Over 50, la silver economy come risorsa significativa per il futuro

Il peso economico degli ultra 50enni è pari al 31,46% del PIL 2023

Un impatto, quello che si sta producendo sul sistema economico e sociale italiano ed europeo grazie all’aumento dell’età media e alla diminuzione della natalità, che da tempo è stato preannunciato, ma che in realtà non è riuscito ad arrivare tra le priorità dell’agenda della politica nazionale che, ad ora, non ha mai progettato (se non a livello regionale e con i limiti connessi alla legislazione regionale), un vero piano per gestire un problema che rappresenta una svolta  epocale. Servono tuttavia due condizioni: la prima, capire quale società l’Italia (e l’Europa) vuole costituire nei prossimi decenni, e la seconda, accogliere nella propria idea di futuro l’ipotesi che i “vecchi” diventino risorsa; il che significa cose molto precise, come indica il professor Claudio Lucifora (Università Cattolica, IRPET e Age-It), nella sua relazione nel corso del I Seminario che l’Irpet con Age-It ha realizzato sul tema.

Il Seminario, che ha visto nella doppia veste di relatori e chair Nicola Sciclone, il Direttore di Irpet e lo stesso Lucifora oltre a tantissimi ricercatori e studiosi, ha anche sfatato alcuni luoghi comuni.

Fra questi, senz’altro il convincimento che il cosiddetto inverno demografico più o meno diffuso ormai in tutta Europa sia legato all’occupazione e al reddito femminile. In altre parole, la donna che lavora, nell’immaginario collettivo principalmente italiano,  non vuole avere figli (o non può). Dai dati, italiani e europei, emerge invece che in uno scenario che vede salari bassi, precarietà lavorativa, costi della vita in aumento e costi dell’abitare sempre più alle stelle, è proprio un’occupazione stabile e un reddito adeguato da parte di entrambi i componenti della coppia a fare la differenza fra avere un figlio o non averlo.

“Tra il 2017 e il 2020, le famiglie italiane con due adulti e almeno un figlio minorenne hanno speso in media oltre 640 euro al mese per ciascun figlio, circa un quarto del bilancio familiare medio – si precisa ne “La relazione tra fecondità, condizione occupazionale e reddito”, relatore Carlos J. Gil-Hernández (condotta oltre che dal relatore, da R. Guetto, D. Vignoli, DISIA Università di Firenze;   M.L. Maitino , L. Ravagli IRPET) – Tra le famiglie, la nascita di un figlio rappresenta anche un momento di forte ridefinizione delle risorse economiche e degli equilibri interni. Diventare genitori rimane un momento cruciale che amplifica le disuguaglianze di genere nel mercato del lavoro ed è il principale fattore che alimenta il divario retributivo, poiché, dopo la nascita del primo figlio, il reddito femminile tende a ridursi e a restare stabilmente inferiore a quello maschile”.

Anche perché spesso e volentieri le scelte sono poche, per la donna, e spesso si decide di restare a casa per accudire il figlio (la mancanza di strutture è fondamentale) o si passa al part-time, con la deprivazione dello stipendio. Ciò comporta che la disuguaglianza di genere ha due facce, con la nacita di un figlio: è di opportunità lavorativa e di stipendio. Un meccanismo che però sta andando in crisi, in particolare per la presenza di stipendi bassi, come in Italia, e di un aumento sempre più veloce del costo della vita (e dell’abitazione). Tuttavia, anche in Paesi come quelli nord europei, dove il welfare continua a tenere con l’aiuto alle famiglie , la fecondità è in calo.

Tornando all’Italia, ecco il calo in numeri (indagine Istat, marzo 2025): nel 2024 i nuovi nati sono stati circa 370mila, cioè 10mila in meno rispetto al 2023, con una riduzione del 2,6% in un solo anno. Rispetto al 2008 il calo è di oltre 200mila nati. Fra le cause strutturali, è significativo un dato: sono diminuiti i potenziali genitori, perché l’attuale generazione di adulti in età riproduttiva è meno numerosa di quelle precedenti; inoltre, è diminuita la fecondità rispetto al passato: il tasso di fecondità nel 2024 è stimata in 1,18 figli per donna, sotto quindi il valore osservato nel 2023 (1,20) e inferiore al precedente minimo storico di 1,19 figli per donna registrato nel 1995 (dati Openpolis).

