Hamnet, nel nome del figlio , 2025, è di nuovo Shakespeare riproposto al cinema in un’altra metamorfica versione e in una veste che pare emulare e forse superare in nomination di statuette Oscar il Shakespeare in love del 1998 di John Madden , con Gwyneth Paltrow, che ottenne L’Oscar alla migliore attrice.
Nel film del 1998 l’ oggetto attorno a cui si romanzavano le pene d’amore era Giulietta e Romeo , e la stessa donna, Violet, di cui era “in love”, lo ispirò anche per La dodicesima notte , la cui trama replica nuovamente una donna che recita per amore la parte di un uomo.
Ora in Hamnet , entra in campo addirittura l’ipotesi della genesi biografica della più celebre opera del Bardo, l’ Amleto, con il film tratto dal romanzo dell’irlandese Maggie O’ Farrell del 2020, che ne è anche co-sceneggiatrice assieme a Chloe Zhao l’autrice.
Hamnet è il nome intercambiabile di Hamlet nell’ Inghilterra del XVI sec., ed è il figlio 11 enne di Shakespeare che morì di peste nel 1596. O’ Farrell immagina come questo evento influenzerà l’ispirazione dell’Amleto, che quattro anni dopo, porta nella sua versione originaria il nome del figlio perso.
Ma alla fine del film si delineerà il senso compiuto dell’operazione cinematografica delle coautrici , Zhao e O’Farrell come un qualcosa che trascende l’abusato genere biopic e che riesce a farci sentire come la vita è teatro sempre e per tutti e che ognuno ne è attore partecipe.
Un film che ha due “padrini” eccellenti dal punto di vista cinematografico, e cioè Steven Spielberg e Sam Mendes che hanno deciso di produrlo. E hanno scelto come “figlioccia” la regista e sceneggiatrice cino-americana Chloé Zhao (pseudonimo di Zhao Ting), 43 enne nata a Pechino nel 1982 . Innamorata del cinema e cultura occidentali , già a 15 anni studia prima a Londra poi a Los Angeles e si laurea in scienze politiche in Massachusetts. Divorata dalla sua passione per la settima arte, studia cinema alla NYC University , e dopo alcuni corti esordisce nel 2015 con Songs My Brothers Thaugt Me.
Anche con The Rider ,2017- e poi con Nomadsland che nel 2021 la consacrerà come cineasta di riconosciuto alto livello con Oscar al miglior film , alla miglior regia e alla protagonista Frances McDormand (anche produttrice , al suo quarto Oscar) – si nota la predilezione di Zhao per i grandi spazi, per una nuova frontiera che i suoi protagonisti, sempre svantaggiati e ai margini della scala sociale, affrontano , non con lo spirito dei predecessori, ma con l’esigenza di sopravvivere senza speranza in alcun albero della cuccagna da scorgere all’orizzonte. Così è per il fratello e sorella della riserva indiana del Sud Dakota , così è per Il giovane mandriano di The Rider, e così per la vedova sessantenne Fern in Nomadeland che lascia Empire la cittadina industriale del Nevada – dove erano state chiuse le fabbriche nella crisi del 2007-08 – avendo perso tutto, marito, lavoro, casa e che col suo furgone attraversa gli Stati Uniti occidentali.
In Hamnet in alcuni aspetti c’è una discontinuità di stile con i film precedenti , ma pervade lo stesso atteggiamento nel privilegiare la sensibilità dello sguardo femminile e gli ultimi. Per un altro verso invece la fotografia – tesa a seguire l’on the road anche esistenziale della protagonista e che fino a Nomadland è di Joshua James Richards – era resa in digitale e con lenti grandangolari per catturare il contrasto tra l’immensità dei paesaggi e il romitaggio di Ferm . Che incontra e si fonde con una particolare nuova tipologia di Wasp sradicati e in perenne erranza. La steady -cam a spalla, luci al naturale impietose sui volti rugati dei nomadi ripresi nella loro cruda realtà , sfumature tendenti all’arancione e all’ocra come le pietre di paesaggi quasi preistorici con fossili di dinosauri.
