Natale dolce Natale. Purtroppo non è così per tutti e per molte ragioni, fra cui anche una ragione che si chiama usura. O meglio, aumenta il rischio usura. Perché in queste giornate dedicate all’Avvento, al rinnovo e a una generale riflessione sulla necessità di tornare a sperare in un mondo più umano attraverso il divino, si intensifica fra gli altri, anche il rischio terribile dell’usura?
Lo spiega, in una nota ricca di grafici e dati, l’Ufficio Studi della Cgia di Mestre, che parte da una considerazione che rappresenta molto bene la secolarizzazione del Natale: il rischio usura aumenta “per far fronte alle spese legate ai regali e ai consumi natalizi”.
In altre parole, è la pressione sociale che conduce all’incremento delle spese tutti, dai dipendenti con le loro (spesso misere) tredicesime, ai pensionati, agli artigiani e ai piccoli commercianti che non dispongono né di entrate certe né di tredicesima, giù giù fino all’ultimo precario magari sovraccarico di bollette arretrate da pagare. Insomma, regali, cene, doni e impegni sono percepiti spesso come doveri sociali, da assolvere comunque, anche nelle ristrettezze più nere. Una situazione, dicono i ricercatori dell’Ufficio Studi della Cgia, che “induce molte persone a ricorrere a prestiti per non deludere le aspettative, determinando un aumento dell’accesso al credito che frequentemente assume anche forme illegali”.
Del resto, i contorni della questione sono confermati da una recente indagine, citata dalla Cgia, commissionata dal noto sito FACILE .IT all’agenzia indipendente di ricerche di marketing Mup Research, da cui emerge che sarebbero 800mila gli italiani che sarebbero ricorsi nelle ultime settimane al credito al consumo, ovvero a finanziamenti o prestiti personali, per l’acquisto dei regali natalizi. Ed ecco la domanda che si pongono i ricercatori veneti: “Tutti hanno rivolto la propria richiesta a banche o istituti finanziari ufficiali, oppure alcuni hanno cercato sostegno presso “amici” o semplici “conoscenti”, accettando offerte potenzialmente rischiose?”.
Si apre così la porta contigua delle insolvenze. L’andamento di queste ultime segnala che aumentano i segnali di difficoltà che pesano in articolare sulle microimprese. Dopo il periodo pandemico dove era avvenuta una contrazione, da due anni a questa parte infatti i numeri dicono che le aziende con sofferenze sono tornate a crescere. “Al 30 giugno 2025 il numero complessivo ha sfiorato le 122mila unità (+3,6 per cento rispetto allo stesso periodo del 2024). La ripartizione territoriale più a rischio è il Mezzogiorno: qui si contano 42.032 aziende in sofferenza (pari al 34,5 per cento del totale) con un incremento percentuale rispetto l’anno prima del 6,3 per cento . Seguono il Nordovest con 29.780 imprese (24,4 per cento del totale), il Centro con 29.725 (24,4 per cento del totale) e infine il Nordest con 20.431 (16,8 per cento del totale)”, sottolineano dalla Cgia di Mestre.
Esaminando la questione più da vicino, torna a galla un paradosso che da sempre è stato denunciato dalla Cgia ma anche dagli stessi attori, ovvero i piccoli imprenditori. Fatto sta che “questa platea di cattivi pagatori è costituita in massima parte da lavoratori autonomi, artigiani, esercenti, commercianti o piccoli imprenditori che sono “scivolati” nell’area dell’insolvenza e, conseguentemente, sono stati segnalati dagli intermediari finanziari alla Centrale dei Rischi della Banca d’Italia”. Un vero e proprio stigma da reietto, dal momento che per legge, come ricorda la Cgia, “questa “classificazione” impedisce a questi operatori economici di accedere a un nuovo prestito”. E’ come servire la colazione su un piatto d’argento agli usurai: se l’imprenditore iscritto alla lista dei reprobi volesse accedere al credito, non ha alternative se non quella di ricorrere a forme diverse dal sistema bancario, con tutto ciò che questa “scelta” comporta.
