Un convegno, un tavolo su cui misurare, tagliare, cucire o forse ricucire. Oppure, inventare da capo. E la “stoffa” è di quella preziosa, si chiama democrazia. Ma non ci si ferma qui. Perché di che democrazia si parla? Costituzionale rappresentativa, deliberativa diretta, referendaria forse, oppure democrazia della maggioranza, che rima pericolosamente con dittatura della maggioranza? Oppure necessita riprendere i capi della discussione e reinventare la democrazia e le sue forme? Ma c’è un contenuto minimo oltre il quale reinventare significa scolorire e infine sopprimere il concetto stesso, il Dna della democrazia? Oppure la crisi della democrazia è strutturale e qualsiasi rattoppo sarà vano?
Di tutto questo e anche di altro si è parlato, a tratti vivacemente, discusso e confrontato lunedì scorso 9 dicembre a Firenze, nella sala Pistelli di Palazzo Medici Riccardi. Il convegno, organizzato dall’Istituto Gramsci Toscano, ha visto al tavolo e in sala protagonisti indiscussi degli studi politologici del calibro di Nadia Urbinati (Columbia University, New York), Leonardo Morlino (LUISS, Roma), Anna Loretoni (Scuola Sant’Anna di Pisa), Marco Solinas (Scuola Sant’Anna di Pisa), discussant Massimo Morisi (Università di Firenze). Il dibattito è stato introdotto e coordinato dal presidente dell’Istituto Gramsci Toscano Mauro Lombardi.
Il clima – La temperie all’interno del quale si sviluppa il dibattito, è quello delineato dal Democracy Report 2024 del V-Dem Institute. Secondo il Rapporto, la forma di governo più diffusa oggi è quella delle cosiddette “autocrazie elettorali”, in cui vive il 44% della popolazione mondiale, cioè tre miliardi e mezzo di persone. Un dato che rappresenta in modo icastico il fenomeno corrispondente, ovvero l’arretramento di ciò che il Report definisce “democrazia liberale” e che ha il suo controcanto nella formula “autocrazia elettorale”. Ovvero, quando in piedi, della democrazia, rimangono solo alcuni vuoti presidi, come il rito elettorale (peraltro, sempre più svuotato di significato dall’astensionismo) mentre il resto, il sistema del check and balance, ad esempio, o delle tutele delle libertà individuali vengono pesantemente frantumate e compresse. In Italia, nel primo caso, il combinato disposto dell’autonomia differenziata e della riforma del premierato, e nel secondo, il ddl Sicurezza con i suoi 23 nuovi reati e la criminalizzazione del dissenso, anche quello pacifico (divieto di sit in in strada, e in carcere reato di non obbedienza, che impedisce persino forme storiche di protesta come lo sciopero della fame). Nel Report, ipotizzando che con il termine democrazia liberale si presupponga la democrazia rappresentativa, nata compiutamente dopo la seconda guerra mondiale, si segnala che ad oggi il 71% della popolazione vive in regime di democrazia non liberale. Del resto, nel quadro europeo, è il premier ungherese Viktor Orbán a rivendicare il nuovo stato di cose già nel 2014: “Il nuovo Stato che stiamo costruendo in Ungheria è uno Stato illiberale, uno Stato non liberale” (citazione ripresa dal Report).
Una tendenza che, se dilaga in modo evidente negli Usa, non risparmia certo il Vecchio Continente, che tuttavia possiede narrazioni più raffinate. La corrente di pensiero che sostiene la narrazione europea infatti giunge a dichiarare che la “novità e il progresso” stanno nel nuovo stato di cose, ovvero, nel trionfo del sistema delle disuguaglianze democratiche, potremmo dire con facile neologismo, dove è “progresso” la perdita dei diritti individuali come messi nero su bianco dalla Costituzione a favore di un sistema che confonde insieme successo con ricchezza, profitto con virtù, tecnologia con politica. Uno dei picchi di questa narrazione è il ruolo ambiguo di Elon Musk, fra potere economico, politico e tecnologico. Privato e pubblico, e quindi interesse privato e pubblico, si sovrappongono e diventano tutt’uno. Rischio ineliminabile di qualsiasi “democrazia” che voglia essere tale con un’unica regola, quella della “maggioranza” elettorale, o aritmetica, lo slogan: ” il Popolo mi vota, posso fare tutto ciò che voglio in nome del Popolo che mi vota”.
