Bisogna riconoscere che nel panorama cinematografico italiano ( con apprezzamenti anche in Usa) s’avanza una sorta di Ufo : un oggetto davvero “non identificabile” nello stile di regia, messa in scena , tematica e immaginario , non assimilabili a nessun altro tipo di cinema nazionale mainstream. L’Ufo è la 35 enne Carolina Cavalli, milanese laureata in lettere alla Statale , ma con formazione poi a Parigi (Sorbona) e negli Usa . La sua creatura precedente Amanda è stata presentata a Venezia 2022 con anteprima internazionale al Toronto Film Festival , col Guardian che la valutò come vivace elegante comedy esistenzialista dell’ assurdo per due quasi trentenni benestanti e alienate, eleggendola a promessa della stagione. Ora a Venezia 2025 eccola di nuovo con Il rapimento di Arabella.
L’Ufo in questione s’avanza nelle falcate eleganti e decise delle lunghe gambe da fenicottero di Benedetta Porcaroli, 27 enne romana, sua musa /alter ego in entrambi i film ,e per quest’ultimo premiata a Venezia 2025 con la Coppa Volpi per la miglior interpretazione femminile.
In questi due film s’avverte un cinema che nelle inquadrature e poi nel montaggio , molto sorvegliati, cerca di sgombrare il campo da ogni particolare superfluo , nell’ambizione di restituirci sul piano espressivo la nudità asciutta delle sue non-eroine. Con l’intenzione di un modo del tutto originale , una serie di specchi deformanti, che, se ben calibrati, riflettano maggiormente una molteplicità del reale. Proprio perché stranianti e respingenti le aspettative dello spettatore, e i suoi riflessi condizionati. E’ come se Cavalli volesse dirci “Sì ti parlo anch’io del disagio femminile, psichico e sociale, ma su un altro spiazzante campo da gioco, e con un linguaggio elegante , ma sconcertante . Non sono motivata al realismo estremo dei fratelli Dardenne con la loro Rosetta o le loro Giovani madri . O a quello magico di Emma Dante con la sue Sorelle Macaluso e le prostitute che fanno da madri putative a un ragazzo disturbato e con altri deficit, nella tragedia arcaica di Misericordia. Io non ho esperienza di quei contesti sociali. Né di quel tipo di donne : Io posso parlare solo del mondo di cui ho contezza , non per esaltarlo, né giustificarlo, ma nel mostrarlo nei suoi tic, punti di rottura e bordeline di una borghesia agiata, ma esangue e àtona , i cui figli ( e soprattutto figlie) sono il punto più debole della catena. Ma anche il granello di sabbia per inceppare l’ipocrisia e l’ordine apparente”.
In questo Cavalli è coerente con il suo romanzo d’esordio, Metropolitania , edito da Fandango a fine 2022. La sua protagonista assomiglia a un Vasco Rossi (prima versione) in gonnella che “vuole una vita spericolata”, in una Milano tentacolare e angosciante. Eddi – quasi trentenne alienata – come Amanda e Rachele in Amanda ,e Holly de Il rapimento di Arabella – passa settimane chiusa in casa tra sesso droga e bulimia , alla ricerca di qualcosa che l’accenda . Le protagoniste dei due film non hanno i comportamenti ancora più estremi e devastanti di Eddi , ma è comune lo stesso vuoto esistenziale e appartenenza borghese, dove l’accidia che le consuma non riesce a spegnere quell’ ”eccedenza culturale” che hanno comunque respirato : quel che resta di essa, fievoli intermittenti correnti , scintilla una fiammella di svolta seppure effimera.
E il fuoco fatuo è appunto nel doppio intravisto in una figura femminile, un’empatia e riconoscimento a tutti costi , che sono più mezzo che fine , a far da reagente per un nuovo “risolutivo” trip : che sia una fabulata immaginaria amica d’infanzia ( (Rachele per Amanda) o una bambina trascurata e ribelle come In Arabella ( in cui Holly vuole illudersi di vedere Lei Bambina per una sua “ricerca del tempo perduto”), o prima Masami , drop out ancora più malmessa del personaggio Eddi in Metropolitania, l’importante è sfuggire da una realtà verso un on the road più immaginario che reale, dove il movimento è effimero e non si arriva da nessuna parte , ma l’ importante è che una Thelma riconosca la sua Louise con cui partire verso il viaggio e quello che conta è la fiamma del viaggio “lontano da dove”. E per Holly con Arabella è un ritorno al passato per cercare in una sua presunta copia bambina ciò che è andato storto nel suo fabulato cammino di ballerina speciale come s’illude abbia detto un tempo di lei la sua antica maestra che non si ricorda il fatto : la mitica Granatina con una lynchiana surreale Eva Robins.
