Ci sono due parole che si rincorrono in tutto il mondo, che rimbalzano da un giornale a una tv, da un lancio di agenzia ad una chiacchiera da bar: impeachment e midterm. Sono entrambe intimamente collegate a Donald Trump. La prima indica la possibilità di destituire l’attuale Presidente americano in base ad una complicata procedura possibile solo in caso di una larga maggioranza parlamentare. Il secondo termine – midterm – indica le elezioni di metà mandato, fissate per il novembre di quest’anno, il cui esito potrebbe determinare, appunto, i numeri necessari per avviare l’impeachment. Le due parole rappresentano la speranza che l’uomo che sta esercitando il potere di Presidente degli Stati Uniti come un elefante impazzito dentro una vetrina di cristalli, possa il più rapidamente possibile uscire di scena.
È una speranza che ha il 62% degli americani, secondo l’ultimo sondaggio di Ipsos realizzato per Reuters e pubblicato il 21 aprile. In particolare, dopo le accuse al Papa, il 71% degli americani ritiene il proprio Presidente non equilibrato. Il sondaggio non usa la parola “squilibrato” ma già il fatto che si ritenga che l’uomo più potente del mondo operi senza equilibrio, qualche problemino lo crea a tutto il mondo e non solo all’America. Il sondaggio pone anche un’altra domanda inquietante e cioè se la lucidità mentale dell’inquilino della Casa Bianca sia peggiorata o meno negli ultimi dodici mesi. Secondo il 51% del campione sondato da Ipsos il peggioramento è evidente.
E poi ci sono i pronunciamenti sulle ultime mosse di Trump che rappresentano un verdetto senza appello: solo per il 36% degli americani la guerra all’Iran è giustificata. Solo il 25% del campione sondato ritiene che questo conflitto aumenti la sicurezza degli americani. Quanto alla volontà espressa da Trump di abbandonare la Nato, sarebbe un colossale errore per l’84% dei suoi concittadini.
Un sondaggio non basta per avviare una procedura di impeachment. Ma Trump è in bilico. E in più, molti degli opinionisti delle maggiori testate americane ritengono che lo scandalo Epstein non abbia ancora rivelato i suoi aspetti più inquietanti. Anche se, per il tipo di elettorato che ha sostenuto Trump, fortemente connotato dalla presenza del conservatorismo cattolico più integralista, l’elemento di rottura più eclatante non è stato solo l’attacco al Papa, ma quell’immagine creata con l’intelligenza artificiale e pubblicata sul suo social Truth, in cui Trump sembra imporre le proprie mani su un ammalato alla maniera di Gesù Cristo. L’iconografia a questo rimanda in modo inequivocabile. Tanto che si è pensato ad una fake vista la portata della rappresentazione e il messaggio subliminale che suggeriva. Non si trattava di un falso e in seguito alla rivolta che ne è seguita da parte di tanti ambienti cattolici, il Presidente degli Stati Uniti ha disposto la rimozione. Poi, si è arrampicato sugli specchi, attribuendo ai giornalisti la colpa di aver voluto accostare quell’immagine a Gesù, quando nei suoi intenti c’era solo l’intento di rappresentare la missione di un medico che cerca di salvare una persona.
L’immagine di Trump è risultata pesantemente offuscata dall’incidente nei confronti del mondo cattolico. Ma contemporaneamente si è appannata anche l’aura di Comandante in Capo (Commander in Chief) delle forze armate americane. Negli ultimi giorni sono infatti circolate insistenti voci sull’estromissione di Trump dalla possibilità di ordinare un attacco nucleare. In particolare, sarebbe stato il generale Dan Caine, Capo dello Stato Maggiore degli Stati Uniti, a opporsi per evitare una escalation della situazione internazionale. La Casa Bianca ha smentito.
Più difficile smentire il Wall Street Journal nella ricostruzione di quanto avvenuto nella situation room della Casa Bianca durante le operazioni di salvataggio del pilota americano abbattuto dalla contraerea iraniana il 3 aprile scorso. Secondo la ricostruzione del giornale, Trump sarebbe stato allontanato a causa dei suoi scatti d’ira, inopportuni rispetto a tutti coloro che stavano realmente operando per salvare il militare americano.
L’ultima mossa presidenziale a far sussultare soprattutto la classe media americana è la decisione di Trump di denunciare lo Stato che presiede, chiedendo miliardi di dollari di risarcimento. La vicenda riguarda un dirigente dell’Agenzia delle Entrate condannato per aver consegnato ai media un buon numero di pratiche riguardanti gli accertamenti per presunta evasione fiscale di alcuni facoltosi cittadini. Tra cui Trump, che ha così deciso in questi ultimi giorni di chiedere allo Stato che presiede, un risarcimento di dieci miliardi di dollari. Tra la possibilità tecnica di farlo e l’opportunità di intentare causa mentre si trova insediato alla Casa Bianca c’è evidentemente qualche controindicazione.
