Danza: cigni e fauni, simboli immortali anche di un sogno contemporaneo

Tre debutti della MM Contemporary Dance Company a Reggio Emilia

Sono importanti debutti quelli che la MM Contemporary Dance Company presenta al Teatro Ariosto di Reggio Emilia per il Festival Aperto. Tre pezzi d’autore che rivisitano con piglio contemporaneo il repertorio otto novecentesco nel Faun e ne La morte del cigno di Sidi Larbi Cherkaoui, direttore del Balletto Reale delle Fiandre, e nell’Atto bianco di Enrico Morelli. 

Faun, rappresentato per la prima volta nel 2009 al Salder’s Wells di Londra in occasione dei 100 anni dalla fondazione dei Balletti Russi di Diaghilev, entra nel repertorio della Compagnia reggiana di Michele Merola e si ispira all’ Après-midi d’un faune diSono importanti debutti quelli che la MM Contemporary Dance Company presenta al Teatro Ariosto di Reggio Emilia del 1910 su musica di Debussy. Un capolavoro oleografico che Sidi Larbi Cherkaoui riduce ai soli del Fauno, il conturbante e animalesco Giuseppe Villarosa, a quelli della Ninfa, un’elegante e suadente Aurora Lattanzi, e ai loro fisici e sensuali incontri. Una coinvolgente perfomance che viene esaltata dai semplici costumi di Nuvia Valestri e scivola sulla partitura originale e sulle musiche orientaleggianti di Nitin Sawhney, che bene si sposano con le sonorità di Debussy.

Lo sfondo nero iniziale, in cui inondato di luce appare il Fauno dormiente, diventa con l’arrivo della Ninfa una foresta attraversata dal soffuso light design di Adam Carrée e mentre lui esegue la sua danza ferina tra torsioni e involuti passaggi, la dea dei boschi lo attrae con la sue ammalianti movenze. D’effetto sono i loro duetti immersi nel caldo chiarore e nell’andamento mosso della coreografia entrambi danno vita a plastici grovigli fino alla statuaria posa finale con il Fauno in piedi di spalle al pubblico e la Ninfa semi distesa e girata verso la platea.

La creazione tra gli applausi conferma la levatura autoriale del pluripremiato artista belga che nella sua poetica fonde estetiche espressive occidentali e orientali e usa il corpo e gli spazi in simbiotica comunione.

In La morte del cigno il dancemaker si lancia in un’ardita rivisitazione del lirico e struggente assolo di Michel Fokine del 1901, su musica di Camille Saint-Saëns, che diventa un potente quartetto che si muove sulle note del compositore francese e su quelle di Alexandre Dai Castaing, caratterizzate dal suono ritmico e profondo del tamburo basso della batteria e da suggestivi intermezzi vocali.

Il pezzo, avvalendosi dei costumi di Veerle Van den Wouwer e di Sidi Larbi Cherkaoui, si apre come da tradizione con il cigno a terra, una vibrante e piumata Giorgia Raffetto, ma la Morte incombe nell’ingombrante presenza di tre lugubri figuri, Mario Genovese, Paolo Giovanni Grosso, Nicola Stasi, che al suono dei tamburi e del canto cominciano il ballo delle morte a cui il cigno non sfuggirà. La coreografia, in prima assoluta, si snoda tra aggrovigliate prese che quasi assimilano il cigno a Cristo prima e dopo la deposizione e nel richiamo iconografico, accentuato dalla luminosità di taglio di Gessica Germini, si ravvisano le atmosfere di certi dipinti di Caravaggio e la loro sacralità. In questa Morte del cigno Sidi Larbi Cherkaoui sembra voler rappresentare la metafora della nostra esistenza e il suo l’ineluttabile destino a cui solo la bellezza può opporsi.

Tra classici bourrées e chaînés eseguiti sulle punte – un’ardua prova per una danzatrice contemporanea – il cigno lotta per la sua vita ma la Morte è implacabile e alla fine l’animale si abbandona sommerso dai petali rossi e schiacciato dai dissonanti “bum bum” dei tamburi, a cui rispondono i calorosi applausi del pubblico.

La serata si chiude con la prima dell’Atto bianco di Enrico Morelli, danzatore e accreditato autore che dal 2004 fa parte della MM Contemporary Dance Company in qualità di maître de ballet, maestro ripetitore e coreografo.

Il lavoro prende ispirazione dal celeberrimo balletto il Lago dei cigni di Petipa su musica di Čajkovskij ma il colore bianco, da simbolo di purezza, diviene emblema di tregua e di resistenza in una realtà, quella odierna, attraversata da dolorosi conflitti e da quella «banalità del male» che addormenta le nostre coscienze. Quelle coscienze che Morelli vuole risvegliare sventolando un’enorme bandiera bianca che connota la coreografia.

La voce recitante di Jacobo Trebbi apre l’Atto bianco che si sviluppa sul mélange sonoro creato dalla musica di Čajkovskij e da quella elettronica di Giuseppe Villarosa e gli undici interpreti, in morbidi e candidi vestimenti disegnati da Morelli e Nuvia Valestri, danzano seguiti dalle luci di Gessica Gelmini. La coreografia, specie nella seconda parte, privilegia la coralità delle sequenze che è il pregio di questa mise en danse intervallata da soli, duetti, terzetti e catene di corpi che si congiungono e si separano. E se la musica di Čajkovskij è rivissuta, lo sono altrettanto alcune scene famose del Lago di Petipa e alla fine i bravi protagonisti si radunano sotto la salvifica bandiera.

La voce di Trebbi annuncia che la spettacolo è finito e avverte che «la tregua è solo un respiro e la pace non è un sogno ma solo assenza di rumore». Le luci si spengono e resta il confortante plauso degli spettatori.  

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