Ma allora, qual è il minimum necessario per potere asserire di vivere in un regime democratico?
Nadia Urbinati riparte dalle basi “minime”, ricordando Norberto Bobbio e la sua definizione di democrazia come luogo delle “regole del gioco”, caratterizzato “da un insieme di regole (primarie o fondamentali) che stabiliscono chi è autorizzato a prendere le decisioni collettive); con quali procedure vengono prese (maggioranza o al limite, unanimità); infine, terza necessità affinché si possa dire di essere in un sistema democratico, “coloro che sono chiamati a decidere o a eleggere coloro che dovranno decidere, siano posti di fronte ad alternative reali e siano messi in condizione di poter scegliere tra l’una e l’altra”. (le citazioni sono da Norberto Bobbio, “Una definizione minima di democrazia”, letto da Urbinati). Il terzo punto è riassuntivo e comprensivo degli altri due, in quanto per essere messi in condizione di poter scegliere concretamente, occorre che “siano garantiti i cosiddetti diritti di libertà, di opinione, di espressione della propria opinione, di riunione, di associazione, ecc., i diritti sulla base dei quali è nato lo stato liberale ed è stata costruita la dottrina dello stato di diritto in senso forte”.
E, secondo la lezione di Bobbio, non importa il fondamento filosofico di questi diritti, “essi sono il presupposto necessario per il corretto funzionamento degli stessi meccanismi prevalentemente procedurali che caratterizzano un regime democratico. Le norme costituzionali che attribuiscono questi diritti non sono propriamente regole del gioco: sono regole preliminari che permettono lo svolgimento del gioco”. “In realtà – commenta Urbinati – questo minimo di democrazia rappresenta il massimo della democrazia, ovvero si tratta di regole che stanno come ciliege sulla torta stratificata di consapevolezze ben consolidate che consentono di sentire questi diritti non solo nel loro significato formalistico e di aderire ad essi non solo per il dato formale. Ed è proprio questo punto delle regole del gioco che, secondo il mio parere, è entrato in sofferenza”.
Ci sono alcuni passaggi di principio che meritano di essere esaminati e ricollocati, in queste fratture che si stanno verificando negli stessi mattoncini che compongono i principi fondamentali su cui si costruisce la democrazia cosiddetta liberale. “Il primo concetto è quello di “popolo” – dice Urbinati – che può essere declinato in tre riferimenti: il popolo richiamato nella Costituzione, quello che legittima le regole del gioco, che non appartiene a nessuno”, che è, semplifichiamo noi, il principio giuridico fondante e legittimante la Carta costituzionale (delle regole); “Il popolo sociale, che include le varie forme di vita sociale, dalla famiglia al lavoro alle attività di vario tipo, diremmo il popolo sostanziale; infine, il popolo politico, il popolo che viene costruito come rappresentanza da parte dei partiti, degli attori politici, dei candidati, che danno la rappresentazione del popolo”.
Queste tre aree, che, dice Urbinati, “è necessario tenere distinte”, stanno invece, ed è questa una delle sofferenze dello status democratico, “subendo una tracimazione per cui il “primo popolo” ovvero quello delle norme, della divisione dei poteri, della rule of law, dello stato di diritto, è considerato una sfida ingiustificata”, da parte dei populisti, che “non amano questo popolo perché pone dei limiti all’altro popolo, che ci deve interessare in quanto manipolato” ma soprattutto, pensiamo, “manipolabile”, in quanto è quello “sociale” (quindi quello del lavoro, delle disuguaglianze economiche e di accesso ai diritti primari). E dove si compie la manipolazione? Nella costruzione da parte della politica, del popolo politico, ovvero di quel popolo di cui gli attori politici danno la rappresentazione.”Tende a sfuocare il principio formale del “noi popolo” dell’art. 1 della Costituzione, mentre prevalgono gli altri due popoli, che sono l’oggetto vero dell’analisi”.