Mettendo in fila tutti questi elementi, e aggiungendoci che l’economia degli Stati Uniti non è affatto migliorata dall’elezione di Trump, si capisce perché anche gli esponenti del movimento MAGA (Make America great again) stiano abbandonando il tycoon.
Ecco perché anche dentro i confini americani le parole più in voga del momento sono impeachment e midterm. Quest’ultima rimanda alla speranza che le elezioni in programma nel novembre 2026 possano produrre risultati in grado di creare le condizioni per uno sgombero anticipato dell’attuale inquilino della Casa Bianca. Le elezioni di midterm sono un momento chiave della politica americana: non eleggono il presidente, ma possono cambiare radicalmente il potere legislativo e quindi influenzare tutto il resto del mandato presidenziale. Si elegge l’intera Camera dei Rappresentanti (435 membri), un terzo dei senatori, molti Governatori. In realtà, anche se Trump perdesse la maggioranza, ciò non implica automaticamente la sua destituzione. Si dovrebbe passare, appunto da una procedura di impeachment.
Avviare questo meccanismo sarebbe possibile, se gli equilibri dovessero cambiare in modo radicale. Basta la maggioranza semplice della Camera dei Rappresentanti per chiamare in causa il Senato. Per andare avanti è però necessario il voto di 2/3 dei senatori. E questa volontà così determinata anche numericamente è molto difficile.
Del resto, già due volte Trump è stato sottoposto ad una procedura di impeachment bloccata in entrambi i casi proprio in Senato. Il primo procedimento, avviato nel 2019, nasce da accuse di abuso di potere e ostruzione al Congresso. Al centro della vicenda vi era una telefonata tra Trump e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, durante la quale Trump avrebbe sollecitato indagini su un rivale politico, l’allora vicepresidente Joe Biden e suo figlio Hunter. La Camera dei Rappresentanti votò a favore dell’impeachment, ma il Senato, a maggioranza repubblicana, assolse il presidente nel febbraio 2020.
Il secondo impeachment, nel gennaio 2021, prese le mosse dall’assalto al Campidoglio del 6 gennaio, un evento senza precedenti nella storia moderna americana. Trump venne accusato di “istigazione all’insurrezione”, con l’accusa di aver alimentato tensioni e disinformazione che contribuirono all’attacco. Anche in questo caso, la Camera approvò l’impeachment, ma il Senato non raggiunse la maggioranza qualificata necessaria per una condanna, nonostante un numero significativo di senatori repubblicani si fosse unita ai democratici.
Questi due episodi hanno riacceso il dibattito sul significato e sull’efficacia dell’impeachment. Non è un caso che nessun Presidente americano sia stato allontanato attraverso l’impeachment. Probabilmente sarebbe successo a Richard Nixon, dopo la deflagrazione dello scandalo Watergate. La Camera dei Rappresentanti avviò la procedura il 30 ottobre 1973. Accuse sempre più circostanziate di ostacolo alla giustizia e abuso di potere misero in un angolo l’allora Presidente. E così Nixon decise di dimettersi il 9 agosto 1974, senza subire l’onta della destituzione ormai più che probabile.
Un altro caso recente di avvio della procedura di impeachment ha riguardato il Presidente Bill Clinton. Venne accusato di ostacolo alla giustizia in relazione al caso dell’approccio sessuale con la stagista Monica Lewinsky. La Camera approvò l’impeachment, ma il Senato fu ben lontano dall’esprimere i 2/3 dei voti necessari. Mancò invece un solo voto, in Senato, per destituire il Presidente Andrew Johnson. Era il 1868, appena conclusa la Guerra Civile. Johnson, successore di Abramo Lincoln ucciso nel 1865, fu accusato di non aver rispettato la legge rimuovendo un ministro che non gli andava più a genio. Scampato il pericolo, concluse il mandato fino al 1869, senza però riuscire a ottenere la candidatura per una seconda rielezione. Cosa che invece, seppure con un intervallo di quattro anni, è riuscita a Trump. Purtroppo, dice sempre più convintamente, stando ai sondaggi, la maggioranza degli americani.
In teoria, per metter fine alla Presidenza Trump ci sarebbe un’altra strada: quella che passa dal 25° Emendamento della Costituzione Americana: prevede che il Vicepresidente e la maggioranza del Gabinetto dichiarino il Presidente “non in grado di adempiere ai poteri e ai doveri del suo ufficio per incapacità fisica o mentale”. Tutto sarebbe dunque nelle mani di J.D. Vance. C’è un detto, nei paesi di montagna, che recita più o meno così: scampare al lupo per finire nelle grinfie dell’orso.
L’immagine: Trump e Gesù nel fake dell’intelligenza artificiale