Come si definisce, gli aggettivi che si dà e si prende, le parole chiave che offre al mondo. E’ il lessico la migliore guida per capire il profilo, non solo politico, del generale Roberto Vannacci. Avanguardista, ardito, futurista, patriota, camerata o fascista per i più sbrigativi, ‘il nuovo De Gaulle per gli arditissimi più sfacciati della sua squadra. Lui se le prende tutte sorridendo e non si offende mai, purché si resti nel perimetro della ‘destra destra’, che ha deciso di rifondare contro le mollezze della destra governativa. Anche nel manifesto del suo ‘Futuro nazionale’ il generale gioca con le parole partendo proprio da un acronimo per definire il nuovo partito, la destra ‘VITALE’: Virtù, Identità, Tradizione, Amore, Libertà, Entusiasmo. E poi le declina con altre eloquenti parole: la Virtù come coraggio, forza, dovere; l’Identità come Italia e istituzioni che devono essere al suo servizio; la Tradizione da opporre al mondo di sradicati e migranti; l’Amore “per il sangue del mio sangue e la famiglia: l’unica, insostituibile, conforme alla natura”. La Libertà come “libertà di essere, di fare, di possedere”. E se, per esempio, “violi la mia casa o mi aggredisci per la strada rischi la vita: la difesa è sempre legittima”. Infine, la “E di eccellenza ed entusiasmo”.
Eccoli i fondamentali dell’ardito pensiero di Vannacci, che ha preso il largo mollando Matteo Salvini proprio il 3 febbraio scorso, quando era in corso il Consiglio federale della Lega, a Milano. Ma gli hanno dedicato solo pochi minuti perché “su chi tradisce e fugge non vale la pena perdere troppo tempo, come accadde con Fini in passato”. Era nell’aria, in molti non gli avevano creduto quando a settembre scorso, al raduno di Pontida, il generale giurava su Alberto da Giussano che sarebbe rimasto con il Carroccio: “Non li ascoltate quando dicono che tanto Vannacci se ne va, usa la Lega come un taxi. No, sono qua, io ancora ci credo nella parola data e nell’onore e andremo avanti tutti insieme”.
Non è andata così ma nessuno si straccia le vesti, Roberto Vannacci non è mai stato digerito dai dirigenti storici della Lega, a cominciare dagli amministratori del Nord – Zaia in testa – per finire al ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti. Solo lui, il leader, il ‘capitano’ Salvini lo aveva voluto a tutti i costi, folgorato da quel libro, ‘Il mondo al contrario’, che il generale si era autopubblicato, con oltre un milione di copie vendute. Inneggiando alla destra vitale colorita di razzismo e omofobia l’ardito Vannacci divenne un fenomeno, chiamando a raccolta i destri più estremi che non si sentivano ‘Fratelli d’Italia’ ma volevano di più e lui non si risparmiava. Salvini fiutò una buona occasione per tonificare la sua Lega in crisi e gli aprì porte e braccia offrendogli anche un seggio all’Europarlamento. E il generale ricambiò portando in dote oltre 500mila preferenze, un terzo di tutti i voti presi dalla Lega. Ma troppi muscoli, troppa destra, Vannacci cominciò da subito a deragliare e a correre per la sua strada. Il capitano però lo ha sempre voluto, inseguito e ha rilanciato nominandolo, contro tutti, suo vice segretario.
La prima batosta è arrivata alle ultime regionali in Toscana, dove il generale si era speso molto: la Lega è tracollata al 4,4%, dopo il 20 e passa conquistato alle precedenti regionali del 2020. Ancora più isolato nel partito, lui non si scoraggia, tira dritto perché ha già il suo ‘Futuro nazionale’ nel cuore. Ora la sua creatura è nata e guai a dargli del traditore: “Io non sono un traditore, semmai è Salvini che ha tradito valori e ideali”. Di più: “Lealtà non vuol dire obbedienza cieca ed assoluta, onore non vuol dire immobilismo, disciplina non vuol dire rifiutarsi di pensare e dovere vuol dire accettare le proprie responsabilità”. Il capitano incassa sotto tono lo strappo del generale e si limita a un mesto “per me è un capitolo chiuso, ne ho visti tanti che non hanno mantenuto la parola e gli impegni, ingrati, non ci resto più male”.
