Governo fra due fuochi: la sfida di Vannacci, il sarcasmo di Trump

Il generale ha già superato la Lega e messo in crisi la destra moderata
EP Plenary session – Commission statement – Continued financial and military support to Ukraine by EU Member States

La ‘feccia’ cresce, la ‘sporca dozzina’ gonfia il petto, accorrono i ‘figli di nessuno’, ‘i reietti’ chiamati a raccolta dal generale Roberto Vannacci per ingrossare le fila del suo Futuro Nazionale. Crescono nei sondaggi, l’ultimo li dà al 5,8% e hanno superato la Lega di Salvini, dalla cui costola sono nati appena tre mesi fa. Ora fanno paura, creando scompiglio non solo nel partito che li ha generati, ma anche fra i Fratelli d’Italia e fra i berlusconiani.

Cominciò tutto tre anni fa, con un libro autoprodotto, ‘Il mondo al contrario’, pieno di concetti degni della migliore ‘feccia’, infarciti di omofobia, razzismo, sessismo, tanto che lo Stato maggiore dell’esercito destituì Vannacci dalla guida dell’Istituto Geografico Militare. E qualche mese dopo, a febbraio 2024, fu lo stesso ministro della Difesa Guido Crosetto a ‘sospendere’ il generale dalle sue funzioni per quelle idee considerate ‘lesive del prestigio dell’Amministrazione militare’. Ma quelle idee già spopolavano e lui non mollò. Così comincia la sua seconda vita in politica, invitato dal ‘Capitano’ leghista Matteo Salvini, che ha fiutato l’affare arruolandolo e proponendogli un seggio alle ultime elezioni europee. Seggio diventato d’oro, con quei cinquecentomila voti che hanno miracolato la Lega in crisi di consensi e avviato il generale a una fulminante carriera politica. ‘Il mondo al contrario’, sempre nel cuore, è diventato una bussola per il nuovo Vannacci militante e nessuno allora avrebbe immaginato che quei concetti arditissimi sarebbero diventati, con un adeguato restyling, cornice ideologica e piattaforma politica del suo ‘Futuro nazionale’.

Ed eccoci alla terza vita del generale, quella in solitario, dopo aver mollato la Lega e tutta “la destra annacquata”, alla conquista  della “destra pura”. Così, in purezza, Vannacci ha dato l’addio a Salvini dopo aver giurato che non l’avrebbe mai tradito e ha costruito la sua prima ‘sporca dozzina’ in Parlamento, con fuoriusciti leghisti e meloniani più o meno in disgrazia. Ed è partito lancia in resta, pescando dove poteva nuovi ‘reietti’,  fino all’assemblea costituente di Futuro Nazionale, a Roma il 13 e 14 giugno scorso. Una due giorni di destra profonda, dove sono state dette “parole luride”, come le ha definite l’ex magistrata ora parlamentare leghista, Simonetta Matone. La prima parola d’ordine, di bandiera, è ‘Remigrazione’, che riconnette il generale ai sovranisti più estremi europei, i neonazisti di Afd, Vox in Spagna, il Partito della Libertà Austriaco (FPÖ), Fidesz in Ungheria, in una internazionale dell’odio verso lo straniero a cui Vannacci ha aggiunto il tassello italiano: “Chi viene da noi deve sapere che non ci rimarrà, non avrà vita facile a casa nostra, non avrà sussidi, non avrà la possibilità di fare la bella vita che stanno facendo adesso. Verranno presi provvedimenti per farli stare male da noi”. E’ programma di governo, questo, non parole da comizio o da talk show, il generale ha già pronta una proposta per limitare al 4% la popolazione straniera in Italia. E’ la Remigrazione delle espulsioni forzate, della deportazione dei migranti e anche dei loro discendenti.

All’assemblea costituente di Futuro nazionale si è saputo anche che il generale darà battaglia a Bruxelles, all’Europa dei diritti e del Green Deal. Si è spostato nel gruppo ESN (Europa delle Nazioni Sovrane), fondato da Alternative für Deutschland (AfD), che supera a destra i Patrioti dove stava il primo Vannacci, con la Lega. Si è saputo anche che la ‘feccia’ vuole abolire il reato di femminicidio perché è un semplice omicidio, e vuole le donne preferibilmente a casa a far figli, così lasciano posti di lavoro agli uomini, che ce n’è un gran bisogno. E saranno incentivate a far figli con il reddito di maternità, altro che reddito di cittadinanza. C’erano 1700 persone ad acclamare il generale, i ‘cari camerati’, tutti in piedi a cantare con lui la preghiera del paracadutista, tutti esaltati dalle sue parole, in connessione con i ‘camerati’ di Casapound che, nelle stesse ore, con tutta la destra estrema raccattabile in Italia, per le strade della Capitale inneggiavano al duce col saluto romano, in un delirio nostalgico e liberatorio. Perché Vannacci anche questo ha fatto, li ha sdoganati tutti, ha abbattuto ogni pudore democratico, ma soprattutto ha reso possibile, attuale e competitivo, il suo programma politico.