Ora in Hamnet la fotografia del polacco Lukasz Zal (Cold War, La zona di interesse), si differenzia, concentrandosi sugli spazi anche esterni ( il bosco, i luoghi di una Londra fangosa e proletaria, i dettagli della natura) come fossero anche una messinscena teatrale e pittorica , i colori carichi di rosso e verde sempre densi , e gli interni con luce naturale e rischiarata da candele, utilizzando anche lenti vintage per dare un effetto caldo. Il rosso terrigno come la sua veste , accompagna Agnes la moglie di Shakespeare (storicamente Anne Hataway ),dai sentimenti altrettanto terrigni tumultuosi quasi feroci, di in un’atmosfera da realismo magico, mentre il Bardo nel film è nominato semplicemente Will ( il 30nne irlandese altrettanto talentuoso Paul Mescal). Lei è vista come una sorta di strega, dotata di un intuito paranormale, che nella prima scena nel film è significativamente ripresa mentre dorme nell’incavo di una radice esterna d’ una enorme quercia, con un falco come animale eletto, e che cerca nel bosco erbe medicamentose, ha spesso viso, dita , unghie sporche di terra, e che quando deve partorire cerca come una gatta il suo covo sicuro della radice in cui versa i suoi umori del parto e da cui riceve altri umori magici.
E’ lei la protagonista dominante e il fascio di relazioni dal quale tutti i sentimenti e le emozioni si generano. Ecco, una continuità e coerenza di Zhao con la poetica di Nomadland è il punto di vista di un personaggio femminile potente al centro della storia. In Nomadland è la potenza per sottrazione della sempre grande Frances MacDormand, in Hamnet è quella sanguigna e coinvolgente della 36 enne irlandese Jessie Buckley che è la maggior candidata protagonista femminile all’Oscar 2026. L’altro filo rosso con Nomadland è proprio la poesia di Shakespeare. Verso la fine del suo vagare Ferm incontra un giovane nomade che si duole di non essere capace di scrivere alla sua amata lontana che frasi convenzionali; Ferm gli dice di aiutarsi con la poesia, e gli recita alcuni brani del celebre ‘Sonetto 18’ : “ Dovrei paragonarti a un giorno d’estate… Ma la tua eterna estate non dovrà svanire, né perdere la bellezza che possiedi … Finché uomini respireranno e occhi potranno vedere, queste parole vivranno e daranno vita a te”. Sono versi che si rivolgono a qualsiasi persona amata, Come Will alla moglie Agnes, e poi vedremo con lo stesso stato d’animo al figlio perduto Hamnet, per farlo rivivere in eterno nella tragedia che porta il suo nome.
Non importa nel film la fondatezza filologica della genesi dell’Amleto, ma l’intuizione poetica che Zhao, e prima O’ Farrell, hanno avuto a partire da alcuni fatti biografici : la morte del figlio, la moglie veggente, il poeta all’inizio della sua vocazione , incapace di ispirazione , anche perché spiantato, e relegato in un luogo rurale a fare il guantaio angariato dal padre e dai debiti di questi, infine spinto dalla moglie stessa e realizzarsi a Londra.
La cosa straordinaria di questo film è nell’avere fatto sentire e vedere come in un certo momento l’arte può fondersi con la vita, e come un dolore arcaico e comune come la perdita di un figlio può divenire un qualcosa che coinvolge in modo universale tutti, e a maggior ragione parla al cuore e all’intelligenza delle persone più umili. E l’operazione ancora più straordinaria che ha fatto Zhao è di riuscire a concentrare la dimensione cinema, con quella del teatro , in una memorabile sintesi finale di scena catartica e rivelatrice.
