La guerra in corso nel golfo Persico influenza direttamente il controllo energetico e il traffico mercantile globale. Dallo Stretto di Hormuz transita una quota rilevante di petrolio e gas. Iran, Oman, Emirati Arabi Uniti e Qatar gestiscono porti strategici e giacimenti offshore. Le dispute territoriali sulle isole tra Iran ed Emirati alimentano l’instabilità, mentre gli attacchi iraniani hanno bloccato produzione e aumentato i costi assicurativi delle navi.
Sintomatico il fatto che i Lloyd’s di Londra abbiano designato il Golfo Persico come zona di guerra, rendendo difficile l’assicurazione delle navi. Numerosi attacchi hanno bloccato migliaia di imbarcazioni, la chiusura dello Stretto annunciata da Mojtaba Khamenei ha fatto aumentare i prezzi di petrolio e gas in Europa. L’intervento dell’Agenzia internazionale dell’energia non è riuscito a stabilizzare i mercati e Iraq, Kuwait ed Emirati hanno ridotto la produzione; la deviazione del greggio tramite oleodotti alternativi è solo parzialmente efficace.
L’isola di Kharg è salita alla ribalta delle cronache, in quanto, essendo vicina allo stretto, è strategica per l’Iran. Da lì passano il 90% delle esportazioni petrolifere oltre che vulnerabile dal punto di vista militare, come dimostrano gli attacchi recenti. Il suo controllo avrebbe conseguenze economiche e geopolitiche rilevanti.
Nonostante oltre dieci giorni di attacchi, si legge che il terminale continua a esportare milioni di barili verso l’Asia, soprattutto la Cina. Un attacco diretto o un’occupazione militare potrebbero destabilizzare il mercato mondiale e bloccare l’economia iraniana. Kharg resta così centrale nelle tensioni tra Iran e Stati Uniti e nei futuri scenari energetici globali.
A livello globale, la crisi energetica si ripercuote anche sulle scelte politiche: l’Unione Europea non considera il petrolio russo tra le alternative, mentre gli Stati Uniti hanno autorizzato l’acquisto di quello precedentemente bloccato. La Cina, dal canto suo, ha aumentato le scorte di petrolio iraniano ma resta comunque esposta a una crisi prolungata. Il gas naturale, però, rappresenta la questione più delicata. Il Qatar, principale fornitore dell’Italia, ha sospeso la produzione in seguito agli attacchi, lasciando le famiglie italiane in bilico sull’incertezza delle bollette e creando nuovi problemi alle filiere produttive nazionali. In questo quadro, la crisi nel Golfo, insieme a quanto sta accadendo nei passaggi strategici di Suez e Bab al-Mandab, mette in luce la forte dipendenza energetica dell’Italia e la necessità di prepararsi a possibili interruzioni delle forniture. Vengono in mente i dibattiti circa l’importanza di una politica energetica nazionale di lungo periodo, tornano sempre di moda in momenti di crisi energetica come questo, salvo poi sparire dal dibattito interno per anni.
In questi giorni ci chiediamo che impatto avrà la guerra in Iran sul business globale, se siamo tornati a uno shock petrolifero stile anni ‘70, o a una crisi finanziaria come quella del 2008.
Le ultime analisi dell’Istat di marzo 2026 non lasciano spazio a dubbi: il conflitto sta mettendo sotto pressione l’economia mondiale e le prospettive di crescita per l’Italia sono sempre meno rosee. L’Istat ha infatti corretto al ribasso le previsioni di crescita, evidenziando come l’instabilità in Medio Oriente sia un vero e proprio ostacolo per il sistema economico internazionale. Per il 2026 si attende un rallentamento del PIL globale, mentre per il nostro Paese la crescita prevista per il 2025 (+0,3%) è ora fortemente minacciata dalla situazione geopolitica, riducendo ulteriormente le possibilità di sviluppo.
Già a febbraio 2026 si iniziava a vedere l’effetto della crisi: l’inflazione cresceva dell’1,6% su base annua, spinta soprattutto dai servizi ancora prima che la guerra colpisse i beni energetici. L’Istat sottolinea che tutto dipenderà da quanto verranno compromesse le infrastrutture energetiche e di trasporto. Nel frattempo, i prezzi delle materie prime, incluso il grano, stanno salendo a causa della precarietà delle rotte commerciali internazionali.
Le associazioni di categoria stimano che la guerra costi all’economia italiana circa 80 milioni di euro al giorno. I settori dell’export verso l’Iran, in particolare nautica e macchinari industriali, subiscono le perdite più pesanti. Il Governo italiano, per cercare di arginare l’aumento dei prezzi del carburante, ha autorizzato il rilascio di 10 milioni di barili dalle riserve nazionali di petrolio.
Ma gli effetti della crisi non si fermano ai confini italiani: secondo Istat e altri osservatori internazionali, i rischi sistemici sono alti e la chiusura dello Stretto di Hormuz rappresenta una minaccia concreta per il 20% delle forniture mondiali di petrolio e gas naturale liquefatto. L’export italiano verso i paesi del Medio Oriente rischia perdite tra i 20 e i 27,8 miliardi di euro. I settori più colpiti sono soprattutto quelli dei macchinari industriali, della gioielleria e dell’abbigliamento, con tempi di consegna sempre più lunghi.