Altro punto contraddittorio messo in evidenza dal report dell’Ufficio Studi della Cgia, è il fatto che, seppure si assista a un aumento del numero delle aziende insolventi, tuttavia si registra una diminuzione delle denunce per usura . La spiegazione, corroborata anche dalle forze dell’ordine, è in realtà semplice, se si pensa al fatto che il fenomeno è valutato solo in base alle segnalazioni ricevute. In altre parole, si denuncia poco rispetto ai casi di assoggettamento alla rete usuraria. Il perché è evidente: le reti criminali organizzate che esercitano l’usura come uno dei tanti mezzi per ottenere soldi e potere, sono in grado di far pagare caro il coraggio di chi denuncia, ed esercitano una fortissima costrizione psicologica sulle vittime, attraverso “intimidazioni preventive, quali danneggiamenti ai beni o, in casi più gravi, violenze fisiche e minacce rivolte anche ai familiari”. Un altro motivo che induce le persone a non denunciare è legato alla vergogna nell’ammettere di essersi lasciato incastrare in una situazione percepita anche come svilente della propria dignità.
Con un occhio alle ultime rilevazioni, emerge una situazione fortemente peggiorata a Grosseto, Arezzo, Siena e Siracusa. Adottando la lente a livello provinciale, “il numero più elevato di imprese segnalate come insolventi si concentra nelle grandi aree metropolitane”. Così, al 30 giugno scorso Roma era al primo posto con 10.664 aziende, al secondo Milano con 7.009, Napoli con 6.737, Torino con 4.885 e Firenze con 2.683. Un peggioramento, fanno notare i ricercatori della Cgia, che, a confronto con i 12 mesi precedenti, ha investito in particolare “Grosseto con il +20,9 per cento di imprese affidate con sofferenze (in valore assoluto +115)”, Arezzo con il +18,7 (+134), Siena con il +17,2 (+98), Siracusa con il +15,8% (+118) e Ragusa con il +14,7 (+99).
Riprendendo il tema della black list della Centrale dei Rischi in cui finiscono gli imprenditori insolventi e che impedisce loro quasi totalmente di beneficiare di aiuti economici dal sistema bancario spalancando al porta al ricorso all’usura pena la chiusura, la CGIA continua a chiedere “il potenziamento delle risorse a disposizione del “Fondo di prevenzione dell’usura” . Strumento, quest’ultimo, in grado di costituire l’unico valido aiuto a chi si trova in questa situazione di vulnerabilità”. Anche perché, sottolineano dalla CGIA, gli imprenditori che vengono segnalati alla Centrale Rischi della Banca d’Italia “non sempre lo devono a una cattiva gestione finanziaria della propria azienda. In moltissimi casi, questa situazione si verifica a seguito dell’impossibilità da parte di molti piccoli imprenditori di riscuotere con regolarità i pagamenti dei propri committenti o per essere “caduti” in un fallimento che ha coinvolto proprio questi ultimi”.
Fra gli elementi che rafforzano il rischio usura, la Cgia chiama in causa anche la stretta creditizia, ricordando che, non considerando gli anni della pandemia che fanno storia a sé,” dal 2011 ad oggi sono crollati i prestiti bancari alle imprese italiane. A fronte dei 1.017 miliardi di euro erogati verso la fine del 20116 , siamo scesi a poco più di 711 miliardi nel febbraio 2020 (inizio pandemia)”. Tralasciando il periodo Covid, in 12 anni, rispetto al picco massimo erogato nel 2011, “le imprese hanno perso 350 miliardi di prestiti bancari, pari al -34,4 per cento”. Fra le cause di questa caduta, la ricerca annovera gli “effetti della crisi dei debiti sovrani (2012-2013), le restrizioni normative imposte dalla BCE alle banche per limitare la proliferazione degli NPL7 e, in parte, anche il calo della domanda di credito”. I rischi legati alla chiusura del credito sono evidenti a tutti, in particolare quando a trovarsi a corto di liquidità sono piccole e piccolissime imprese o lavoratori autonomi. Il brodo di coltura dell’usura, al di là di ogni giudizio, è adeguatamente aiutato a svilupparsi dalla chiusura dei rubinetti creditizi.