Come famiglie e imprese guidano l’economia: il Nobel a Robert Hall e Michael Woodford

Le decisioni dipendono dalle aspettative e dalle scelte degli individui

Il tema dei microfondamenti nasce da una domanda che ha segnato profondamente l’evoluzione della macroeconomia: come possiamo spiegare i fenomeni economici aggregati partendo dalle decisioni delle singole famiglie e imprese.

Per buona parte del secondo dopoguerra, la macroeconomia keynesiana si era sviluppata attraverso modelli che descrivevano direttamente le relazioni tra grandi variabili economiche: reddito, consumo, investimento, occupazione, inflazione e tassi d’interesse. Una relazione tipica era la funzione del consumo. Il consumo aggregato veniva messo in relazione con il reddito disponibile attraverso la propensione marginale al consumo.

Questo tipo di equazione poteva descrivere efficacemente i dati e aiutare a formulare politiche economiche. Lasciava però aperta una questione fondamentale: perché le famiglie consumano una determinata quota del proprio reddito? Come reagiscono alle aspettative sul futuro? E soprattutto, quei comportamenti rimangono invariati quando cambia la politica economica?

Il problema non consisteva nell’abbandonare l’analisi aggregata, ma nel chiarirne i fondamenti. Una relazione statistica osservata in un determinato periodo poteva dipendere dalle istituzioni, dalle aspettative e dalle regole di politica economica allora vigenti. Se queste condizioni fossero cambiate, anche la relazione avrebbe potuto modificarsi.

Vi era inoltre una difficoltà più generale: ciò che è razionale per il singolo individuo non coincide necessariamente con ciò che è desiderabile o efficace per l’economia nel suo complesso. Se tutte le famiglie decidono contemporaneamente di risparmiare di più, la riduzione dei consumi può comprimere la domanda aggregata, il reddito e l’occupazione. È il cosiddetto paradosso della parsimonia. Quella parsimonia tanto amata dagli economisti vittoriani ed invece tanto vituperata da Keynes.

I microfondamenti si affermano proprio per affrontare queste questioni: spiegare come le decisioni individuali, le loro interazioni e i vincoli economici producano i risultati aggregati. Come sottolineato negli appunti di partenza, il passaggio dalle scelte individuali alla macroeconomia richiede una teoria dell’equilibrio e dell’aggregazione, non una semplice somma dei comportamenti.  

La svolta delle aspettative razionali

Un passaggio decisivo è rappresentato dallo sviluppo della teoria delle aspettative razionali e dalla critica di Robert E. Lucas del 1976.

L’idea di fondo è intuitiva: le famiglie e le imprese non prendono decisioni guardando soltanto al presente o ripetendo meccanicamente il comportamento passato. Tengono conto, almeno in linea teorica, delle informazioni disponibili e delle politiche che si aspettano per il futuro.

Le aspettative razionali non significano che gli individui siano onniscienti o non commettano errori. Significano che, nel modello, le loro previsioni sono coerenti con le informazioni disponibili e con la struttura dell’economia, mentre gli errori non sono sistematicamente prevedibili.

La critica di Lucas mette in discussione l’idea che le relazioni econometriche stimate nel passato possano essere utilizzate senza modifiche per prevedere gli effetti di nuove politiche. Immaginiamo che, in un certo periodo, una riduzione dei tassi d’interesse sia associata a un aumento dei consumi. Se la banca centrale modifica stabilmente la propria strategia, le famiglie possono rivedere le aspettative sui tassi futuri, sul reddito e sull’inflazione. La relazione storica tra tassi e consumi potrebbe quindi cambiare.

La conseguenza metodologica è importante: per valutare una politica economica non basta stimare come le variabili si siano mosse in passato; occorre comprendere come gli agenti reagiscano alle regole presenti e attese. Da qui si rafforza il programma dei microfondamenti: le relazioni macroeconomiche devono essere ricondotte, per quanto possibile, a comportamenti decisionali, vincoli e condizioni di equilibrio espliciti.

Dalle aspettative razionali si aprono due grandi strade

La svolta dei microfondamenti non conduce a un’unica teoria macroeconomica. Al contrario, apre un confronto tra approcci diversi, che condividono l’attenzione per le decisioni individuali e le aspettative, ma attribuiscono un ruolo differente alle rigidità dei mercati e all’efficacia della politica economica.