. Quella che era stata finora fondamentalmente una storia riguardante un uomo e una donna di umili origini, che si desiderano, e al di là delle convenzioni si uniscono, diventano una famiglia con tre figli, una storia in cui lui ha delle tendenze artistoidi, ma che sembrano velleitarie, arriva per passaggi di lutti e privazioni, al culmine della crisi coniugale per la morte del figlio. Will non giunge in tempo per assistere a questa morte e Agnes non glielo perdona. Lo accusa di non empatia e insensibilità. Preso dal turbinio della sua carriera a Londra tra difficoltà di produrre spettacoli, gestione della compagnia , lotte probabili con una concorrenza che allora era micidiale (Marlowe, Jonson e altri ancora), Will secondo Agnes ha trascurato la famiglia, non ha vissuto il momento cruciale della pestilenza per la quale si è ammalata prima Judith la gemella di Hamnet e infine contagiato anche il ragazzo, morto in modo “ straziante”, come dice lei. Agnes ha vissuto da sola questo dramma e ciò la allontana ostilmente dal marito. La scena in cui Will deve ripartire per Londra perché pressato dagli impegni è significativa perché Agnes lo percuote in viso, come tradita. Lui essendo più introverso di lei non reagisce, non può esprimere il suo travaglio, e la moglie non ha il linguaggio e gli strumenti culturali per capire il dramma lacerante che il marito sta vivendo.
Egli sta costruendo tutto questo anche per lei e per i suoi figli , lei accecata dal dolore , non riesce a capire la tempesta che attraversa Will. Che si rinchiude sempre di più in sé stesso, e si riduce a vivere nella nuda soffitta della dimora familiare acquistata coi primi introiti, solo coi suoi tormenti e fantasmi. Sta elaborando il lutto per Hamnet, magari nella forma dei versi del sonetto che Ferm ha recitato in Nomadland. Forse se li ripete come un mantra (“Ma la tua eterna estate non dovrà svanire, né perdere la bellezza che possiedi ..Finché uomini respireranno e occhi potranno vedere, queste parole vivranno e daranno vita a te”). Sta cercando di dare alla sua opera la forma della stessa materia dei “sogni di una notte di mezza estate” ma questa volta in forma di tragedia . Ha già alle spalle Romeo e Giulietta , Riccardo III, Il mercante di Venezia e Giulio Cesare. Giunge il giorno in cui Agnes , isolata a Stradfort- upon Avon , ha notizia di una nuova tragedia di Will.
Ora siamo nello spazio aperto del Globe Teatre a Londra, dove la maggior parte del pubblico è popolare– e ad eccezione dei notabili su palchi lontani dal focus del dramma – è all’aria aperta. Agnes s’è avvicinata con grande diffidenza e riluttanza ad assistere a questa tragedia del marito. Non vuole sentire altro. Come un appuntamento al buio. E avviandosi sulla strada col fratello premuroso e solidale , gli confida le sue incertezze, non sa come comportarsi. Ha paura della tempesta di emozioni che presagisce. “A cuore aperto”, come diceva nostra madre, è la risposta. Poi sente pronunciare già a inizio dramma il nome Hamlet/Hamnet. Appena lo ode sobbalza come una tigre ferita e urla “come osate nominare il nome di mio figlio?”. Iniziamo con lei ad entrare nelle fiamme della storia che Will ha allestito. Agnes si avvicina alla prima fila sotto al palco. Appare l’attore che fa Hamlet , è un giovane che assomiglia a suo figlio da grande come se lo immaginava lei (e infatti nella vita l’attore è Noah Jupe, fratello maggiore di Jacobi Jupe che è Hamnet bambino nel film, a riprova della grande sapiente maestria del casting , tutto britannico, con una presenza carismatica anche di Emily Watson) . Dal buio dei fondali appare un personaggio fantasmatico, una specie di Lazzaro dalla tomba, con tracce di calce e arbusti sul viso . Agnes guarda bene , è suo marito Will . Fa lo spettro del re padre Amleto. Ucciso dal fratello. E’ sofferente , parla ad Hamnet gli esprime il dolore per averlo abbandonato , non averlo protetto, lui che s’era fatto promettere dal figliolo di prendersi cura delle sorelle e della madre. E ora si fa promettere di vendicare il padre e contemporaneamente di assicurarsi (il figlio) così, in quanto personaggio Hamlet, l’immortalità.
