La rete stradale dei Romani meriterebbe di figurare tra le meraviglie dell’antichità. Secondo un recente studio infatti nel corso del loro lungo e vasto dominio avrebbero costruito quasi 300.000 km di strade, nove volte la circonferenza della terra. Una cifra che moltiplica per due le stime che finora circolavano e che già conferma come per Roma le strade fossero un pilastro del loro “imperium” sia nella fase della conquista che in quelle successive i cui le vie di comunicazioni erano indispensabile strumento di governo e amministrazione delle lontane province.
Grazie all’iniziativa di un team di studiosi , ci si rende ora conto che tra una guerra e l’altra, la rete stradale era rimasta sempre una delle priorità di Roma, a cominciare dalle esigenze militari che imponevano rapidi spostamenti su migliaia di Km. Insomma gli antichi romani erano convinti che una delle chiavi del loro successo e strumento indispensabili per assicurare la durata la loro potenza.
Ricercatori dell’Università Autonoma di Barcellona e dell’Università danese di Aarhus si sono uniti nel progetto Itiner-e per mappare con una precisione senza precedenti la rete delle strade romane, 299.171 km , quasi il doppio dei 188.555 km finora individuati ricorrendo alle risorse digitali più complete del momento.
La mappa, che è stata pubblicata dalla rivista “Scientific Data” del gruppo “Nature”, prende in considerazione il momento della massima espansione dell’impero romano, cioè attorno al 150 dC quando si estendeva quasi 4 milioni di Km2. Cioè quando, sotto Antonino Pio, l’impero si estendeva tra Europa, Mediterraneo e Medio Oriente.
Il progetto ha utilizzato una metodologia che non solo ha attinto alle fonti archeologiche, storiche ed epigrafiche, cioè tenendo conto di scavi, steli, pietre miliari ma anche documenti antichi come l’Itinerario Antonino e la Tabula Peutingeriana o il LIRE, il data base che repertoria oltre ottomila pietre miliari con iscrizioni in lingua latina.
La mappa poi si divide in strade principali e strade secondarie: le prime sarebbero circa 103.477 km, pari a circa il 34,58% del totale e le seconde 195.693 km pari al 65,42%.
Va comunque precisato che solo il 2,73% delle tracce rilevate ha una collocazione spaziale accertata mentre l’89,81% sono congetture e il resto ipotesi (7,44%). Il 2,7% è certo una percentuale ridotta ma è finora quella che è stata localizzata con un margine di errore inferiore ai 50 metri, un margine che nelle altre aree non è stato ancora raggiunto. Il divario tra le percentuali di certezza e congettura danno anche un’idea della difficoltà che emergono quando si vuole ricreare un tracciato di una strada di cui se ne conosce l’esistenza.
E’ chiaro dunque che questo progetto è in fieri e che c’è ancora molto da scoprire per completare questa mappa innovativa che ha già richiesto una notevole mole di lavoro.
Tra le regioni più documentate ci sono al momento la Grecia, la Penisola Iberica, il Nord Africa, il Levante e l’Asia Minore mentre quelle che presentano gravi lacune sono la Toscana, l’Inghilterra settentrionale, la Cornovaglia, l’Alto Danubio, la Corsica e l’Anatolia centrale. Altra sfida che attende i ricercatori i deserti dell’Africa e le zone montuose.
“L’ampio set di dati generato dal progetto Itiner-e è altamente trasformativo per comprendere come il sistema stradale romano abbia strutturato il movimento di persone, merci, idee e persino malattie nell’antichità” hanno rilevato i responsabili della mappa Pau de Soto, Adam Pazout e Tom Brughmans convinti che il loro lavoro aprirà la strada anche studi sulla connettività, il costo dei trasporti e perché no anche a ricerche sulla mobilità terrestre.
Continuano intanto nel mondo scavi e ricerche archeologiche: ad esempio a Londra è stata appena scoperta una sezione di una strada romana di duemila anni fa e sulle Alpi svizzere un accampamento romano a quota duemila metri. Nella capitale britannica gli archeologi hanno riportato alla luce un tratto della via romana costruita nel 43 d.C. La via collegava il porto di Dover con Londinium e le Midlands occidentali con un’estensione di 276 miglia. L’arteria era stata utilizzata anche dall’imperatore Adriano quando nel 122 dC si era recato in Britannia per la costruzione del muro lungo 73 miglia che ancora porta il suo nome . Il Vallo Adriano, ancora visibile a tratti parte, era stato costruito per difendere il confine settentrionale della Britannia.
L’accampamento romano è stato ritrovato a 2.100 metri vicino al campo di battaglia dell’Oberhlbstein. Era in una posizione strategica che consentiva una visione tattica delle valli sottostanti. E’ stato ritrovato grazie a un modello digitale ad alta risoluzione e scansioni laser che hanno rivelato una struttura fortificata da un muro di bastioni e tre fossati. All’interno sono state rinvenute armi appartenenti a legionari romani. Uno dei proiettili di piombo reca il marchio della III Legione, quella che aveva combattuto nella vicina battaglia di Crap Ses.
Un calamaio di bronzo ritrovato a Coninbriga, nel centro del Portogallo, ha nel frattempo suscitato grande attenzione: secondo gli archeologi questo piccolo oggetto vecchio di duemila anni ha rivelato un inchiostro di una complessità sorprendente che addirittura rimette in discussione quello che finora si sapeva sulle pratiche di scrittura dell’antica Roma. Grazie a dettagliate analisi l’inchiostro ha rivelato l’estrema tecnica raggiunta nel I secolo dC e una manipolazione degli elementi chimici molto più sofisticata di quanto non si pensasse finora. Per i ricercatori, come Cesar Oliveira dell’Università di Evora, la presenza di oggetti come il piccolo calamaio – 94,3 grammi di una lega di rame, stagno e piombo – indicherebbe una vasta diffusione di oggetti tecnici di qualità in tutto l’impero e la circolazione del know how nell’uso dei metalli e la mobilità delle élites tecniche anche nellle zone periferiche.