Tunisi, città dalle mille anime che unisce e separa, accoglie e ferisce

Il libro di Leonardo Martinelli aiuta a superare i pregiudizi sul mondo arabo

Un atto d’amore per superare i pregiudizi sul mondo arabo e islamico: è anche questo, ma non solo questo, ciò che si avverte al termine dell’appassionante lettura del libro di Leonardo Martinelli, Tunisi mon amour, edito da Edt nella collana «Biblioteca di Ulisse» (pp. 232, euro 22,00).

Martinelli, giornalista molto noto, toscanissimo, originario di San Vincenzo in provincia di Livorno, cittadino del mondo per professione e affetti (moglie francese giornalista pure lei), vive da alcuni anni a Tunisi da dove scrive sul Nordafrica per diversi giornali italiani tra cui «La Repubblica» e «La Stampa». Lasciata ben presto la Toscana, ha lavorato per oltre vent’anni al Sole 24 Ore, anche da Bruxelles, Tokyo, Montevideo e Parigi, ed è stato corrispondente dalla Francia per «La Stampa». Autore  e conduttore radiofonico, autore di libri tra cui l’ultimo in ordine di tempo è proprio quest’atto d’amore, come dicevamo e come dice il titolo (Tunisi mon amour), che non risparmia comunque una critica verso una «città dalle mille anime», come recita il sottotitolo. Una città che accoglie e ferisce, unisce e separa.

Il libro non si presenta come una guida turistica, né come un saggio antropologico o un reportage in senso stretto, è piuttosto un viaggio all’interno di una città povera e bella, imperfetta, ma per certe versi culturalmente vivace e all’avanguardia. Una città arcipelago di quartieri, voci e memorie: la Goletta dei pescatori siciliani e della Madonna di Trapani, il centro europeo, la Medina (ovvero il quartiere antico), le periferie popolari, Cartagine con tutta la sua storia e oggi sobborgo residenziale.

Martinelli percorre Tunisi con tutti i mezzi: a piedi, sui treni, nei taxi collettivi, sui tram affollati, di giorno e di notte. Nasce un ritratto corale della capitale tunisina attraverso gli incontri con tanti personaggi: musicisti, chef, artisti, psicanalisti, registe, attiviste, migranti, custodi di antiche case, pescatrici, dj, pugili e sopravvissuti. Personaggi diversi, spesso lontani fra loro per origine sociale e percorso personale, ma tutti con una storia da raccontare, che Martinelli raccoglie e ripropone con taglio giornalistico, a dimostrazione che anche «sulle rive del Mediterraneo, con il pensiero che corre in ogni senso, ti viene in mente che forse il giornalismo serve ancora a qualcosa».

Ci sono diverse cose della città che colpiscono leggendo il libro: una popolazione giovanissima (la metà ha meno di 30 anni), la povertà (lo stipendio medio di un lavoratore dipendente corrisponde a 300 euro), una scuola tradizionalista e poco inclusiva, la malasanità (negli anni Settanta italiani e tunisini aveva la stessa speranza di vita, oggi ci sono 8 anni di differenza: 84 a 76). Eppure, come accennato, è una città per tanti aspetti all’avanguardia. Si rimane da esempio colpiti dal fatto che la Tunisia è molto avanti in fatto di diritti alle donne. Si legge che le donne in Tunisia «ottennero perfino il divorzio, una ventina d’anni prima che in Francia e in Italia» e che dal 1965 era consentita «l’interruzione di gravidanza con poche condizioni, in modo più libero che a Stoccolma». Senza entrare nel merito dell’essere favorevoli o contrari al divorzio e all’aborto, è comunque questo un dato di fatto. Persino a livello di istruzione quello delle donne è superiore a quello degli uomini.

Il libro guarda anche alla stratificazione storica della Tunisia: berberi, punici, romani, vandali, bizantini, arabi, spagnoli, turchi, francesi e italiani hanno lasciato tracce materiali e immateriali. È in questa sedimentazione che Martinelli legge una possibile abitudine all’altro e al diverso, una tolleranza fragile, ma ancora riconoscibile nella vita quotidiana della capitale.

Al centro del libro c’è anche l’accennato tentativo di rompere stereotipi e semplificazioni sul mondo arabo e musulmano.

«Ogni capitolo – si legge nel risvolto di copertina – è una tappa in una città che non smette di mescolare Africa e Mediterraneo, nostalgia italiana e presente tunisino, desiderio di libertà e nuove paure». Si arriva così alla questione dei migranti in quanto dalla Tunisia, essendo così vicina alla Sicilia («Ci sono appena 150 chilometri di mare fino a Lampedusa»), partono i barconi verso l’Italia. Ci provano in tanti. Alcuni purtroppo, dopo aver percorso anche 5 mila chilometri attraversando più Paesi e soprattutto il deserto del Sahara, non ci riescono. E «chi viene respinto in mare – racconta Martinelli – è portato dalla Guardia nazionale ai confini con la Libia, dove questi poveracci sono illegalmente venduti ai miliziani libici, che li chiudono in centri di reclusione, chiedendo alle famiglie di origine di pagare un riscatto, per liberarli e permettere loro di tentare nuovamente la traversata verso l’Italia». A volte ci vogliono anni per racimolare i soldi necessari. Ma «in fondo alla strada – scrive l’autore –, si scorge sempre il mare, che è fuga e libertà».

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