“La globalizzazione incompiuta ha prodotto nuove disuguaglianze”

Ignazio Visco: “Il rimedio è la cooperazione non il protezionismo”
Il governatore onorario di Bankitalia Ignazio Visco

Guai alle disuguaglianze. Che adesso trionfano ma che costituiscono la rovina economica e politica di questo mondo e di questa Europa. Ecco: le diseguaglianze sono il problema principale della globalizzazione incompiuta, secondo l’economista, banchiere, ex governatore (due mandati dal 2011-2023 dopo cinque anni di direttore dell’economia all’Ocse) e adesso governatore onorario della Banca d’Italia, Ignazio Visco. “Disuguaglianze all’interno dei singoli paesi e tra i vari paesi”, precisa. Quelle, spiega, che mettono in crisi la globalizzazione di cui tanto si è parlato ma che lui sottolinea come non conclusa. Eppure non bisogna rinunciare perché la globalizzazione è utile: “La globalizzazione è in crisi ma non è finita perché molte interdipendenze tra aree economiche diverse sono ancora forti nonostante i dazi Usa e l’attuale crisi geopolitica” . 

 Le interdipendenze, continua Visco, “hanno un valenza anche economica non piccola e dunque non dobbiamo rinunciarci”. Dobbiamo, anzi, lavorare per riaffermarle e rilanciare un processo restato al palo perché “ha generato molte cose utili ma anche tutte le disuguaglianze da cui sono immediatamente derivati un protezionismo sempre più forte, le aeree che si chiudono, i blocchi che si contrappongono”. 

Il rimedio è solo la cooperazione. “Il protezionismo Usa non è un’invenzione di Trump, è iniziato dopo il 2008 e oggi il mondo deve fare i conti con una crisi della globalizzazione dalla quale si può uscire solo attraverso la cooperazione”, afferma con energia Visco partecipando a uno dei “Colloqui dell’economia” organizzati dalla Camera di commercio di Firenze, dove è stato intervistato, a partire dal suo recente libro, “La crisi della globalizzazione”, dal caporedattore de Il Sole 24 ore, Carlo Marroni, dopo essere stato introdotto dal presidente dell’ente, Massimo Manetti, e dalla relazione del segretario generale della Cciaa fiorentina Giuseppe Salvini sullo stato dell’economia territoriale.

Rinunciamo? No: “Ciononostante è importante mantenere un’interazione che dà benessere e che ha creato molti vantaggi”. Misurandosi però con il fatto che quella globalizzazione vagheggiata e mai interamente realizzata “ha prodotto anche molti effetti negativi assai difficili da mettere a posto: in cima a tutto, le disuguaglianze all’interno dei paesi e tra paesi. Da cui sono nate le chiusure nazionaliste illudendosi che i benefici degli uni siano gli svantaggi di altri, ma non è così che funziona. Al contrario,  bisogna crescere tutti insieme riducendo le distanze”.

La fine della storia. Era quella cui si pensava negli anni ‘90. Una storia di blocchi e divisioni. Ma non è andata così. Visco spiega “il fallimento di quella che noi, alla fine degli anni ‘90, chiamavamo la fine della storia”. Ovvero una storia che si supponeva sarebbe stata definitivamente chiusa dall’effetto valanga per cui, dopo il muro di Berlino, ne sarebbero caduti altri ancora più estesi. “Una convinzione che ha fallito – dice Visco – Dicevamo la fine della storia pensando che tutti, comprese Cina e Russia, sarebbero andati in qualche modo nella direzione delle liberal democrazie occidentali. Pensavamo che i paesi si sarebbero aperti, parlavamo di villaggio globale. Non è andata così e non ci sono state né la fine della distanza e neanche l’apertura totale che immaginavamo, cioè l’interdipendenza di merci, persone, conoscenze”. Al contrario, la speranza si è rovesciata in pratica nel suo contrario e “il problema più grosso oggi è la fine della  cooperazione da paesi. C’e’ stata una caduta straordinaria di questa cooperazione, va recuperata”.

Il fatto non è che non si siano fatti passi in avanti dopo “la fine della storia” . Ma che “non sono stati ugualmente redistribuiti”. E ora cosa fare? Difficile dirlo, anche “perché si pensa sempre che i governatori della Banca d’Italia sappiano tutto, ma non è  così “, scherza Visco. Che può fare, ragiona l’ex governatore, un’Europa unita di nome ma in realtà “così frammentata a livello politico da non riuscire a avere un potere, un ruolo internazionale consono alle sue dimensioni  e al suo mercato”? . Qualche luce Visco la intravede: “ In realtà in questo momento una buona risposta sul piano commerciale l’Europa la sta dando tramite accordi come quello con l’India o il Mercosur per cui in prospettiva ci saranno aree di interazione molto importanti e vantaggi per il commercio internazionale ”. Ma si finisce qui. Per il resto, buio. Visco è netto: “Dal punto di vista politico non abbiamo potere, ma siamo dipendenti, molto dipendenti,  sia dal punto di vista militare che energetico e tecnologico”.