Il tema ha un suo fascino con risvolti poetici , soprattutto con un linguaggio volutamente straniante e sofisticato che richiama alcuni tratti del cinema indie d’oltreoceano , senza imitazioni calligrafiche , ma segni cinematografici di una certa consapevolezza autoriale . E questo lo si nota sia nella messa in scena che nei dialoghi , nella fotografia e in alcune raffinate scelte musicali. Ma a un certo punto è come se Cavalli si fosse innamorata troppo del suo sogno cinematografico che diventa così in certi tratti stracarico e impantanatonel nonsense di cui non si riesce a ricavareparadossalmenteil vero del nonsense . Che non è nel cinema e nel teatro e nella letteratura l’esatto contrario del senso, ma la sua deformazione espressionista, un’increspatura che ipnotizza e attraversa come nuova possibilità di vita , un nuovo sentiero nel racconto. Cavalli ci porta in non luoghi che sarebbero poi pretesti per far scoppiare il grottesco , ma poi perde il filo. Ci lascia lì sulla soglia della casa dei giochi ,ma non scoppia la meraviglia dell’assurdo. Il motel dove Holly e Arabella riparano sembra promettere bene , c’è una concierge straniante il giusto, ma poi non esce nessun coniglio dal cilindro , così nella villa dove avviene la festa di matrimonio in cui Holly s’imbuca “ vendendo” Arabella come vera damigella doc per la sposa . E’ tutto predisposto, le facce giuste, il posto giusto , tutto apparecchiato, ma resta puro effetto dimostrativo, come ci fosse una cura eccessiva di una mossa sbagliata nella messa in posa e ci si fosse fermati alla foto ritratto. In altre parole è come essere stati intrigati da segni, linguaggi e musiche in una storia che ci aspetta e a un certo punto ci si dice che non si gioca più.
Holly e Amanda hanno nelle storie di Cavalli il medesimo DNA antropologico culturale e generazionale , lo stesso humus ambientale ed esperienziale che le accumuna ad Eddy : sono tutte quasi trentenni, con problematiche psicologiche e un senso di diversità acuto che si portano dall’infanzia. Amanda scopre di non avere fin lì amicizie, né esperienze amorose, e scopre anche di non avere percorsi di formazione ancora attivi e di essere giunta, al termine di uno stage a Parigi, ormai su un binario motivazionale morto . Periodicamente va a un cineclub semideserto, o si ferma sulla soglia di un locale tecno. E lì “decide” che un ragazzo con cui ha scambiato due parole debba essere “il suo ragazzo”. Senza che quello lo sappia o l’abbia in qualche modo incoraggiata. Tanto che lo costringe a confessarle di essere asfissiato dalle centinaia di messaggi e di mettere un punto fermo di sbarramento al film che si è fatto su di lei. Lo stesso comportamento ossessivo ha verso Rachele per la quale a questo punto “decide” ( sempre da sé) essere la sua grande amica, solo perché erano state da bambine assieme per un po’ ; e anche se questa poi le confessa che è stata costretta a frequentarla perché , a detta della madre, non aveva nessun’altra amicizia. A sua volta Rachele è un caso psichiatrico, vive isolata, non comunica con nessuno, e consuma il cibo che le viene lasciato sulla porta. Questo non ferma la caparbietà di Amanda a frequentarla, a essere sicura che Rachele ha bisogno di lei malgrado le sia impedito a un certo punto dalla psicoterapeuta dell’ amica , che ritiene la sua presenza come invasiva e destabilizzante. Eppure, dopo uno scontro violento tra le due, nasce una complicità nella diversità e disadattamento e le due sono riprese nella scena finale, altrettanto felice ed essenziale, che le vede uscire affiancate per la prima volta all’esterno, per strada , accompagnate al passo tra loro da un “vecchio cavallo” bianco , che avevano prima adottato e poi perso , presenza simbolica che le unisce nella loro fuga ideale. Da sottolineare che Rachele era Galatea Bellugi, coetanea di Porcaroli, anche lei emergente e convincente sempre più a fianco di Elio Germano e Alba Rohrwacher (Tre Ciotole) o in Cinque secondi di Virzì .
Holly , analogamentene Il rapimento di Arabella mutua lo stesso atteggiamento ossessivo di Amanda , questa volta nei confronti della bimba Arabella quando – rinserrata nella sua utilitaria nel parcheggio del Taco Bell con ancora la divisa col distintivo del suo nome Holly ( da Olivia) da lavorante in una pista on ice – intravede dal finestrino dell’auto alle luci della sera una bambina di circa 5 anni, bionda, scarmigliata che imita la zoppia che faceva anche lei a quell’età. E in quel preciso momento decide che Arabella è lei da bambina (“ Ma tu sei Me, vero?”), e sempre in un flash realizza che con quella bimba intraprenderà un ritorno al (suo) passato , ma non ha bisogno di alcun effetto speciale alla Zemeckis. E’ la scena felice con cui inizia il plot della storia. Le basta una sola domanda di conferma : “Come ti chiami ?” e quella risponde Holly, leggendolo sulla divisa della ragazza , per compiacere il sentore della sua aspettativa, pur di ottenere in premio di iniziare un viaggio che gli appare irresistibile e inaspettato. E’ certo anche lei una “sorella” ideale di Holly, bambina trascurata, e parcheggiata dai grandi.
