L’Europa alla “guerra più stupida della storia” di Trump

Crollano le borse di tutto il mondo, Wall Street brucia 2mila miliardi

Voleva fare tacere le bombe in Ucraina e a Gaza, voleva essere uomo di pace il presidente americano Donald Trump, ma si fa uomo di guerra e sposta il fronte a casa sua.  Carica sui cannoni forme di parmigiano, olio,  bottiglie di vino e champagne, automobili, insomma i migliori prodotti europei  e del Made in Italy e  li spara oltre Atlantico gravandoli di dazi insostenibili per  le aziende. Con calcoli bizzarri sui quali i migliori esperti si stanno scervellando increduli, alla ricerca di una motivazione economica, Trump decide che l’Unione europea deve essere ‘punita’ con dazi universali in nome della ‘Liberazione dell’America’, pronta a diventare ‘Great Again’.

All’Europa tocca il 20% dei dazi, per tutti, non si distingue fra paesi, non si sottilizza per categorie, Trump li chiama ‘dazi reciproci’, ma non c’è nessuna reciprocità, è solo il risultato della sua ossessione per il disavanzo commerciale. Le tabelle che ha mostrato nel suo show del 2 aprile al Giardino delle Rose della Casa Bianca, sono ricavate calcolando il deficit del 2024 con l’Unione Europea, 235,6 miliardi di euro, diviso per il totale delle importazioni americane cioè 605, 8 miliardi. Il risultato è 0,39 ovvero il 39% che, diviso per due, diventa il 20%, grazie alla ‘gentilezza’ del presidente. Su questi calcoli bislacchi nasce la guerra dichiarata da Trump che l’economista Tommaso Monacelli della Bocconi spiega così: “Un’operazione populista dietro la quale c’è pochissima logica economica e moltissima propaganda, per cui il presidente americano ritiene che se l’Unione europea vende in America più di quanto non compri, debba per forza essere il risultato di qualche pratica scorretta”.

Tant’è, la guerra dei dazi è partita e, sopra ogni sconcerto e analisi, valgono i numeri che ha scatenato, già poche ore dopo. Crollano le borse di tutto il mondo, Wall Street brucia 2000 miliardi, i listini europei quasi 500. E, fra questi, Piazza Affari fa peggio di tutti, lasciando il 3,6% il giorno dopo l’annuncio e il 6, 53% il giorno dopo, numeri vicinissimi al crollo registrato l’11 settembre delle Torri Gemelle, numeri che azzerano il 16% guadagnato da inizio anno a Piazza Affari. Ma perdono anche tutte le borse europee attestandosi fra il -4 e -5%. Crollano anche i listini asiatici, il dollaro scende ai minimi degli ultimi sei mesi perdendo due punti rispetto all’euro e cala del 7,5% il prezzo del petrolio. Wall Street raddoppia in negativo, con 5000 miliardi di dollari bruciati in 48 ore, che si aggiungono agli altri segni meno dei mesi scorsi, per una perdita di 9.600 miliardi da quando Trump si è insediato alla Casa Bianca.

Insomma, il paese più potente e più ricco del mondo, con 350 milioni di ottimi consumatori, ha dichiarato “la guerra più stupida della storia”, secondo la definizione del Wall Street Journal. Stupida perché inflitta anche a se stesso e non solo i dati economici lo testimoniano ma anche il malcontento che monta fra la popolazione, con manifestazioni in tutti e 50 gli Stati Uniti, sotto lo slogan ‘Hands Off!’ (giù le mani). E c’è già chi, nelle metropoli americane, fa incetta di prodotti italiani ed europei svuotando i supermercati prima che i dazi facciano salire i prezzi alle stelle.

Il presidente Usa non sembra preoccupato, era già tutto previsto, dice, ora “l’operazione è finita, il paziente è sopravvissuto, sta guarendo e sarà molto più forte”. E, in attesa della nuova “età dell’oro”, viaggiando sull’ Air Force One verso Mar-a-Lago, di oro intanto presenta la nuova ‘Gold Card’ con la sua effigie, ‘The Trump Card’,  che costa cinque milioni di dollari e ‘regala’ un permesso di soggiorno permanente negli Usa.

