Meloni allineata agli Usa approva il raddoppio della spesa militare

E mette una croce sulla difesa europea: “Un’inutile duplicazione della Nato”

Il momento è grave, carico di bombe e di tensioni internazionali e il tono della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, chiamata in Parlamento in vista del Consiglio europeo del 26 e 27 giugno, si adegua, diventa severo e istituzionale. Questa volta niente ironie, niente insofferenze malcelate nei confronti degli attacchi delle opposizioni: “Non voglio rispondere ai toni da campagna elettorale, che preferisco rimandare a tempi più sereni di questi”.

Lo si era già capito sabato scorso che non è aria di polemiche da cortile, quando Trump ha deciso di scendere in campo a fianco di Netanyahu, mandando i potenti bombardieri B2 a squarciare il suolo iraniano per  distruggerne gli inviolabili impianti nucleari (sugli esiti della ‘splendida operazione’ in realtà si sa ancora ben poco).  La premier si è subito allertata, come richiedono i tempi di guerra e, fra una riunione e l’altra con ministri, servizi di intelligence e capi di governo internazionali,  ha trovato anche il tempo per una mossa dialogante, la telefonata ad Elly Schlein, principale leader dell’opposizione. Poi, ancora più decisiva, la lunga telefonata col presidente della Repubblica Sergio Mattarella, i cui saggi consigli Meloni deve aver introiettato prima di varcare la soglia del Parlamento.

Così, fin dalle prime parole, la presidente del Consiglio avverte: “Comprendiamo tutti molto bene i potenziali ed enormi rischi della destabilizzazione di una regione già molto provata, credo sia importante il dialogo tra governo e parlamento, tra governo e opposizioni. Per il bene del Paese”. E si gioca subito la “sostanziale convergenza sull’arrivare a una negoziazione”.  Più concretamente, assicura che il governo non concederà l’uso delle basi militari americane in Italia senza un passaggio in Parlamento. Passaggio peraltro formalmente significativo ma scontato nei risultati vista l’ampia maggioranza che sostiene Meloni. La premier batte poi il tasto Gaza, con toni duri, come mai si erano sentiti: “La legittima reazione di Israele sta assumendo forme inaccettabili che chiediamo di fermare immediatamente. Siamo convinti che sia necessaria e possibile una cessazione delle ostilità nella Striscia, consentire l’arrivo degli aiuti umanitari e aiutare la popolazione civile che ha patito troppo”. Stop, fine delle aperture e riparte l’allineamento sull’asse Israele-Usa, a cominciare dalla puntualizzazione che segue: “Il futuro della Striscia può iniziare solo con la liberazione degli ostaggi e la cessazione di Hamas”. Così come sull’Iran aveva precisato: “Abbandoni l’idea di ritorsioni verso gli Stati Uniti e trovi un accordo sul programma nucleare”. 

La palla torna al centro quindi e in tutto il suo discorso, pur composto, né il presidente Trump né il premier Netanyahu vengono mai nominati. Glielo ricordano gli interventi dall’opposizione, che la chiamano poi a rispondere sul punto più delicato: la richiesta Nato a tutti gli alleati di elevare al 5% sul Pil le spese militari, entro il 2035. E come sottrarsi a una richiesta così stringente posta dall’America? C’è riuscita solo la Spagna, intenzionata a non sforare il 2,1% che già prevede. Tutti gli altri 32 paesi membri sono convinti della necessità di riarmarsi. Meloni si spinge oltre, smontando anche l’ipotesi di una difesa autonoma di Bruxelles: “Un esercito europeo sarebbe un errore, una inutile duplicazione della Nato”.  E dedica molte parole a questo passaggio sulla Difesa sostenendo con convinzione l’importanza di aumentare le spese militari: “La penso come i romani, ‘Si vis pacem para bellum’, investire non per attaccare ma per difendersi”, dice in Senato. Il giorno prima alla Camera invece aveva scomodato Margaret Thatcher: “Non dimentichiamoci mai che il nostro stile di vita, i nostri valori non saranno assicurati da quanto sono giuste le nostre cause, ma da quanto è forte la nostra difesa”. E Meloni aggiunge di suo : “Senza difesa non c’è sicurezza. Senza sicurezza non c’è libertà e senza sicurezza e libertà non possono esserci benessere e prosperità”.

E’ convinta ma non convincente viste le reazioni dell’opposizione, a partire dal più duro di tutti, il leader 5Stelle Giuseppe Conte che parla di quel 5% come un “suicidio politico, economico e sociale”. Elly Schlein ricorda a Meloni che dai romani sono passati 2000 anni e la invita a citare piuttosto i nostri costituenti:  “’L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali’. Alla presidente del Consiglio dico- conclude Schlein-  se vogliamo la pace, prepariamo la pace”.