Lo scenario nell’Eurozona non è più rassicurante: si prevede che l’inflazione possa superare il 3% nel 2026, soprattutto per l’aumento dei costi energetici. L’Asia, che dipende fortemente dal Golfo, è quella che rischia di più, mentre il PIL dell’Iran potrebbe subire una contrazione superiore al 10% e l’inflazione interna aveva già superato il 48% prima dell’esplosione della crisi.
Le compagnie aeree sono costrette a cambiare rotte a causa della chiusura degli spazi aerei nel Golfo, con voli tra Europa e Asia che diventano più lunghi e costosi. Il blocco simultaneo di passaggi strategici come Hormuz e Suez mette a rischio quasi un terzo del commercio marittimo mondiale di petrolio, creando ritardi a catena nelle forniture. Anche materiali fondamentali come elio, fertilizzanti, alluminio e metalli preziosi sono minacciati.
Istat e gli analisti della logistica considerano l’impatto sulla supply chain globale estremamente critico: più di 170 navi portacontainer sono bloccate nel Golfo Persico, le principali compagnie di navigazione hanno sospeso le rotte e nei porti dell’Oceano Indiano si crea congestione. Le tariffe di spedizione dall’Asia verso il Medio Oriente e l’Europa sono aumentate fino al 56% in pochi giorni. Anche il settore aereo soffre: il prezzo del carburante è raddoppiato e il trasporto merci sensibili ai tempi è nel caos.
C’è inoltre il rischio di una carenza di elio, indispensabile per la produzione di semiconduttori, mentre il prezzo dei fertilizzanti continua a salire. Il conflitto sta bloccando la catena globale di approvvigionamento dei fertilizzanti: molte fabbriche sono ferme e oltre 1,1 milioni di tonnellate di prodotti, compresi oltre mezzo milione di tonnellate di urea, restano bloccati nella regione del Golfo. La diminuzione delle esportazioni tramite Hormuz complica la produzione agricola mondiale, mette a rischio raccolti come il riso e aumenta la possibilità di crisi alimentari. In questo clima di incertezza, diventa fondamentale una cooperazione internazionale più forte e soluzioni innovative per tutelare la sicurezza alimentare. Si prospetta una recessione globale e, di nuovo, una fase di violente speculazioni.
Le dinamiche economiche si ripropongono nel tempo: guerra, crisi energetica, speculazione, inflazione, recessione e rischio stagflazione ovvero di un aumento generale dei prezzi dei beni e dei servizi con contestule stagnazione, ovvero mancanza di crescita economica, riduzione della capacità di spesa delle famiglie e di investimento delle aziende. Sebbene cambino i contesti e le immagini, la sostanza dei fenomeni appare costante e ricorrente.
In questo contesto, l’aggravante è il conclamato arretramento del rispetto del diritto internazionale. Laddove questo servirebbe a contenere il suo ben peggiore antagonista: caos e prevaricazione, quando prevale la legge del più forte, la storia insegna che si innescano effetti a catena sempre più incontrollabili e deleteri. Si verificano aggressioni agli stati più deboli, cresce la paura, l’incertezza, aumenta la corsa agli armamenti finanziata dai tagli al welfare, si destabilizzano i rapporti e gli equilibri diplomatici, si intensificano i flussi migratori, e si susseguono guerre, morte, crisi economiche, carestie, sofferenza che si ripercuotono poi, inevitabilmente, anche su chi ha innescato la prevaricazione. La storia insegna questo.
Sul fronte aziendale, le strategie stanno già cambiando. L’instabilità prolungata nella regione costringerà le imprese a rivedere i loro piani di investimento a breve e medio termine. Negli anni recenti, dopo l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, i consigli di amministrazione hanno imparato a considerare il rischio geoeconomico come parte integrante delle decisioni.
La guerra in Iran combina diversi fattori di rischio: volatilità dei mercati, interruzioni nelle catene di approvvigionamento, pressioni inflazionistiche. Il tentativo dell’Iran di bloccare il flusso di petrolio e derivati nel Golfo si riflette su prezzi dei carburanti, zolfo, acido solforico e elio, con conseguenze che si riversano da settori come i fertilizzanti e l’agroalimentare fino ai semiconduttori, che dipendono da alcune di queste materie prime.
Molti amministratori delegati sottolineano che crisi precedenti sono state superate senza danni permanenti, e che non sempre le interruzioni generano impatti macroeconomici duraturi e che la pandemia ha sconvolto le catene di approvvigionamento, prima bloccandole, poi riattivandole in modo imprevedibile, ma le aziende hanno saputo adattarsi.
Tuttavia, questa volta la prospettiva di interruzioni prolungate spinge le imprese a modificare le strategie e si passa dalla logica “just-in-time” alla “just-in-case”, con maggiori scorte, costi più alti e rischio di stagflazione. Una situazione che richiederà aggiustamenti strategici e una revisione delle modalità di approvvigionamento, e non solo energetico.
La pianificazione di scenari è ormai all’ordine del giorno nei consigli di amministrazione e in definitiva, anche se le aziende preferiscono evitare cambiamenti strategici troppo rapidi, i danni già registrati e la mancanza di una soluzione semplice impongono ai leader di interrogarsi se e come le scelte di oggi potrebbero segnare il futuro del business globale.