Ed ecco il ‘Futuro nazionale’ di Roberto Vannacci, cominciano le prove generali, le conte su chi lo segue e chi no. Il contraccolpo più pesante per la Lega è proprio in Toscana dove il Carroccio sparisce dal Consiglio regionale perché l’unico eletto era un vannacciano di ferro, Massimiliano Simoni, che ha già fatto le valigie e cambiato casacca. Poi comincia il toto-nomi dei ‘futuristi’ in Parlamento. Ad oggi di sicuro ci sono solo tre deputati, si definiscono dei semplici avanguardisti, in effetti sono proprio loro l’avanguardia di Palazzo, visto che ancora Vannacci a Roma non si è visto ma ha mandato la sua falangetta alla prima battaglia sul fronte più caldo, dire no al dodicesimo decreto sugli aiuti militari all’Ucraina.
Anche Salvini a dire la verità vorrebbe tanto votare no, ma non c’è mai riuscito, non può lasciare l’amica Giorgia, lui non tradisce, quindi si è sempre esercitato in acrobazie lessicali per far rifulgere anche stavolta nel testo del decreto la parola ‘aiuti’ e nascondere le ‘armi’. Al Vannacci scalpitante non bastano più i giochi di parole, non ne vuol sapere di votare alcunché a favore di Kiev. Non si tratta di pacifismo, sarebbe un ossimoro pensare il generale e il capitano sventolare la bandiera dell’arcobaleno, quando in patria predicano bellicosamente, per esempio, che le armi per legittima difesa devono essere autorizzate.
E il paradosso dei paradossi è che fra i tre arditi c’è Emanuele Pozzolo, detto ‘lo sparatore di Capodanno’, cacciato dai suoi Fratelli d’Italia dopo l’inchiesta giudiziaria che lo ha condannato per porto abusivo di armi e confinato al Gruppo misto della Camera da dove è riemerso come futurista, lanciandosi in ardite perorazioni contro le armi. Gli altri due vannacciani, Rossano Sasso ed Edoardo Ziello sono ex leghisti disobbedienti che avevano già votato No nel gennaio scorso sugli aiuti a Kiev, guadagnandosi il plauso del generale, che sicuramente già pensava di arruolarli. Tutti pacifisti dunque? Come i colleghi del M5S e AVS che, a loro volta sui dl Ucraina hanno sempre spaccato il campo largo? Loro la bandiera arcobaleno la sventolano davvero e hanno un bel problema a ritrovarsi sullo stesso fronte dei vannacciani, cui dedicano fiumi di parole al veleno per marcare le differenze. Altro che pacifisti- dicono- Vannacci e i suoi sono filo putiniani, le loro bandiere sventolano sul Cremlino. In effetti basta ascoltare le dichiarazioni futuriste in occasione del debutto alla Camera il 10 febbraio scorso: “Siamo stufi di continuare a mandare armi a un esercito che non riesce a tenere la linea del fronte”, dice Edoardo Ziello, in una postura non proprio pacifista. Ha anche parole dure per l’ormai ex suo leader Matteo Salvini: “E’ incoerente- dice – schiacciato dalle sue contraddizioni. Così si è infilato in una terribile imboscata”. Il terzo futurista, Rossano Sasso, è quello delle battaglie anti-gender, ex sottosegretario all’Istruzione, che nel suo libro ‘Il gender esiste. Giù le mani dai nostri figli’, aveva già detto tutto, anche quando lamentava la “svolta fluida” della sua Lega.
Il 10 febbraio è la loro giornata, il debutto. Scorrazzano per il Transatlantico inseguiti dai giornalisti, mai successo, molti non sapevano manco chi fossero questi tre. Si offrono alle telecamere davanti a Montecitorio con uno striscione, ‘Stop soldi per Zelensky, più sicurezza per gli italiani’. Invocano un decreto Italia al posto di quello Ucraina e la loro prima proposta è di dirottare i soldi da mandare a Kiev alle nostre forze dell’ordine perché siano più efficienti nella repressione, per stringere ancora di più la morsa securitaria che sta improntando il governo Meloni.
