“Israele non si ritirerà dalla Striscia di Gaza neppure se ci sarà un altro accordo sugli ostaggi”, ripete il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, che insiste: “Finalmente occuperemo la Striscia di Gaza. Smetteremo di aver paura della parola occupazione”. Smotrich, politico di estrema destra, parecchio estrema, capo del partito nazionalista Sionismo religioso, ombrello del peggior razzismo israeliano che nelle passate elezioni ottenne 14 seggi e sfiorò l’11%, risultato difficilmente ripetibile nelle prossime, aggiunge: “Stiamo finalmente prendendo il controllo su tutti gli aiuti umanitari, in modo che non diventino forniture per Hamas. Ci troviamo sul punto di separare Hamas dalla popolazione, ripulire la Striscia, restituire gli ostaggi e sconfiggere Hamas”.
Nel mondo di Smotrich abbiamo imparato che “gli ostaggi non sono la cosa più importante nello sforzo bellico”. Obiettivo su cui alla fine si è piegata, ma con una versione leggermente addolcita, anche la prima forza politica nel paese, il Likud di Bibi Netanyahu. Dove la dottrina del leader è: “prima la vittoria su Hamas e poi gli ostaggi”. Con la “permanenza sostanziosa” a Gaza per il tempo che sarà necessario. Ovvero chissà? Visto che i primi a non aver certezze sulla durata sono proprio i vertici militari, impegnati a richiamare migliaia di riservisti in servizio. E tornati in trincea, dopo una breve pausa, nello scontro con il governo. Giusto il tempo di cambiare due figure apicali, come il capo di stato maggiore e il portavoce dell’esercito sgraditi a Bibi, che i dissidi – inevitabili – sulla “strategia” da seguire nella guerra hanno ripreso a bollire in pentola.
Peter Lerner, graduato della riserva, su Haaretz: “C’è una dolorosa verità al centro di questa guerra: la campagna militare di Israele. Mentre danneggia le capacità militari di Hamas, sta anche devastando la vita dei palestinesi comuni. Se ci deve essere qualche speranza di porre fine a questa guerra, senza piantare i semi degli estremisti nella prossima generazione, è cambiare la strategia”. Abbandonare il concetto di conflitto ad oltranza. Risolvere urgentemente chi mettere al posto di Hamas. E qui siamo di fronte ad un ginepraio. Come quando Eyal Zamir, l’attuale comandante delle forze armate, prevede che “Israele potrebbe perdere gli ostaggi se lancia un’operazione su larga scala nella Striscia”, mentre Netanyahu sottolinea che l’invasione massiccia di Gaza è stata decisa “su consiglio del capo di stato maggiore”. Nella ovvia contraddizione dei due il significato è chiarissimo, addebitare direttamente eventuali future colpe all’altro.
In Israele oggi è la politica che comanda, in modo irresponsabile e surreale. Poi però c’è la realtà da affrontare. La maggioranza, più o meno silente, dell’opinione pubblica che chiede il ritorno dei 59 ostaggi adesso: sono tre mesi dalla violazione del cessate il fuoco che qualcuno non viene liberato. Quindi c’è la tempistica dell’invasione di Gaza legata al divieto finchè il presidente Trump non avrà terminato la sua visita in Arabia Saudita. Prevista il 13 maggio a Riad. Dove si terrà il vertice con tutti i Paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo: Emirati, Bahrain, Kuwait, Oman e Qatar. Allora il puzzle potrebbe essere completo.
Il piano “Smotrich-Netanyahu” (l’altra punta della coalizione Itamar Ben-Gvir si è tirato fuori opponendosi nel gabinetto di sicurezza) prevederebbe lo spostamento della popolazione gazawa verso sud e finalmente l’ingresso degli aiuti umanitari, con la logistica della distribuzione appaltata non alle agenzie Onu, ma a privati. Tuttavia, l’arrivo degli aiuti dovrebbe avvenire solo dopo l’inizio dell’operazione denominata con grande enfasi “I carri di Gedeone”: personaggio biblico che sconfisse un esercito nemico smisurato, versò il sangue sterminando i fratelli che non l’avevano aiutato e rifiutò di diventare re. Tra tutti i nomi in codice per indicare l’operazione militare forse questo è il meno indicato. Se ci volessimo avventurare in un paragone tra il condottiero Gedeone e il falco Netanyahu, sarebbe evidente a tutti che quest’ultimo pur di rimanere sul trono di Gerusalemme è disposto a scendere a patti con il diavolo.
Si legge nell’editoriale del Jerusalem Post: “Questo non è più un momento da bianco o nero. La comprensibilità israeliana del giorno dopo il 7 ottobre ha lasciato il posto alla complessità e al dubbio. In un tale contesto, non è sufficiente che il governo annunci un’operazione militare allargata e si aspetti un sostegno incondizionato, soprattutto quando i sondaggi mostrano che questo governo non gode di un ampio consenso pubblico… Il governo chiede molto ai suoi cittadini. In cambio, il pubblico merita di capire la missione, non i dettagli operativi che devono rimanere classificati, ma le grandi linee. Qual è la visione? Qual è il risultato desiderato? È molto più facile radunare le persone quando sanno per cosa viene chiesto loro di combattere. Quel “per” deve ora essere nitidamente articolato”. Il grande bluff di Bibi è pretendere che non sia per se stesso.
Alfredo De Girolamo Enrico Catassi
In foto Bezalel Smotrich