Ed è la politica della destra di governo la più terremotata dall’irruzione vannacciana. Con la sua discesa in campo, il generale colpisce il cuore della maggioranza, mettendo in crisi quella compattezza che in quattro anni non si era mai incrinata, nonostante le evidenti divergenze dentro la coalizione e gli attacchi di una opposizione agguerrita. Con questa ‘feccia’ Giorgia Meloni dovrà fare i conti, è stata messa davanti a una drammatica alternativa: o imbarca il generale nell’alleanza, o lo lascia fuori, a correre da solo. E sono problemi in entrambi i casi. Senza Vannacci il centrodestra rischia seriamente di perdere le elezioni. Imbarcandolo, Meloni può vincere, ma a che prezzo? Sarà sempre sotto la cappa di una destra radicale che la allontanerà dall’Europa e forse anche dalla nostra Costituzione, annullando gli sforzi fatti in questa legislatura per accreditarsi come conservatrice moderata.

Ma Giorgia Meloni deve fare i conti soprattutto con gli smottamenti dei due principali partiti alleati, in primis la Lega, svuotata dal generale che aveva nutrito e allevato alla scuola sovranista e che ora li supera a destra. Per Matteo Salvini è un nervo scoperto, ne parla poco e malvolentieri, su questo si è inimicato gran parte dei governatori del Nord e c’è grande malcontento nella base del partito, in crollo di consensi e diviso. Lui, il capitano indiscusso, in sella da 13 anni, sta attraversando la sua crisi più nera. Tace, abbassa i toni, è arrivato perfino ad un’inedita autocritica confessando che su Vannacci “ho fatto, abbiamo fatto degli errori”. Intanto si discute sul da fare, si parla di minisegreteria, cabina di regia, doppio partito, quello dei governatori, Luca Zaia in testa, con i federalisti del Nord e quello dei sovranisti del Sud. E il ‘cerchio magico’ rilancia, proponendo Salvini al Viminale e assicurando che il Ponte sullo Stretto si farà. Ma tutto è fermo, è saltato anche il Consiglio federale. “Stiamo vivendo una fase di distruzione creativa” è stata la sintesi di uno storico esponente del Carroccio, Massimo Garavaglia, ex ministro del governo Draghi, ora senatore, che ha aggiunto: “Sembriamo il Pd, c’è un vero casino”. Quanto a Vannacci: “L’unica cosa buona è che adesso non siamo più noi i fascisti. E io, totalmente antifascista, ora sono più sereno”. In questo caos immobile naviga la Lega del post Vannacci, in attesa di prendere qualche decisione durante il ritiro del 4 e 5 luglio a Treviso, fino al raduno di Pontida il 20 settembre dove si capirà se la stagione di Salvini è davvero conclusa.

Anche Forza Italia non è messa bene, la salda posizione in Europa con i Popolari, le spinte verso i diritti civili sotto l’ala più moderata e agguerrita di Marina Berlusconi pone gli ‘azzurri’ in aperta rotta di collisione con Vannacci, un’incompatibilità dichiarata e reciproca che non potrà essere ricomposta in una eventuale futura alleanza di governo. Ma nei sondaggi il generale tallona anche loro pescando consensi fra i più sensibili alle istanze della destra ‘pura’.

In questo mare agitato naviga Giorgia Meloni, i suoi Fratelli d’Italia sembrano gli unici a resistere nei sondaggi al ciclone Vannacci, ma cominciano le defezioni perché il richiamo a una destra più muscolare solletica da sempre la base del partito con la fiamma. Lei, la premier mantiene un aplomb istituzionale, minimizza e quando, a margine del G7, le chiedono se si alleerà con Vannacci, scarica su di lui la scelta, perché “quando si vota cinque volte contro la fiducia al primo governo della storia guidato da una persona di destra, non si vuole dare una mano, dopodiché vedo una certa funzionalità per la sinistra”. E’ il richiamo al voto utile con cui Meloni sembra voler impostare la sua prossima campagna elettorale per disinnescare il generale. E si mostra ottimista: “Io ho imparato che la politica non è mai aritmetica. Penso che il modo migliore per vincere le prossime elezioni sia governare bene, il resto sono alchimie”.