Per comprendere questa evoluzione è utile distinguere due percorsi: quello della nuova macroeconomia classica, legata alla critica di Lucas e alla tradizione monetarista, e quello della nuova macroeconomia keynesiana.

Una precisazione storica è necessaria. Monetarismo, nuova macroeconomia classica e nuova macroeconomia keynesiana non sono sinonimi. Le aspettative razionali sono associate soprattutto alla svolta della nuova macroeconomia classica, ma vengono successivamente integrate anche nei modelli neokeynesiani.

La nuova macroeconomia classica e la nuova macroeconomia keynesiana condividono una stessa impostazione di fondo.  Entrambe attribuiscono un ruolo centrale alle aspettative degli operatori economici e ritengono che le decisioni di famiglie e imprese debbano essere analizzate a partire da solidi microfondamenti. Le due scuole divergono però nel modo in cui interpretano il funzionamento dei mercati e l’efficacia delle politiche economiche.

La tradizione monetarista e la nuova macroeconomia classica, da Friedman a Lucas, sottolineano come gli agenti anticipino gli interventi pubblici e come i prezzi tendano ad aggiustarsi rapidamente, limitando gli effetti reali e duraturi della politica monetaria.

 La nuova macroeconomia keynesiana accetta il ruolo delle aspettative razionali, ma evidenzia che rigidità nominali, costi di aggiustamento e altre frizioni possono rallentare il funzionamento dei mercati. Secondo Leijonhufvud il problema non risiede soltanto nella lentezza con cui prezzi e salari si aggiustano, ma soprattutto nelle difficoltà di coordinamento che emergono in un’economia complessa. Gli aggiustamenti di mercato possono risultare lenti, incompleti o addirittura incapaci di riportare rapidamente il sistema verso l’equilibrio.

In questo contesto, la politica monetaria conserva la capacità di influenzare nel breve periodo produzione e occupazione e di contribuire alla stabilizzazione dell’economia. Da qui deriva il diverso focus delle due correnti: la prima si concentra sui limiti dell’intervento pubblico e sull’instabilità delle relazioni empiriche, la seconda sui meccanismi che giustificano le politiche di stabilizzazione..

 La prima strada: aspettative razionali, nuova macroeconomia classica e tradizione monetarista

La prima strada parte dall’idea che gli agenti comprendano, almeno in senso modellistico, il funzionamento dell’economia e incorporino nelle proprie decisioni le politiche che si aspettano di osservare.

Un riferimento importante è Milton Friedman, che aveva già criticato l’idea di poter sfruttare stabilmente un rapporto tra inflazione e disoccupazione attraverso politiche espansive. Le aspettative inflazionistiche, secondo la sua impostazione, tendono ad adeguarsi nel tempo: un’espansione monetaria può aumentare pertanto solo temporaneamente l’occupazione, ma non garantisce un miglioramento permanente della disoccupazione.

Con Lucas, la questione assume una forma più radicale sul piano metodologico. Se le persone modificano le proprie decisioni quando cambia il regime di politica economica, anche le relazioni statistiche sulle quali si basano le previsioni possono cambiare.

Nella nuova macroeconomia classica, sviluppatasi negli anni Settanta, queste idee vengono integrate in modelli di equilibrio nei quali le aspettative razionali svolgono un ruolo centrale. In alcune formulazioni, le variazioni inattese della politica monetaria possono avere effetti reali nel breve periodo, mentre gli interventi sistematici e anticipati tendono a essere incorporati nelle decisioni degli agenti.

Non tutti i modelli di questa tradizione giungono alle stesse conclusioni, ma il punto comune è la necessità di analizzare le politiche considerando le reazioni degli individui e non assumendo comportamenti invariabili. Il problema centrale diventa quindi: quanto può ottenere una politica economica quando famiglie e imprese ne anticipano gli effetti?

La seconda strada: la nuova macroeconomia keynesiana

La nuova macroeconomia keynesiana accoglie molti strumenti della svolta dei microfondamenti — ottimizzazione intertemporale, aspettative razionali ed equilibrio dinamico — ma contesta l’idea che i mercati si aggiustino sempre rapidamente e che le politiche economiche abbiano necessariamente effetti reali limitati.

Il punto decisivo è la presenza di rigidità nominali e frizioni economiche. Prezzi e salari non si adeguano necessariamente in modo immediato a ogni cambiamento della domanda o delle condizioni monetarie. Le imprese possono modificare i prezzi solo a intervalli, i salari possono essere vincolati da contratti, espliciti ma anche impliciti, e le famiglie possono incontrare limiti nell’accesso al credito.