Il debutto di ‘Futuro nazionale’ alla Camera è anche l’occasione per contarsi, per capire quanti leghisti che votano con il mal di pancia gli aiuti a Kiev sono disposti a passare con Vannacci, ma il governo questa conta non gliela vuole far fare, anzi rilancia mettendoli in difficoltà: per la prima volta viene posta la fiducia, il decreto Ucraina è troppo importante per rischiare imboscate, soprattutto dei leghisti non vannacciani. Ed è lo stesso ministro della Difesa Guido Crosetto a metterci la faccia. Si presenta in aula per rispondere alle critiche di chi li accusa di fuggire dal dibattito per regolare conti in casa: “La fiducia- dice- non è una fuga dalla discussione ma “un atto serio di posizionamento politico della maggioranza”. Poi il ministro coglie l’occasione per dire la sua anche sulla prima scissione a destra che subisce il suo governo: “Io non guardo mai con particolare rispetto le persone che sputano nel piatto dove hanno mangiato”.
Così la maggioranza si protegge e mette in difficoltà ‘i traditori’, quindi doppio voto alla Camera sul dl Ucraina: prima la fiducia, l’indomani il voto sul decreto. Vannacci e i suoi vanno in crisi, i sondaggi ancora non sono attendibili anche se li attestano intorno a un ottimo 3%, ma non se la sentono di tagliare tutti i ponti con il loro brodo di coltura e si garantiscono la porta aperta per restare nella coalizione di destra. E’ lo stesso generale a dare la linea: “Voteremo a favore della fiducia perché questo voto non è nel merito del provvedimento sul quale rimaniamo contrari, ma serve per delimitare un perimetro politico, e un partito di Destra come Futuro Nazionale sa bene dove stare”. Quindi sì alla fiducia e no al voto sul decreto, ma la conta i vannacciani possono farla lo stesso trasformando gli emendamenti (non vengono né discussi né votati quando il governo pone la questione di fiducia), in tre ordini del giorno, che non cambiano il provvedimento ma danno importanti indicazioni politiche.
E il risultato è gramo, nessuno, manco i leghisti più in crisi si uniscono ai futuristi. Quindi, tanto rumore per nulla, passano fiducia e voto al decreto ma i puri e duri del generale fanno meno paura, più che arditi si sono scoperti molto democristiani nel manovrare le dinamiche parlamentari, il loro esordio è stato all’insegna del ‘ci sto ma non ci sto’: “Più che al futurismo di Marinetti questi vannacciani mi pare attingano al trasformismo di Giolitti”, ha commentato uno dei più critici dei leghisti, il capogruppo Riccardo Molinari. Il passaggio al Senato del decreto, previsto il 24 febbraio, porterà nuove fibrillazioni, il regolamento di Palazzo Madama non prevede il doppio voto, ma solo quello al provvedimento.
Lui, il generale intanto tira dritto per la sua strada, ha molto da fare per la campagna acquisti e la stesura del programma. Sulla prima di sicuro ha agganciato l’ex leghista duro e puro Mario Borghezio a capo del team vannacciano di Torino (li chiamano così, un’evoluzione in salsa trumpiana dei club di Berlusconi), nel team di Milano invece si dovrebbe insediare il ‘barone nero’ Roberto Jonghi Lavarini, poi ci sono interlocuzioni con Casapound – che al momento smentisce – ma che condivide la madre di tutte le battaglie, quella sulla remigrazione, cioè tutti i migranti deportati a casa loro e a ogni costo, clandestini e non. Si segnalano contatti anche di ‘Futuro nazionale’ con tutti quelli che interpretano con maggiore vigore il ‘Dio Patria e Famiglia’.
Ma è in Europa che il generale Vannacci ha avuto i maggiori scossoni: i ‘Patriots for Europe’ dove i leghisti siedono con Orban e Le Pen, hanno cacciato subito l’ardito, ma gli hanno spalancato le porte i tedeschi di Alternative fur Deutschland (Afd), l’estrema destra tedesca, la più ‘vitale’ di tutti.
In attesa di strutturarsi e collocarsi stabilmente nella galassia dell’estremismo nazionalista, Vannacci continua a raccontarsi sventolando il suo manifesto, pieno di ‘perle’ futuriste: “La mia destra non è un menù a la carte, non è a geometria variabile come la famiglia queer e, soprattutto, non è moderata: nessun pugile vince un incontro tirando ganci moderati. La mia destra è vera, coerente, identitaria, forte, orgogliosa, convinta, entusiasta, pura e contagiosa. E’ l’unica destra che io conosca. Chi mi ama, mi segua: io inseguo un sogno e cado lontano”.