La denatalità è solo una parte della tenaglia, dal momento che l’altra faccia è l’invecchiamento della popolazione. Secondo i dati Istat, nel 2025 in Italia risiedono 58,9 milioni di persone, di cui circa il 25% over 65 anni. Nel 2050 la percentuale salirà al 35%. Inoltre, l’aspettativa di vita in Italia rimane tra le più alte in Europa, 83,4 anni. Un segnale della crescita della consapevolezza del mutamento di peso della fascia anagrafica degli over 50, è giunto dall’Assemblea Mondiale della Sanità dell’OMS, che nel 2020 ha proclamato il periodo 2020-2030 come il “Decennio dell’invecchiamento in salute” (Decade of Healthy Ageing 2020-2030). L’iniziativa ha avuto il merito da un lato di promuovere un’agenda globale per il miglioramento delle condizioni delle persone anziane, e dall’altro di metterci di fronte alla necessità di un cambiamento culturale, per cui, come ha spiegato il professor Lucifora, “l’invecchiamento non deve essere visto solo come un costo, ma anche come una risorsa e un’opportunità. La popolazione senior gioca un ruolo vitale nella società e nell’economia: molti continuano a lavorare o a gestire imprese, tutti sono consumatori e risparmiatori e una parte significativa detiene una quota rilevante della ricchezza accumulata. Questo insieme di attività economiche, che risponde alle esigenze e alle preferenze delle persone anziane, è stato definito dagli economisti come “Silver Economy” o economia d’argento”.

La Silver economy – In primo luogo, la silver economy ha una natura trasversale, che tocca consumi e alimentazione, risparmi, finanza e assicurazioni, edilizia abitativa, tecnologie innovative (inclusa la gerontecnologia), salute (con particolare attenzione all’e-health), sport, comunicazioni, tempo libero e viaggi, come ricorda Lucifora. “Si tratta di un settore dalle enormi potenzialità, spesso sottovalutate, ma che la Commissione Europea prevede in forte crescita nei prossimi anni. Per esempio, la spesa pubblica nell’UE per l’assistenza sanitaria e per la cura degli anziani potrebbe superare rispettivamente i 1.600 miliardi di euro e i 1.200 miliardi di euro entro il 2025 (Commissione Europea, 2024). Inoltre, la ricchezza privata detenuta dalla popolazione senior è spesso sottoutilizzata, rappresentando un’opportunità ancora in gran parte inesplorata. Se si considerano le risorse pubbliche e quelle disponibili nei mercati legati alla popolazione “silver”, il potenziale economico complessivo potrebbe superare i 2.500 miliardi di euro, con un impiego di forza lavoro stimato in oltre 37 milioni di persone. Alcuni analisti arrivano persino a ipotizzare che, se fosse una nazione, la Silver Economy si collocherebbe al terzo posto tra le economie mondiali, dopo Stati Uniti e Cina”.

I numeri italiani – Tornando ai dati ISTAT,  nel 2023 la popolazione silver rappresenta una platea totale costituita da 28 milioni di over 50, circa il 47% della popolazione, con gli ultra 65enni che rappresentano il 23,7%, pari a circa 14.1 milioni di persone di cui, come precisa Lucifora, oltre la metà donne. “Dai dati dell’Indagine sui bilanci delle famiglie condotta dalla Banca d’Italia (2022), risulta che il patrimonio medio della popolazione silver possa essere stimato intorno ai 330.000 di euro. In pratica, moltiplicando la ricchezza media per la popolazione residente, pari a 28 milioni di individui, si può ottenere una stima della ricchezza totale della popolazione silver di 9.231 miliardi di euro, pari a circa il 53% della ricchezza totale”. Una ricchezza composta di voci diverse,  che risulta ripartita per 1.898 miliardi di euro (20,56%) in attività finanziarie ovvero depositi, titoli di stato e altri titoli, e per 7.565 miliardi (84,94%) in attività reali, quindi immobili, aziende, oggetti di valore.” A questo si aggiunge un reddito spendibile netto annuo stimato di circa 1.068 miliardi di euro (al netto di contributi e imposte, ma comprendente anche i proventi da patrimonio mobiliare e immobiliare o partecipazioni) – continua il professore –  data la loro solidità patrimoniale, i silver rappresentano una componente importante della spesa in beni e servizi, con un contributo sostanziale al PIL”.

Ovvero, quanto pesano sul Pil gli over 50? “Secondo le stime a partire dai dati ISTAT (Indagine sulle Spese delle Famiglie) basate sul modello della spesa, il peso sul PIL degli ultra 50enni avrebbe un valore stimabile lordo di 655 miliardi di euro, pari al 31,46% del PIL italiano nel 2023”. Se questa è una stima “lorda” che include sia la spesa privata sia le componenti pubbliche, il valore netto, “escluse quindi le componenti sanitarie a carico del sistema sanitario nazionale” è di circa 615 miliardi di euro. In definitiva, “la spesa della popolazione over 50 contribuisce all’occupazione e al reddito da lavoro per 9,5 milioni di lavoratori -calcolato come il rapporto tra PIL generato e valore aggiunto per lavoratore nei settori di riferimento”.

Total
0
Condivisioni
Prec.
Prima seduta di giunta, Giani presenta gli assessori

Prima seduta di giunta, Giani presenta gli assessori

Fra le nuove deleghe anche il diritto alla felicità (alla Manetti)

Succ.
Ossa del passato, Bones, per un inquietante Tomorrow

Ossa del passato, Bones, per un inquietante Tomorrow

La mostra di Andro Erazde conturba e affascina, è permanenza e trasformazione

You May Also Like
Total
0
Condividi