miliardi per le bonifiche. E’ vero che sono siti su cui la contaminazione è stata continua per decenni. Per capirci, in zone di guerra a forte impatto inquinante come Gaza, o certe aree dell’Ucraina, si parla senz’altro di miliardi, per bonificare e ricostruire. Il messaggio, rispetto a Gaza, è: adesso che si sta avviando una fase due di una tregua che tutti speriamo che regga, all’interno del ragionamento su come si ricostruirà, trascurare i parametri ambientali per ragioni di velocità sarebbe un errore che si scaricherà sulla popolazione del domani. La ricostruzione deve preoccuparsi della salute collettiva. Salute e ricostruzione in chiave ambientale devono essere messe a sistema, anche perché se non si fa, ciò che si sottovaluta o si ignora oggi si riaffaccerà domani”. E sarà ancora più difficile (e costoso) fronteggiarlo.