Will ai lori inizi ha conquistato Agnes fino alle lacrime narrandole la storia di Euridice ed Orfeo che per salvare l’amata avvelenata da una vipera è sceso fino all’ Ade , a patto di non voltarsi mai indietro, pena la condanna a rimanervi vagante in eterno . E così aveva fatto il piccolo Hamnet che per salvare la sua gemellina Judith dalla peste , aveva “ingannato” la morte, che nella notte aveva diretto il soffio letale su di lui : Hamnet aveva “guardato” l’amata sorellina , vegliandola guancia a guancia, così come Orfeo si era voltato a guardare Euridice. E, come Orfeo, ora era costretto a vagare nell’oltretomba in una condizione onirica che Zhao ferma in più scene. Nella prima Hamnet è ripreso solo, all’aria aperta in un prato , ma è del tutto smarrito , invoca la madre e poi si ripete “devo essere coraggioso”, come aveva promesso al padre. Poi lo vediamo in primo piano in penombra col viso che traspare da una cortina di tenda a trame sempre più dense.
Ora siamo nell’arena del Globe e il velo è strappato. Lo psicodramma per Agnes inizia. Will la guarda. Poi riscompare nel fondale del palcoscenico. Agnes a questo punto comincia a capire che la storia riguarda lei, Will e la perdita di Hamnet/Hamlet. Che a un certo punto parla al pubblico: “ Essere o non essere”: vivere fedele ai propri valori, “essere coraggiosi”, accettando tutti i rischi , pagando tutti i pegni o rimanere nella mistificazione, sfuggire ai gravami della vita. E’ a sé stesso che parla William Shakespeare , e anche ad Agnes, e vuole trasmetterle tutto il dolore che egli stesso ha patito, e tutto lo strazio che ha rivissuto per il dolore atroce di Agnes e di Hamnet. Il senso di colpa di un padre, ma anche lo sforzo sovrumano dell’autore che cerca attraverso la sua arte di far rivivere il figlio. Agnes è una donna che non ha grandi strumenti culturali, non può cogliere i dubbi filosofici esistenziali e i sentieri indicati dal Bardo. Ma ha una qualità : quella che la sua madre-strega le ha trasmesso : affrontare la vita, anche i dolori, gli scotti, “a cuore aperto”, non rinchiudersi in sé stessi, in un meccanismo di difesa e rimozione , lasciare la porta aperta alla com-passioneche è la cosapiù difficile e rischiosa, l’intraducibile infinito verstehen , la comprensione totale dell’altro in tedesco, il patire/ rivivere la sofferenza altrui.
Ora Hamlet , dopo il duello vinto col suo avversario, dopo aver vendicato il padre re, uccidendone l’assassino, è ferito a morte da una punta avvelenata, si inginocchia, sul bordo del palco, e tende la mano , e Agnes gliela prende nella sua. Sta stringendo la mano del figlio, che è diventato grande come lei immaginava, e ora lavora col padre come attore e rimarrà in eterno come Amleto. E questa compassione universale ed eterna muove le mani del pubblico attorno , tante mani protese a carezza di Agnes col figlio, pietà shakespeariana, che ha le unghie sporche , ma sa guardare alla Luna. Agnes vede che dalle quinte Will la guarda. E il suo viso, di bellezza antica, trascolora dalle mille sfumature di pathos indicibile in cui è passata, al sorriso unico che diviene poi riso pieno da bimba felice e sorpresa al primo vagito di Hamnet, appena nato. Quell’identico unico sorriso che prorompe in un riso di bimba, è ora rivolto al marito che le ha restituito per sempre il figlio. Lei ha finalmente colto la grandezza di quello che Will ha ricreato. Nel film mentre il pubblico entra nel Globe sulla sua cima si srotola un vermiglio drappo bandiera con un motto del Bardo a lettere dorate : “ Totus mundus agit histrionem”. Il resto è silenzio.