Una visione di più lungo periodo può animare il dibattito politico economico europeo dopo le crisi degli ultimi anni. A partire da quella del 2008 dei debiti sovrani, queste insegnano che occorre ripensare il modello di sviluppo in una prospettiva unitaria di trasformazione economica e modernizzazione del tessuto produttivo. Il Green Deal europeo è l’occasione giusta, una sfida e una opportunità enorme da cogliere evitando le sue insidie.
Il Consiglio Ue ha in primo luogo il non facile compito di scongiurare che vantaggi di breve termine, discordanti tra i paesi membri, ostacolino una visione di crescita industriale più organica e di insieme. Questa sarà funzionale ad evitare la frammentazione in aree a diversa velocità, a promuovere progetti comuni per fare avanzare il percorso di integrazione e un vero sentimento di comunità europea.
Ci sono tali e forti divari di produttività tra paesi e tra settori produttivi che il tema della condivisione della programmazione economica appare imprescindibile.
L’azione di guida indiretta di questi ultimi anni si è basata su un mix di interventi di politica monetaria e fiscale più emergenziale che progettuale, e dovrebbe ora prevedere una terza leva, quella della politica industriale comune, anche attraverso la localizzazione geografica strategica dei nuovi poli e dei nuovi impianti che caratterizzeranno il New Green Deal europeo. E’ questo un progetto che risponde all’ambizioso obiettivo di centrare, primi tra i continenti, la neutralità climatica entro il 2050 ma dovrà farlo perseguendo realmente una strategia intersettoriale sinergica e inclusiva.
Recenti investimenti dimostrano del resto l’enorme potenziale di capacità produttiva europea nella transizione energetica, pensiamo al recente coinvestimento tedesco – americano che vedrà la statunitense Wolfspeed puntare ben 3 miliardi di dollari in quello che diventerà il più grande e avanzato polo al mondo nella creazione di chip al carburo di silicio destinati all’industria automobilistica elettrica. Pensiamo anche al recente potenziamento degli stabilimenti siciliani del colosso italo francese STMicroelectronics attraverso il varo di una fabbrica di carburo di silicio che andrà ad assicurare una importante ricaduta occupazionale portando a compimento un investimento da più di 1 miliardo di euro, oltre i 730 milioni già stanziati.
Ecco perché l’accentramento di una visione intersettoriale può realmente permettere uno sviluppo più armonico di tutta l’area euro a fronte di importantissime risorse dispiegate e dispiegabili, non ancora inquadrate pienamente in un intervento organico che muova dall’idea di una politica comune. Sarà difficile vincere le forze centripete ma l’obiettivo politico è alto, abbiamo davvero l’opportunità di rafforzare tutta l’area euro, anche in risposta al grande piano di stimoli fiscali lanciati dagli USA, ultimo l’IRA, “l’Inflaction Reduction Act”.
L’Italia negli ultimi anni ha dimostrato forte vocazione alla Green Economy, puntando su innovazione e ricerca, sviluppando il valore aggiunto delle imprese e oltre 400 mila di queste, compresa la mia, hanno investito negli ultimi 10 anni in prodotti e tecnologie green per ridurre impatto ambientale, risparmiare energia, contenere le emissioni di CO2 e il consumo di plastica, tanto che in Italia i “Green Jobs”, le persone che lavorano in questo settore, sono oltre 3 milioni, quasi un occupato su sei. Una già rilevante filiera italiana delle rinnovabili e della smart energy è pronta a correre ancora di più contando circa 800 aziende specializzate che fanno di noi il secondo produttore europeo di tecnologie per le rinnovabili, ed il sesto esportatore di tali tecnologie nel mondo.
I risultati degli studi della Fondazione Enel e di Elettricità Futura, associazione aderente a Confindustria che rappresenta oltre il 70% dell’energia elettrica prodotta dal nostro Paese, evidenziano che aumentando la potenza rinnovabile come stabilito dal “Piano 2030” e da “RePower Eu si potrebbero ottenere fino a 360 miliardi di euro di benefici economici e oltre 500mila nuovi posti di lavoro, permettendosi di ridurre di addirittura 160 miliardi di metri cubi le importazioni di gas. Cosa che richiederebbe soltanto lo 0,3 per cento del territorio italiano.
Al tempo stesso occorre tenere ben presente che altri settori della nostra economia rischiano di pagare dazio alla conversione verde, con ricadute occupazionali e sociali importanti, per criticità afferenti non sono la mancanza di competenze ma anche l’aumento dei prezzi delle materie prime, la burocrazia, l’eccessivo costo dell’adeguamento delle linee di produzione, oltre la mancanza di normativa di riferimento e di tecnologia.
Nel pieno di questa fase strategica ci riguarda molto da vicino anche il tema della sostenibilità dei debiti nazionali, appesantiti datre anni di Pandemia e da 12 mesi di conflitto in Ucraina. Francia e Germania, in una coalizione a due, hanno appena proposto all’Eurogruppo di riscrivere le regole sugli aiuti di Stato spingendo per aiuti massicci alle economie nazionali sotto forma di sovvenzioni e crediti di imposta per idrogeno, pannelli solari, batterie elettriche e semiconduttori. Detengono margine di manovra fiscale per permettersi di incentivare tali investimenti, al contrario altri paesi come il nostro hanno margine modesto appare pertanto opportuno considerare la creazione di un fondo centralizzato che garantisca risorse a tutti i Paesi scongiurando uno sviluppo disomogeneo dell’area euro.
Il governo italiano ha anche serie difficoltà a realizzare nei tempi previsti i progetti inclusi nel PNRR e nel più consistente Next Generation EU, e interesse a trattare con la Commissione europea più flessibilità, anche nei confronti di RepowerEu, piano europeo predisposto in risposta alle difficoltà del mercato energetico causate dall’invasione russa dell’Ucraina che ha come obiettivi risparmiare energia, produrne pulita, diversificare l’approvvigionamento energetico grazie a misure finanziarie e legislative volte a potenziare e costruire infrastrutture dedicate.
Mentre si delinea dunque un accordo in cui l’Italia e altri paesi potrebbero accettare le priorità tedesche e francesi ad aiuti di Stato in cambio di flessibilità, una visione coordinata e comune di crescita industriale resta prioritaria per giocare pienamente la partita economica globale. Una partita decisiva per le generazioni future dell’area euro che si snoda sulla condivisione. Preoccupa constatare come a pochi mesi dal suo insediamento il governo Meloni debba vincere un certo isolamento a livello internazionale, del quale il suo entourage non ha fatto mistero, lamentandosene.