In Europa lo sconcerto sembra unanime ma le posture dei vari Stati sono diverse, nonostante la commissaria Ursula Von der Leyen già qualche ora dopo il D-Day trumpiano, da Samarcanda esortasse: “Miei concittadini europei, siamo tutti sulla stessa barca. Se affronti uno di noi affronti tutti noi. Resteremo uniti e ci difenderemo a vicenda”. Poi si è detta pronta a negoziare: “Questo scontro non è nell’interesse di nessuno. Quella tra l’Ue e gli Usa è la relazione commerciale più grande e prospera al mondo e staremmo tutti meglio se potessimo trovare una soluzione costruttiva”. Ma i 27 Stati non sembrano così compatti come li vorrebbe la commissaria, neanche i paesi fondatori. La Francia appare la più dura e ipotizza che tutte le aziende europee ritirino o sospendano i loro investimenti negli Usa indirizzandoli verso la Ue, la Germania più attendista ma propensa alla linea dura, la Spagna provvede intanto alle sue aziende stanziando 14 miliardi come contromisura ai dazi e diventa la paladina di tutte le opposizioni. Italia e Polonia usano i toni più morbidi ma Varsavia fa sapere che alla fine si adeguerà alle scelte comunitarie.

La posizione più problematica è quella dell’Italia. La presidente Giorgia Meloni, costretta a scelte difficili fra Usa e Ue, da pontiera si fa pompiera esortando ad abbassare i toni e battere la via del negoziato. Temeva l’escalation militare col riarmo, ora teme l’escalation della guerra commerciale: “Il panico fa più danni dei dazi”, avverte e poi dà numeri significativi: il 10% dell’export italiano è verso gli Usa,  siamo fra i più esposti in Europa che pure vede il 70 per cento delle sue esportazioni verso l’America, 370 miliardi, colpiti dai dazi. Erano annunciati, ma non previsti in questa forma e con queste conseguenze. Meloni poche ore dopo l’annuncio di Trump, sui social si affretta a dire che “l’introduzione da parte degli USA di dazi verso l’Unione Europea è una misura sbagliata che non conviene a nessuna delle parti”, ma mette in guardia: “Faremo tutto quello che possiamo per lavorare a un accordo con gli Stati Uniti, con l’obiettivo di scongiurare una guerra commerciale che inevitabilmente indebolirebbe l’Occidente a favore di altri attori globali”.

Così innalza da subito il vessillo del negoziato e il giorno dopo cancella tutti gli impegni convocando a Palazzo Chigi una nuova task force con i ministri Giorgetti, Urso, Lollobrigida e Foti. E comincia a ridimensionare: “Non è la catastrofe che stanno raccontando, non smetteremo di esportare, non dobbiamo alimentare allarmismo”. Dichiarazioni di intenti cui seguono solo appuntamenti ufficiali come l’incontro per martedì con le categorie produttive e annunci di studi per valutare l’impatto dei dazi settore per settore, in attesa della fatidica visita del vicepresidente J.D. Vance, che sarà in Italia dal 18 al 20 aprile. Fuori dall’ufficialità i retroscena però raccontano di una Meloni che punterebbe a farsi ricevere da Trump prima di Pasqua, rilanciando il suo ruolo di interlocutore europeo privilegiato, ormai sempre più sfumato visto che il presidente americano ha avuto vari incontri bilaterali con molti capi di governo europei ma mai con Meloni.