A sua volta , ad interpretare Arabella , presunta “bimba rapita”, la “mostruosa” Lucrezia Guglielmino che aveva 5 anni all’epoca delle riprese : si rivela una forza della natura, un animale da cinema duttile , che anticipava addirittura le aspettative della regia , divertendosi nel procedere delle riprese come in una continua caccia al tesoro, questo era per lei il ruolo, di bambina pestifera e manipolatrice che pure è .
In Amanda ci sono due figure interessanti di donne adulte che in modo sempre surreale interloquiscono con lei : la sorella maggiore Marina , al secolo la quarantene stilista e modella Margherita Maccapani Missoni, nipote del Grande Ottavio; e la madre della problematica Rachele, Viola, è Giovanna Mezzogiorno, i cui primi piani sono eloquentissimi nella sperdutezza dolce e disperata di genitrice così angustiata.
Un’analoga figura femminile adulta significativa si ha nell’ultimo film con Eva Robbins , la mitica maestra di danza Granatina cui Holly porta Arabella perché le insegni la magia di quella danza che lei Holly ha lasciato sfiorire, fabula , con un diniego. Ma Eva Robins , nella sua facies divenuta di una rugosità felliniana , non ricorda l’occasione perduta da grande ballerina. Sono gli ultimi fuochi di un risolutivo estremo tentativo di rimettere in carreggiata la linea del proprio destino, “per delega”. Ma non funziona così. Per nessuno e per nessun sogno, nemmeno protratto disperatamente “spingendo la notte sempre più in là”. Arabella tornerà a casa . Il suo comportamento in aula giudiziaria resterà ambiguo, e di nessuna empatia con la compagna di viaggio. Abbiamo pensato, anche se in chiave più tragica, a Monster del 1993, in cui Charlize Theron ingrassata e sfatta per ottenere il suo Oscar , schiantata dall’indifferenza crudele della sua Louise ( Cristina Ricci) nel processo abbassa annichilita ogni difesa e si fa condannare a morte.
Nell’ ultima scena ritroviamo Holly in una comunità terapeutica tra ragazze evidentemente disturbate. Sembrano tutte attorno a un girarrosto, ma l’arrosto è un simulacro plastificato di porcellino, Holly attira l’attenzione (“where ‘s the beaf?”) e la vediamo un’ultima volta accapigliarsi così con le sue compagne..
E il film come il precedente Amanda , conferma come protagonista decisiva Benedetta Porcaroli che profonde la carica stralunata , complessa e la caparbietà folle , ossessiva del personaggio Holly rendendo verosimile la ragazza ‘fuori dalle righe’ che Cavalli ha costruito per lei e con lei , ma giocandoci sopra , attingendo a un insospettato fondo un po’ canaglia nella complicità tra regista e attrice.
Ma a questo punto non si può non porsi alcune questioni su questo connubio fin qui ben felice e affiatato. Carolina Cavalli intenderà affermare la sua autorialità che comunque ha mostrato, continuando nel filone delle trentenni borghesi disturbate e alienate che ha sviluppato col suo libro e i suoi due film ? O rivolgerà ad altri territori la sua ambizione di cinema non mainstream, costruendo con le immagini , che sa già così ben creare, un reale pensare per immagini in racconti meno sfocati e altrettanto sfavillanti e sorvegliati?
E Benedetta Porcaroli , 27enne ancora , si misurerà di nuovo in personaggi simili ad Amanda ed Holly? Sappiamo che nelle corde della ragazza di buona famiglia della Balduina, dal decennio precoce da quando è stata scoperta , risonanze interiori diverse dai personaggi di Cavalli l’hanno portata ad essere la Donatella Colasanti del delitto del Circeo ne La scuola cattolica , o una Madonna senza aureola , ma con carisma e desiderio di emancipazione moderna dal film di Zucca tratto dal libro dell’Alberti Vangelo secondo Maria . E ancora la vibrante esile coraggiosa ragazza ebrea Anna/ Ester ne L’ombra del giorno. O infine Concetta nella serie su Il Gattopardo, dove fa rifulgere anche un personaggio marginale nel romanzo di Tomasi di Lampedusa. Se Benedetta con Cavalli ha voluto dare una versione ironica e “sfigata” ( parole sue) di ragazza della Balduina, si trascina pur sempre dietro la figura elegante e magra dalle lunghe gambe da modella e un volto altrettanto significativo per ruoli più drammatici : sarà per le occhiaie , ci scherza un po’ lei, ma quegli occhi grigio-azzurri e dai lampi trascoloranti e febbrili portano lo spettatore a naufragare in ben altri mari più mossi.