In queste condizioni, una variazione del tasso d’interesse può modificare la domanda aggregata e, di conseguenza, la produzione e l’occupazione nel breve periodo.

I modelli neokeynesiani non rinunciano quindi ai microfondamenti. Cercano di spiegare le rigidità attraverso le decisioni delle imprese e degli altri agenti, anziché introdurle soltanto come relazioni aggregate arbitrarie.

La domanda centrale diventa: come può la politica monetaria stabilizzare l’economia se le aspettative sono razionali, ma prezzi e salari non si aggiustano istantaneamente?

Hall e Woodford: due esempi del programma dei microfondamenti

Il tema dei microfondamenti nasce dall’esigenza di rendere più solide le spiegazioni macroeconomiche, collegando le relazioni aggregate alle decisioni individuali e alle aspettative.

I contributi di Robert E. Hall e Michael Woodford mostrano bene come il programma dei microfondamenti abbia dato origine a strumenti analitici differenti ma strettamente collegati. Entrambi partono dall’idea che le decisioni economiche dipendano dalle aspettative e dalle scelte intertemporali degli individui, ma sviluppano questa intuizione su piani diversi. Hall a livello dei comportamenti delle famiglie, Woodford a livello del funzionamento complessivo dell’economia. Hall nasce come teorico nell’ambito della nuova macroeconomia classica e delle aspettative razionali. Il suo modello del consumo del 1978 (Stochastic Implications of the Life Cycle-Permanent Income Hypothesis: Theory and Evidence) è coerente con l’ipotesi di mercati concorrenziali e prezzi flessibili e non è, in origine, un contributo neokeynesiano. Tuttavia, la sua analisi delle decisioni intertemporali delle famiglie è stata successivamente incorporata anche nei modelli neokeynesiani.

Hall applica l’ipotesi delle aspettative razionali alla teoria del consumo, sostenendo che le famiglie tendono a distribuire nel tempo le proprie risorse per mantenere un percorso di consumo il più possibile stabile. Di conseguenza, le variazioni del consumo dipendono soprattutto dalle nuove informazioni che modificano le aspettative sul reddito futuro. Un aumento temporaneo del reddito, un bonus una tantum o una promozione già prevista producono effetti limitati se non alterano in modo significativo le prospettive economiche di lungo periodo. Diventano invece rilevanti gli eventi che modificano permanentemente il reddito atteso o che incidono sulla capacità degli individui di accedere al credito e di trasferire risorse nel tempo.

Su un piano più generale, Woodford, nel volume Interest and Prices: Foundations of a Theory of Monetary Policy (2003), ha incorporato queste stesse logiche all’interno dei moderni modelli neokeynesiani, nei quali famiglie e imprese prendono decisioni guardando al futuro, ma operano in un contesto caratterizzato da rigidità dei prezzi e da imperfezioni nei meccanismi di aggiustamento dei mercati. Woodford è uno dei principali architetti della moderna macroeconomia neokeynesiana. Il suo contributo consiste proprio nel combinare le aspettative razionali e l’ottimizzazione intertemporale, ereditate dalla tradizione classica, con le rigidità nominali di prezzi e salari che impediscono l’aggiustamento immediato dei mercati. In questo senso, il neo-keynesismo contemporaneo può essere visto come una sintesi tra la rivoluzione delle aspettative razionali e l’intuizione keynesiana delle imperfezioni di mercato.

In questo quadro, la politica monetaria non influenza l’economia soltanto attraverso le variazioni correnti dei tassi di interesse, ma soprattutto attraverso le aspettative che riesce a generare circa il loro andamento futuro. Le decisioni di consumo, investimento e formazione dei prezzi dipendono infatti da ciò che gli operatori si attendono che la banca centrale farà nei mesi e negli anni successivi.

Nel loro insieme, i contributi di Hall e Woodford evidenziano come le aspettative siano divenute l’elemento centrale della moderna macroeconomia. Hall mostra come esse guidino una delle decisioni fondamentali degli individui, quella del consumo; Woodford dimostra invece come le stesse aspettative colleghino il comportamento dei singoli alle dinamiche aggregate dell’economia, spiegando il ruolo della politica monetaria nella stabilizzazione di produzione, occupazione e inflazione.

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