Ma non è proprio così, il fattore Vannacci ha innescato una rincorsa a  destra non dichiarata, non esplicita, ma evidente. A cominciare dall’enfasi, mai usata negli scorsi anni, con cui la presidente del Consiglio il 22 maggio ha commemorato lo storico fondatore del MSI Giorgio Almirante, per arrivare all’ultimo attacco contro gli organizzatori della Fiera dei piccoli e medi editori di Roma, ‘Più libri più liberi’ accusati di esigere “patentini antifascisti” dai partecipanti. Anche sul piano parlamentare Futuro nazionale comincia a colpire. Ha costretto il governo a dare parere favorevole a un suo ordine del giorno per delegare esclusivamente al personale medico militare e della Polizia il controllo sullo stato di salute del cittadino straniero in caso di rimpatrio. Ma il passaggio più eloquente della nuova deriva sovranista si è avuto a Bruxelles dove, grazie a una maggioranza ‘non Ursula’ e inedita di Popolari, Conservatori e Patrioti, incluso il gruppo Esn con Vannacci, è stato dato il via libera al regolamento sui rimpatri, integrando il Patto di migrazione e asilo già in vigore. Prima che il generale trionfante annunciasse che “è cominciata finalmente la remigrazione”, una entusiasta Giorgia Meloni si era già attribuita gran parte del merito definendolo “un provvedimento storico, una rivoluzione del governo italiano e dei conservatori europei nella lotta all’immigrazione illegale”. 

Intanto dal G7 in Francia, conclusosi nell’armonia generale siglata dopo una esaltata reunion  fra Trump e gli alleati storici dell’Occidente, la presidente Meloni aveva fatto un altro passo importante per ribadire che l’amico Donald non ha mai smesso di essere amico, con  un messaggio implicito anche al generale: giù le mani dal trumpismo, è il nostro brodo di coltura, “il nostro rapporto era e resta solido”, dichiarava ufficialmente, mentre i giornali della destra di governo  titolavano: “Giorgia e Donald, è di nuovo amore”. Sono passate solo poche ore e lo sceriffo della Casa Bianca ha inferto, a freddo e inaspettata, una ulteriore e impensabile picconata alla nostra presidente del Consiglio. Altro che nuovo amore, “mi ha implorato di fare una foto – ha detto a un giornalista italiano che lo intervistava-  non l’avrei fatta, ma la voleva così tanto, alla fine mi ha fatto pena”. Una doccia freddissima alla quale Meloni ha risposto subito in un video da Bruxelles, dove è in corso il Consiglio europeo: “Sono dichiarazioni totalmente inventate, sono francamente allibita”. Ma Trump, conclude inflessibile, “una cosa se la deve ricordare: io e l’Italia, non imploriamo mai”. Per tutta risposta, qualche ora dopo, parlando alla Nbc, il presidente Usa rincara la dose: “Meloni era una mia fan, ma non la voglio, non c’è stata per lo stretto di Hormuz”. 

E’ un attacco talmente pesante da fare intervenire tutte le alte cariche istituzionali, italiane ed europee, a cominciare dalla presidente Von der Leyen e dal presidente Macron che si dicono solidali. In Italia anche Mattarella chiama Giorgia Meloni esprimendole solidarietà, come si dicono indignati i presidenti delle Camere e tutti i leader dell’opposizione. E’ uno dei punti più bassi nelle relazioni italo americane, tanto che il ministro degli Esteri Antonio Tajani annulla la visita negli Stati Uniti prevista per i prossimi 21 e 22 giugno.

Vannacci è l’ultimo a farsi sentire, ci pensa qualche ora prima di condannare le uscite di Trump e lo fa a petto in fuori, da par suo: “Meloni rappresenta tutti, la patria non si svende e non si implora nessuno. Fieri delle nostre radici, fermi nelle nostre posizioni. Sempre”. Ma dietro le quinte il generale continua a preparare la sua scalata contro la destra annacquata nel nome della destra pura.

“E non c’è bisogno – mette in guardia il filosofo Massimo Adinolfi – di chiedersi se sia vera gloria o semplice buffonata perché, come insegnava Monicelli, anche la marcia su Roma fu una pagliacciata, ma riuscì”.

In foto Roberto Vannacci

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