Mentre in Italia, con il decreto legge in cui il governo ha trasformato il Ddl conosciuto come Decreto Sicurezza, entra in vigore uno dei più duri provvedimenti mai presi nel Dopoguerra italiano, è sempre più necessario dare rilievo al dilemma: fra le priorità del potere, pesa di più la sicurezza o il diritto alla protesta? E, se come parrebbe banale, la prima risposta è quella giusta, non è inutile chiedersi: quale sicurezza?
A consegnare qualche strumento all’analisi della questione è la lezione di un noto sociologo e scienziato politico, Olivier Fillieule, visiting scholar dell’Istituto Ciampi, docente all’Università di Losanna, che il 10 febbraio scorso si trovava a Firenze, nella sede dell’Istituto di Studi Avanzati Carlo Azeglio Ciampi, il centro di ricerca interclasse della Scuola Normale Superiore. Il tema affrontato, le proteste sociali e la crisi politica in Francia. Olivier Fillieule, primo visiting scholar dell’Istituto Ciampi nel 2025, parlando di Francia, mette in chiaro alcuni passaggi che senza dubbio potrebbero essere utili anche per comprendere qualcosa, mutatis mutandis, dell’Italia.
Certo, la Francia ha visto una radicalizzazione che nelle nostre aree non è cresciuta con tale partecipazione di massa né con tale velocità e progressiva violenza. Tuttavia, che il clima sia cambiato anche in Italia ne fanno fede alcuni episodi interessanti, che riguardano da un lato una maggiore reattività delle forze dell’ordine per quanto riguarda cortei e manifestazioni di dissenso, autorizzati e non, e dall’altro, lo “scudo” alzato dal famoso decreto legge sicurezza sui cittadini che svolgono attività di forze dell’ordine, ovvero il prendersi carico, da parte dello Stato, di tutti i tre gradi di giudizio dell’agente in caso di denuncia. Con serie probabilità di incostituzionalità per il concretizzarsi di una discriminante del principio dell’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge.
Clima cambiato, si diceva, ma non all’improvviso. Per quanto riguarda la Francia, i cambiamenti, secondo quanto spiegato da Fillieule, partono almeno dal 2006, quando il corpo elettorale si rende conto che mobilitazioni e dimostrazioni di dissenso non riescono più a raggiungere l’obiettivo di cambiare le politiche del governo centrale. Tutto ciò per una serie di motivi, fra cui il fatto che gli organismi intermedi, ovvero sindacati, movimenti, associazioni, organizzazioni della società civile hanno via via perso la capacità di rappresentare un potere con cui bisognava relazionarsi. In Francia infatti, ante 2006, le grandi mobilitazioni costringevano il governo se non ad ascoltare, tuttavia a “rispondere in qualche modo. La società nel suo complesso aveva in mente l’idea che se qualcosa è impopolare e ci si mobilita, ci sono serie probabilità che il progetto venga bloccato”.
Ed ecco perché il 2006 rappresenta una prima tappa di svolta. La novità è la globalizzazione, la liberalizzazione a pieno ritmo e soprattutto, sottolinea Fillieule, il fatto che laddove dovrebbe esserci “un grande attore politico contro questi processi”, c’è il vuoto. E mentre le condizioni delle classi sociali più fragili peggiorano, i governi cominciano ad affermare che la piazza “non è governo”, il che significa che la voce del dissenso espresso nelle manifestazioni e nelle iniziative di piazza non sono più considerate come soggetto di confronto. Ma togliendo legittimità alla piazza, non si annullano le proteste. Si ottiene solo di renderle più radicali e conflittuali. Un esempio per tutti, la Francia di Macron, ricorda lo studioso, prima ha smesso di riconoscere un ruolo di interlocutore a sindacati e altri corpi intermedi smettendo di negoziare e discutere con loro, poi ha introdotto “il 49-3, un articolo della Costituzione che consente ai governi di approvare leggi senza il voto parlamentare”. Ma l’eliminazione del confronto e del “pericolo” che può rappresentare per un esecutivo il voto parlamentare, non allontana né la necessità imprescindibile nei sistemi democratici del confronto e neppure, è bene ribadirlo, quella del dissenso. Ma se il dissenso non ha speranza di giungere a ottenere almeno l’ascolto e una modifica, diventa protesta. Protesta radicale.
Procedendo per punti, è necessario chiedersi perché sta succedendo tutto questo, in particolare in Francia, partendo però da un dato di fatto ineliminabile: ovvero che le grandi fiammate di protesta, dai Gilet Gialli alla rabbia delle banlieues, sono state in qualche modo domate; il disinteresse serpeggia sia per quanto riguarda la politica, sia le mobilitazioni di piazza.
I motivi sono come al solito complessi. Per quanto riguarda lo stato di rabbia diffusa, che non diventa mobilitazione politica e in ogni caso non si scarica in quegli alvei che apparivano una volta connaturati alle rivendicazioni economico sociali, ovvero l’alveo della gauche (qualsiasi sia ormai il significato che si voglia dare a una definizione sempre più rarefatta e divisa) ma esplode in maniera asistemica e magari su motivi che appaiono non strettamente legate al quotidiano delle masse, Fillieule richiama il principio introdotto dallo storico EP Thompson, ovvero quello di “economia morale”. In sintesi, “afferma l’esistenza di un contratto implicito tra lo Stato, le élite e il popolo”, che in certi momenti storici si rompe, o meglio, viene vissuto dalle masse come un “tradimento delle élite nei confronti del popolo”, rompendo ciò che in definitiva è il contratto sociale. “In molti movimenti di protesta contemporanei (dai Gilet Gialli al Movimento 5 Stelle delle origini) si percepisce l’idea che le élites abbiano tradito il popolo, rompendo il contratto sociale e mentendogli”, dice Filleule.
Se questo è un primo punto, come risponde il potere? L’analisi si sposta anche sul comportamento che le forze dell’ordine tengono nelle manifestazioni e nei cortei. Senza dubbio, la reattività delle forze di polizia aumenta. In Francia, crescono le nuove dotazioni strumentali, con l’acquisizione di dispositivi più potenti, dalle bombe stordenti, a nuovi tipi di granate, ai droni. Una politica che riguarda la mancanza di risorse (è più economico, dice lo studioso, comprare armi che arruolare e formare tanti gendarmi) e che si riflette anche sulla formazione degli agenti impegnati nelle operazioni di gestione delle piazze. Con la mancanza di forze professionalizzate, si arriva ad utilizzare forze che non hanno la preparazione necessaria ad affrontare le situazioni che si creano nei cortei. Filleule mette anche in luce un aspetto che conosciamo anche in Italia, ovvero un uso della forza e della legge veramente pesante per quanto riguarda gli attivisti ambientali, che vengono quasi considerati alla stregua di terroristi.
Tirando le fila, l’interruzione del rapporto con la piazza, del dialogo, della negoziazione con i corpi intermedi, la pesantezza con cui si interviene sul dissenso, la scelta politica del principio che la piazza non è governo, non solo radicalizza la protesta, ma diffonde la convinzione del tradimento delle élite, della rottura del patto sociale, e quella che la democrazia è in crisi. Un sentimento, quest’ultimo, che può aprire le porte a qualsiasi deriva.