“Tenendo ferma questa tripartizione – continua Urbinati – la domanda successiva è: come si misura il popolo? Introduciamo perciò un altro elemento, che a mio parere sta diventando sempre più problematico, quello aritmetico. Si tende a considerare il popolo “maggioranza” come equivalente al popolo “tutto””. In altre parole, si considera il principio aritmetico della parte (anche se di maggioranza) come rappresentazione del popolo “intero”, in questo modo compiendo una gravissima lesione delle regole, in quanto “significa che una parte si impossessa del tutto. E’ un visione capziosa della democrazia, per cui una “parte” occupa lo spazio del popolo “generale”. Un ridefinizione di popolo per sottrazione che produce una delle più gravi situazioni di rischio di tirannia della maggioranza in senso classico che il nostro tempo presenta”. Con una contraddizione che tuttavia non lo è, se si considera la logica generale cui dà vita la tirannia della maggioranza: i pochi che stanno al potere “Rivendicano di essere eletti, scelti, stabiliti, ordinati dalla maggioranza”.
Una seconda sfida è quella tecnica dentro le istituzioni. “Una sfida ancora più problematica – dice Urbinati – che interessa tre importanti attori, la rappresentanza i partiti le elezioni. In tutti e tre questi ambiti, avvertiamo la disfunzionalità e per molti anche l’incapacità di rappresentare la democrazia”.
Citando il fondamentale saggio del ’46 di Lelio Basso “il Principe senza scettro” , Urbinati ridà vita e senso a principi di base che da tempo non risuonano, almeno nel dibattito generale e comune. “La sovranità popolare (…) non può che essere la sovranità di ciascuno,. ciascun avendo i propri diritti a far pesare la propria volontà, la propria situazione, i propri interessi nella formazione di una volontà collettiva che dev’essere il concreto risultato di una contrapposizione di interessi e volontà”. E i partiti? “I partiti fanno parte di questa libertà”. Di conseguenza, la democrazia non è più solo parlamentare, ma si manifesta in questo rapporto continuo fra popolo e parlamento. Un modello in cui la stampa e i partiti svolgono una permanente doppia funzione: la prima è la diffusione del potere, la seconda la socializzazione e quindi il controllo di questo potere”.
Cosa è saltato? “I partiti non riescono più a svolgere questo ruolo di connessione, perché sono cambiati nella funzione e nella meccanica; per quanto riguarda la diffusione del potere, ormai si assiste alla sua concentrazione, con l’introduzione nel sistema democratico rappresentativo di poteri indiretti (decisori, ndr) non elettivi che sfuggono al controllo dei cittadini”. Infine, la socializzazione, o meglio la sua mancanza, che esclude la possibilità per i cittadini di sentirsi in rapporto continuo con le istituzioni, in particolare il Parlamento. . “E’ questa parte tecnica a essere sotto stress”, dice Urbinati. Uno stress che viene avvertito in particolare da “quel popolo generale, che non deve essere impossessato da nessuno, o rappresentato da nessuno in maniera assoluta, e che oggi non si ritrova nella dialettica democratica” in quanto appartiene al “popolo della Costituzione” ovvero al popolo che origina le regole. Si crea così un problema di funzionalità. Ed ecco l’errore, dice Urbinati, pensare che ci siano due parti dello stesso frutto, le norme costituzionali e la democrazia sostanziale che siano contrapposte le une alle altre, dove le norme costituzionali (le regole del gioco?) ostacolano e limitano la democrazia sostanziale. Un equivoco (se è tale e non è invece scientemente perseguito, ndr) che può costare caro.
“La democrazia ha le regole dentro il suo agire democratico – dice Urbinati – la visione che intende le regole come qualcosa di importato dal di fuori della democrazia è sbagliata. La democrazia costruisce le regole su cui si imposta il gioco, pensiamo solo alle elezioni, che sono un compendio di confronto, rappresentanza, misura. La democrazia si autogoverna e si autoregola, e trasforma l’autoregolamentazione in norma”. Ed è questo che viene messo in discussione con la separazione fra norme e democrazia; ovvero, dividendo fra regole e gioco, si cancella il senso stesso del processo democratico.
In foto Nadia Urbinati
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