Alcuni punti sull’Europa e l’Italia. Per esempio dal punto di vista energetico che è centrale, ricorda Visco, i problemi sono ingenti, non solo per l’aumento dei prezzi ma anche, in prospettiva, per il rischio di riduzione delle risorse necessarie. Per di più, i 14 miliardi concessi all’ Italia dall’Europa per attenuare lo shock energetico saranno un’occasione solo se verranno tradotti in misure orientate “non erga omnes ma solo verso le persone che hanno bisogno e le imprese in difficoltà”. E, ancora, sono risorse, quelle europee, che “devono essere non solo essere temporanee ma soprattutto dirette verso l’uscita dalle fonti fossili e l’aumento delle fonti rinnovabili”. E qui sorge il problema, fondamentale secondo il governatore, che la via seria e decisa verso le rinnovabili non può essere immediata ma chiede tempo. In più si protesta che attrezzarsi e prendere provvedimenti  costa. “Ma molto meno di quanto costino i danni dell’inquinamento e dei gas climalteranti. Me lo ha insegnato bene l’esperienza di capo dell’economia all’Ocse”.  Quanto ai necessari tempi lunghi, purtroppo “la politica, come diceva Padova Schioppa, ha la veduta corta”. Non necessariamente per cecità ma perché “la politica non ragiona a lungo termine ma solo nel breve tempo che è  quello che serve a vincere le elezioni”, avvisa il governatore onorario .

 Ma c’è di più. “La crescita dell’economia non dipende esclusivamente dalla questione dell’energia. E’ problema che riguarda anche la politica e l’impresa. “Noi abbiamo un sistema di piccole – piccolissime imprese che, al contrario della Germania,  sono ben flessibili”. Questo però è l’unico vantaggio che non riesce a ovviare a quello che è il grande svantaggio di un’economia italiana “ancora antica” che proprio per questa mini dimensione delle sue imprese “non riesce a incorporare le innovazioni straordinarie del momento che ci offrono grandi tecnologie. E’ vero che ci sono da noi anche grandi competenze ma bisognerebbe valorizzarle e non lasciarle andare all’estero”. Dove trovano migliori condizioni. “Rifletto per esempio sulle retribuzioni che da noi restano basse di fronte a quelle degli altri paesi dove aumentano”. Ma siccome si paga in base a ciò che in quel momento è necessario “bisogna soprattutto investire in istruzione e formazione. Ho spesso parlato in passato dell’importanza di investire in conoscenza, nella scuola, nella istruzione, nella formazione. Tutto questo ancora latita, perché i benefici di questi investimenti si vedono dopo 10, 15 anni, e questo purtroppo è lo stato dell’arte. Però non si può ignorare”. 

Ne consegue, continua Visco, che “abbiamo di fronte una sorta di ‘vaste programme’, per dirla alla francese, da realizzare per la politica economica che non si fa solo con i soldi, non solo con un eventuale patto di stabilità più o meno sotto controllo. Il vero fatto è che abbiamo debiti pubblici troppi alti che, invece, devono essere contenuti. Ci vuole una redistribuzione anche all’interno della spesa pubblica ma soprattutto sono necessarie regole non solo sulla concorrenza, la prevenzione e l’ordine pubblico ma anche sulle infrastrutture che adesso sono distribuite in modo disuguale tra le varie aree del paese che invece potrebbero trarre molti vantaggi, all’interno della spesa pubblica, dai collegamenti non solo materiali ma anche digitali di tutti i territori” . 

Non era quello cui mirava il Pnrr? Non ci e’ riuscito? “Gli effetti veri ancora non si sanno. Il Pnrr è  riuscito sì dal punto di vista della domanda, del reddito e dell’occupazione ma doveva supporre anche investimenti pubblici e privati e qui si vedrà come andrà a finire”.  Ultima raccomandazione. In vista di elezioni: state attenti, e qui gioca forte anche il ruolo dei mass media, alla veduta corta come alle promesse impossibili. Prima di innamorarvene o farne innamorare gli altri fate attenzione a che “siano poi realizzabili, come per esempio il fatto che meno tasse per tutti e’ impossibile come lo è anche la riduzione del costo dell’energia per tutti. Bisogna stare attenti che una campagna elettorale prometta il possibile e che poi venga rispettato”  . 

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