Alla fine della due giorni parlamentare di Meloni si vota ed è il momento in cui si capisce in tutta la sua evidenza la forza di questo governo e la debolezza di chi lo contrasta: la mozione di maggioranza  è unica e viene votata all’unanimità. L’opposizione ne presenta ben 5, piene di distinguo, addirittura quella del M5S ipotizza l’eventualità di tornare al gas russo, scatenando l’ira anche dei riformisti del Pd che rinunciano al savoir faire dell’astensione e votano tutti un deciso no sul punto.

Con questo bel bottino politico Giorgia Meloni vola all’Aja per il vertice Nato. E’ il primo organizzato dal segretario generale Mark Rutte, che deve gestire una situazione complessa e complicata dalle intemperanze e imprevedibilità del presidente americano, di cui  è nota l’insofferenza nei confronti della Nato, ‘un ferro vecchio’ l’ha definita.  Alla fine, dopo aver rimesso in riga con le sue maniere spicce Israele e Iran (non sanno più  che c… stanno facendo) per non avere osservato la tregua, dopo avere mortificato Rutte divulgando un messaggio privato a dir poco adulatorio nei confronti dello stesso Trump, il presidente americano arriva a L’Aja, pronto per la cena offerta dal Re e la Regina d’Olanda. Meloni gli siede accanto e ‘l’innominato’ davanti al Parlamento torna a essere l’amico americano con cui la premier chiacchiera a lungo, si presume di Medio Oriente.

L’indomani il vertice si conclude come previsto: nella dichiarazione approvata da tutti i leader dei 32 paesi Nato compreso il presidente americano, viene confermato l’impegno a investire il 5% del proprio Pil a favore della difesa e della sicurezza, entro il 2035. Nel dettaglio viene destinato “almeno il 3,5% del Pil l’anno” alle spese militari e un ulteriore 1,5% alla sicurezza in senso più ampio, ad esempio alla protezione delle infrastrutture critiche e alla difesa delle reti. C’è poi il capitolo Ucraina: i Paesi della Nato ribadiscono il loro sostegno di fronte alla minaccia “a lungo termine” rappresentata dalla Russia.

La presidente Meloni, nel punto stampa, si dice soddisfatta per come si conclude il vertice, “importante per gli impegni che vengono assunti, impegni significativi e sostenibili”, li definisce, compreso il famigerato 5%. Tutte “spese necessarie per rafforzare la nostra difesa e la nostra sicurezza”, ribadisce garantendo che “non toglieremo nemmeno un euro dalle priorità del governo e dei cittadini italiani”. Meloni quindi ringrazia, saluta, ed è pronta a volare a Bruxelles dove si apre il Consiglio europeo.

Ci pensa Antonio Misiani, responsabile Economia del Pd a rimettere a posto un po’ di numeri. E ricorda che, secondo le stime dell’Osservatorio sulle spese militari italiane, quel 5% di Pil in più significa passare da 45 miliardi nel 2025 a 145 miliardi nel 2035, con un aumento a regime di 100 miliardi di euro. “Per dare qualche termine di paragone- aggiunge Misiani- l’aumento delle spese militari italiane derivante dall’accordo NATO (100 miliardi) è pari a tre quarti della spesa sanitaria (140 miliardi) ed è superiore alla spesa per istruzione (85 miliardi). Per quanto riguarda le tasse, è un ammontare equivalente al triplo del gettito IRAP e a cinque volte il gettito IMU. Per l’Italia, è un impegno del tutto insostenibile. Per l’Europa, una scelta strategicamente sbagliata. I leader dei paesi europei della NATO – con la significativa eccezione del premier socialista spagnolo Sanchez – hanno preferito compiacere il presidente americano, assumendosi una pesantissima responsabilità nei confronti dei loro cittadini”, conclude Misiani.

Ma quel tetto del 5% non era contestabile, c’è lo spettro del disimpegno americano e dello sfaldamento dalla Nato, che rilancia in tutta evidenza la debolezza dell’Europa. Lo ha spiegato più volte con spietata chiarezza l’esperto di geopolitica George Friedman: “La Nato non ha più significato, non è altro che un mito. Non nasce dal fatto che vi vogliamo bene ma dal fatto che non ci fidiamo di voi. L’America non ha alcun obbligo morale di proteggere l’Europa, che potrebbe benissimo farlo da sola se solo lo volesse. Ma non lo vuole, non vuole spendere soldi, quindi il problema non è la Nato ma l’Europa. Di certo noi non possiamo essere i vostri guardiani”.

Ed è esattamente quello che pensa Trump che ora va a riscuotere quel 5%, che nessuno, tranne la Spagna, ha provato a mettere in discussione.

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