Lei resta fiduciosa e in bilico, ma in Europa cominciano a reclamare scelte più nette dall’Italia, se le aspetta anche l’amica Ursula Von der Leyen che, pur concedendo l’approccio negoziale, ha già annunciato la prima risposta per il 15 aprile con i primi controdazi su acciaio e alluminio. Perché, deve essere chiaro, sottolinea, che “l’Europa non ha iniziato questo scontro. Non vogliamo necessariamente vendicarci, ma abbiamo un piano forte per farlo se necessario”. Meloni invece non vuole vendette di sorta contro l’amico Trump. Piuttosto chiede all’Europa di reagire rivedendo il Patto di Stabilità perché “siamo soffocati dalle regole”, e attacca “il Green Deal ideologico” per rilanciare il settore dell’automotive.  In bilico anche coi suoi alleati di governo e vicepresidenti, la premier deve far quadrare il cerchio fra il sovranismo sempre più estremista del leader della Lega Matteo Salvini che, al congresso del suo partito, da Firenze, reclama di nuovo lo sganciamento dall’Unione europea, per gestire in modo bilaterale con l’amico americano tutta la partita dei dazi. Mentre nelle stesse ore l’altro vice Antonio Tajani, da Roma, accanto al presidente del Ppe Manfred Weber, rilancia l’unitarietà della risposta europea ricordando anche che sulla politica commerciale non sono previsti dalla legge comunitaria margini di manovra per i singoli Stati.  

Intanto la via del negoziato vede un primo bagno di realtà: il commissario europeo al Commercio Maros Sefcovic sente in videochiamata il suo omologo statunitense Jamieson Greer. Due ore di colloquio che si concludono con un “confronto franco”, classica formula per indicare un nulla di fatto. Si attende poi lunedì a Lussemburgo il primo vertice dei ministri europei per il commercio estero (per l’Italia c’è Tajani), alla ricerca di una linea comune. Nel frattempo le più autorevoli istituzioni economiche forniscono i primi numeri e sui danni prodotti dai dazi americani concordano tutti. Bankitalia taglia le stime sul nostro Pil: il +0,8% previsto per quest’anno cala al +0.6% e non migliora nei due anni successivi. Il governo aveva previsto un +1,2% per il 2025. Stessi pronostici negativi da Confindustria. Ma Bankitalia mette in guardia anche da eventuali ritorsioni che potrebbero aggravare la situazione e tranquillizza sulla tenuta degli investimenti e dei prezzi che per il 2025 salirebbero ‘solo’ dell’1,6%.  Anche la Bce segnala un calo di mezzo punto del Pil europeo, ma raccomanda ‘no controtariffe’ per mantenere questi limiti.

Fosche previsioni, le più intollerabili per Trump, vengono dalla Fed, la Federal Reserve, il cui presidente Jerome Powell prevede un rallentamento della crescita economica e un aumento dell’inflazione calcolata in rincari per 3.800 miliardi a gravare sulle famiglie. Per questo, nonostante l’insistenza di Trump, non intende abbassare i tassi di interesse e il tycoon americano non l’ha presa bene: “Taglia i tassi d’interesse Jerome – ha intimato – e smetti di fare politica”.

La prima e unica risposta concreta e tempestiva è arrivata dalla Cina. Pechino ha inflitto controdazi al 34% nei confronti degli Usa, scatenando l’ironia di Trump, che sbeffeggia: “Se la sono giocata male. Sono andati nel panico”. 

L’Europa invece aspetta, è prudente, prudentissima Meloni che continua a cercare un invito speciale nello studio Ovale. Gli americani fanno spallucce e il segretario del Commercio Howard Lutnik, ideatore del pacchetto dazi, a scanso di equivoci, mette le mani avanti: “Non importa se ci colpiscono, siamo il più grande cliente del mondo, perderanno”. Poi la doccia fredda su Meloni: “Noi trattiamo con la Ue, non con i singoli Stati, ma se Meloni vuole chiamare il presidente faccia pure”.  Lei non sembra intenzionata a fare tutto da sola, ma resta un alone di sospetto verso l’Italia, in Europa si teme che Roma possa fare scherzi con Washington e da Cernobbio anche il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha provato a tranquillizzare ricordando anche lui che l’Ue non consente accordi bilaterali sul commercio.

Restano le “conseguenze disastrose per milioni di persone in tutto il mondo”, ricorda Von der Leyen che poi, sconfortata, conclude: “Quel che è peggio, sembra non ci sia ordine in questo disordine”. E resta, avverte l’economista Martin Wolf in un’intervista a ‘la Repubblica’, che “lo zio Sam se n’è andato, non è più nostro zio. E l’Europa è pigra, grassa e addormentata. Deve svegliarsi”.

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